”Siam tre piccoli porcellin” è indubbiamente un titolo particolare da dare ad un doppio album dal vivo di un gruppo rock. Non però per gli Afterhours. Rockol ha parlato con Manuel Agnelli del disco, della situazione della band e del Lollapalooza italiano, festival rock itinerante con gruppi nostrani che Agnelli da tempo sta cercando di far nascere.Nel titolo del vostro ultimo disco c’è un aspetto ironico che vi caratterizza da sempre. Quanto conta quest’aspetto nella vostra musica?
Parecchio, soprattutto con “Germi” e “Hai paura del buio?” abbiamo sviluppato anche un po’ l’immagine in questo senso: ci vestivamo da bambine, rimanevamo in mutande con le calzette e le scarpe. Volevamo sdrammatizzare molto l’immagine rock, che di solito i gruppi italiani tendevano invece a far diventare grottesca per la seriosità con cui affrontavano la questione. Però poi ci siamo resi conto che era diventato anche un po’ un cliché anche per noi doversi mascherare; infatti. con “Non è per sempre”, l’ultimo album che abbiamo pubblicato, siamo tornati ad essere un po’ più chiusi, un po’ più malinconici. Il titolo del live voleva ritornare ad usare questo tipo di ironia.
Per fare questo live avete lavorato molto sulla scelta delle canzoni, quindi vi siete riascoltati molto e con un’attenzione diversa. Questo ha portato ad una crescita a voi come singoli e come gruppo? E questa crescita come potrà influenzare le cose che farete in futuro?
Io spero di si. Riascoltarsi così tanto in una situazione così diversa ti fa rielaborare completamente quello che hai fatto.. Il fatto che il live sia doppio, c’è un acustico e un elettrico, è perché vogliamo dimostrare comunque anche due facce completamente diverse dello stesso progetto. E’ un po’ un punto di partenza, vogliamo da qua sviluppare qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo fatto in passato.
II primi due pezzi del primo disco, quello elettrico, sono presi da una registrazione vecchia; forse sono anche più grezzi di tutti gli altri. Come mai questa scelta, è una specie di avviso?
Io credo che la scelta sia stata dettata dalla cernita che abbiamo fatto sui pezzi. Noi avevamo come primo punto scegliere i brani per l’energia, la tensione e l’atmosfera che potevano trasmettere. Per cui non importa che “Germi” e “Pulcini” siano suonate magari in modo un po’ arruffato, perché rendono moltissimo l’idea. Altri pezzi avevano degli errori di esecuzione al loro interno, ma non importa; tanto lo sappiamo che non siamo musicisti straordinariamente abili tecnicamente. Quello che importa, in realtà, è che quelle versioni rendano l’essenza delle canzoni, del perché sono state scritte e suonate dal vivo.
Qualcuno ha detto a proposito della vostra musica che siete una sorta di Bignami del rock. Ti riconosci in questa cosa, che può essere anche positiva?
Sicuramente c‘è tanto, abbiamo tutti trent’anni o più, per cui alla fine abbiamo ascoltato tanta roba, l’abbiamo rielaborata. Quello che mi piace di questo progetto è che è molto eterogeneo pur essendo un gruppo rock; sicuramente abbiamo tante influenze e queste si sentono.
Pensate che in qualche modo voi rappresentiate la generazione dei trentenni?
Guarda non lo so, mi hanno già chiesto se i testi possono essere considerati generazionali o meno… Io ai concerti vedo che c’è gente che va dai 18 anni ai 35, quindi comunque un campionario abbastanza vasto di umanità. Non credo che ci si possa considerare portabandiera di un certo tipo di generazione o di un’età in particolare, abbiamo un pubblico troppo vasto a livello di età. Però è vero che io parlo il linguaggio dei miei coetanei, mi trovo molto bene con i trentenni, ci capiamo molto bene. Ma è anche vero che mi interessano molto di più i ragazzi proprio perché i trentenni li conosco molto bene, per cui sinceramente non credo che ci si possa collocare per età, spero almeno di no, perché sarebbe un limite enorme.
A proposito di giovani. Stai lavorando con i Verdena. Come è nata questa cosa e che sviluppi può avere?
Loro hanno fatto un primo disco che sinceramente non mi faceva impazzire; però, quando li ho conosciuti e li ho sentiti suonare ho capito che stavano crescendo molto velocemente; ho capito che avevano un talento non indifferente, oltre che essere molto bravi come musicisti. Per me è uno stimolo enorme entrare dentro a questo tipo di crescita, ampliarla, velocizzarla. E questo disco sta venendo molto bello, ne sono molto orgoglioso, penso che verrà una cosa molto più interessante del primo. In più, proprio perché sono così giovani, mi rapporto con delle persone che hanno un metodo di creazione completamente diverso dal mio, ed è una cosa che mi fa crescere tantissimo personalmente. E’ il discorso che ti facevo prima: mi trovo bene con i trentenni però poi mi interessa di più stare invece con gente più giovane.
Voi siete un gruppo rock anche duro in certi momenti, però fondamentalmente le vostre sono canzoni. Si sente anche una certa attenzione alla melodia. Come la vivi questa cosa?
Io non so se è DNA: alcune volte ho risposto che il rock italiano comunque è una definizione che non dovrebbe essere più presa in considerazione. Il rock è un linguaggio universale e noi lo usiamo come ci mettiamo i jeans o le scarpe da tennis. O la ruota, non l’abbiamo inventata noi però la usiamo. Credo che dal punto di vita della melodia però forse ci sia una componente di DNA. Anche se io ho ascoltato rock fin da bambino, comunque la melodia era in giro nell’aria. Io ho sempre preferito i Beatles agli Stones, ho sempre pensato che la forma canzone avesse nell’elemento melodia un elemento imprescindibile. O forse semplicemente è la cosa che ci viene meglio.
Come scrivete i vostri pezzi? C’è un metodo o è casuale? E come si è modificato nel tempo?
Guarda, di solito scriviamo sempre prima le musiche, sia che io porti il pezzo fatto e finito sia che il pezzo nasca in sala prove da un’idea di qualcuno, da un riff. I primi cantati sono in inglese maccheronico. Ho alcune versioni che prima o poi avrò il coraggio di mettere in giro perché sono divertentissime, di un grottesco… Da quando uso il cut-up nei testi, cioè il taglia e cuci, riesco ogni volta ad avere due o tre versioni di testo, per cui riesco a lavorare molto bene incastrando le parole nella musica senza troppi problemi. Per questo il processo è prima la musica e dopo le parole. Però ho lavorato con altri gruppi come i Massimo Volume, che fanno spesso il contrario. E‘ un progetto sicuramente interessantissimo, però è un processo che mi è estraneo, non riesco a lavorare così, ci ho provato ma non ci riesco.
Ci puoi dire qualcosa sul 'Lollapalooza italiano'? A che punto è?
Abbiamo incontrato delle difficoltà non indifferenti, è diventato una specie di Vietnam organizzativo, per cui la situazione era un po’ paludosa. Però negli ultimi due mesi, per fortuna, si sono riaperte delle basi di lavoro molto concrete. Non lo affermo ufficialmente , ma inizio a dirlo: si farà. Sono ancora comunque molto guardingo perché mi sono già scoperto tanto contattando tutti i media qualche tempo fa e poi, in realtà, ci abbiamo messo il triplo del tempo ad organizzare le cose. La coscienza che c’era da parte dei musicisti non c’è stata da parte degli addetti ai lavori. Abbiamo avuto grossi problemi per mettere d’accordo vari management, agenzie, case discografiche varie. Speriamo di averli superati definitivamente. E’ vero che un anno fa sarebbe stato forse meglio come momento, però è anche vero che una cosa così è fondamentale, bisogna farla, bisogna veramente sottolineare che una scena esiste eccome, a dispetto di tutto quel che sta succedendo, soprattutto dal punto di vista del pubblico. Il pubblico esiste ed è tanto. Il nostro pubblico, che già è piuttosto grande, non è ad esempio quello dei Verdena, che sono comunque un altro gruppo rock.
Una domanda un po’ banale: come mai questi vostri spettatori non si riversano anche sulle vendite dei dischi?
Perché secondo me i concerti, come momento eccitante, funzionano molto meglio del cd. I promoter probabilmente in questi anni hanno lavorato molto e bene, probabilmente meglio dei manager discografici. Hanno riportato la gente nei locali. Negli anni ottanta esistevano solo le discoteche, adesso si va principalmente a concerti. Gruppi come il nostro vivono di concerti, e vivono anche bene. In più, credo che sia anche un segno dei tempi. Da parte della discografia, da anni, c’è un rifiuto verso questa nuova realtà: si è cercato di riassorbire il rock italiano dalla periferia, prendendo dei gruppetti marginali che non centravano molto con quel che stava succedendo, perché diventassero dei cloni dei Litfiba. Questa operazione non ha funzionato più di tanto e le case discografiche hanno tirato i remi in barca. La realtà musicale in Italia oggi non è quella rappresentata dalla discografia o da Sanremo. Tanto più che chi vende tanto, di solito, non ha un grosso seguito live. Questo vuol dire che sul territorio non è rappresentato più di tanto. Semplicemente ha più visibilità e quindi ha più possibilità di vendere il prodotto. Però credo che sia una situazione veramente vicina al collasso. Noi siamo su un’isoletta che guardiamo con il binocolo queste navi che affondano.
Ci puoi dare qualche anticipazione sui gruppi che puoi già dare come sicuri o quasi?
Si, io non ne parlerei troppo però. Un po’ per scaramanzia un po’ perché è già successo quel che è successo e un po’ perché non vorrei passare per ciarlatano; però i gruppi sono quelli che c’erano, tranne chi si è sciolto. Per cui i Marlene Kuntz, i Subsonica, i Bluvertigo, i La Crus, noi, probabilmente Africa Unite e 99 Posse, probabilmente Almamegretta; i CSI, al di là che ci fossero o meno, si sono sciolti quindi non ci saranno. Questa è la rosa dei gruppi, più dei gruppi nuovi. I Verdena saranno fra questi, per esempio.
Una domanda sul tuo ruolo di produttore, che sta prendendo una grossa parte del tuo percorso artistico. Mi viene in mente Ivano Fossati che ha prodotto per tantissimi anni e poi ad un certo punto ha avuto una crisi di rigetto. Tu a che punto sei?
Capisco che può logorare doversi rapportare sempre con qualcun’altro che ha un metodo di creazione completamente diverso dal tuo, in situazioni quasi sempre di tensione per i termini di tempo e di soldi. Si cerca di non interferire troppo con la musica degli altri, però allo stesso tempo bisogna essere capaci di avere il coraggio di dare consigli abbastanza precisi e anche di prendere decisioni. Capisco che tutta questa situazione possa portare veramente al rigetto. Spesso sei contento del lavoro fatto e poi invece vieni pesantemente criticato, oppure il contrario. E’ difficile essere veramente soddisfatti come produttori. Però è un lavoro che mi fa veramente crescere tantissimo, sia tecnicamente, sia a livello umano, rapportarmi con altra gente è importantissimo. In questo mestiere è rarissimo perché ognuno ha la propria isoletta e si coltiva la propria isoletta. Non mi sono ancora stufato, riconosco che non è la cosa più facile del mondo però per adesso voglio andare avanti a produrre materiale che mi piace.
(Francesco Casale)