Un architetto del pop moderno. Questo era Roland Orzabal ai tempi dei Tears for Fears e questo è ancora oggi. In mezzo una storia di successi e fughe dai riflettori durata quasi venti anni, un carattere che a detta dei suoi stessi discografici era una volta ‘impossibile’ e adesso piacevolmente disponibile, un paio di album condotti in solitario come padre padrone dei Tears For Fears prima di questo esordio solista, “Tomcats screaming outside”, pubblicato dalla Eagle in assenza di major che accettassero di correre il rischio senza poter utilizzare il marchio Tears For Fears. Dispiaciuto? Amareggiato? Niente di tutto questo. Mr. Orzabal de la Quintana 2001 sembra piuttosto un uomo venuto in pace e disposto a godersi la vita con la stessa misurata rilassatezza con cui sorbisce un buon bicchiere di vino bianco. Alle spalle, dietro l’orizzonte, sei anni di psicoterapia, una famiglia e un figlio – cui era dedicato l’album “Raoul & the kings of spain” – grazie al quale ha riacquistato una certa ‘leggerezza’ esistenziale; di fronte la sfida che sempre porta un album di nuove canzoni e, in più, anche una possibile riunione con il suo ex-pard Curt Smith per un nuovo capitolo della saga Tears for Fears. E, in mezzo, una piacevole sorpresa: quella di scoprire che Mr. Orzabal ha una memoria di ferro...Ehi, ma noi due ci siamo già visti...
E’ vero... ai tempi di “The seeds of love”. Te ne ricordi? Impossibile...! Mi sembra passato troppo tempo...
Non sei cambiato molto, comunque... un po’ di capelli grigi, sei ingrassato un po’...
Un po’?....un bel po’! Comunque anche tu sei rimasto lo stesso...
Sì, più o meno... ho qualche capello grigio in più, non sono ingrassato...forse sono un po’ rincoglionito...(risate)
Visto che non fai dischi da un po’, eri preoccupato di ritrovare sulla scena lo stesso spazio che avevi ai tempi dei Tears For Fears?
Mi rendo conto che dal tuo punto di vista è difficile credere che dopo aver suonato a lungo in una band come i Tears For Fears una persona possa arrivare al punto di ritirarsi per un po’ e di sentirsi un perfetto sconosciuto nella vita di tutti i giorni. E’ pazzesco, perché soprattutto in Gran Bretagna i Tears For Fears erano conosciuti, eppure è soltanto internet, attraverso i messaggi dei fans, che mi rimanda indietro l’immagine del mio passato musicale, di quanto un gruppo come il nostro potesse essere famoso. Per il resto sono stato sufficientemente alla larga dai media, per cui... per il resto è anche piacevole ritornare a fare un po’ di promozione, in ogni paese hai degli amici, delle persone da rivedere...
Ti senti in qualche modo responsabile della tua produzione musicale attuale quando le persone ti ricordano del tuo passato?
L’unica cosa per cui mi sento responsabile, oggi come allora, è la qualità della musica. Per il resto le cose non sono cambiate poi molto: suono ancora il basso, vado in vacanza con la mia famiglia, vado in studio a lavorare quasi tutti i giorni... più o meno faccio le cose che fa ogni persona normale fa.
Per lungo tempo, soprattutto all’indomani della dipartita di Curt Smith, sei stato identificato con i Tears For Fears. Cosa ti ha portato adesso a fare un album come solista? Immagino che la tua etichetta avrebbe preferito pubblicare un nuovo album del gruppo...
Certo. Le major erano interessate ad un nuovo album dei Tears For Fears. Per me il gruppo ha una storia molto lunga, che è iniziata nel 1980, quando io e Curt avevamo soltanto 18 anni. A quel tempo eravamo dentro le teorie di Arthur Janov e della sua terapia dell’urlo primordiale, i suoi libri erano per noi la filosofia, la nostra religione, e da qui è iniziata la storia del gruppo. Anche il nome di Tears For Fears viene da lì, e se cerchi nei nostri testi troverai un profondo legame tra quello che abbiamo fatto e quel percorso, che si è concluso con l’album “Raoul & the kings of Spain” e con la nascita di mio figlio Raoul, che ha coinciso con la mia ‘liberazione’. “Raoul & the kings of Spain” è un album che ho impiegato anni per terminare, e dopo averlo fatto ero un uomo felice. Non importa se non ha venduto quanto “Songs from the big chair”, da un punto di vista compositivo e musicale è veramente un album molto importante, nel quale riesco finalmente ad avere il mio suono. Dopo averlo fatto, dopo aver completato quel percorso, mi sono anche reso conto di essere distante da quello che oggi può essere considerato il mercato. Forse perché sono diventato più sicuro di quello che faccio... così non volevo fare un altro album a nome Tears For Fears, e mi sono avventurato in un territorio molto incerto: non avevo una etichetta discografica, il rapporto con il mio management era scaduto e inoltre non avevo voglia di prendere alcun impegno preciso che non fosse quello di fare ancora musica, e registrare le cose migliori. Poi è arrivata Emiliana Torrini, e il progetto di produrre il suo primo album: è stato un incontro importante con una persona molto giovane ed entusiasta della musica. Fare il suo album è stata la cosa giusta al momento giusto. Ho iniziato nuovamente a registrare qualcosa per me, e ho scoperto che alcune delle canzoni registrate in precedenza erano molto buone. Così ho deciso di mettermi a lavorare all’idea di un nuovo album.
In quale tipo di mood sei quando ti trovi a scrivere canzoni? Succede durante il giorno, normalmente, oppure in determinati momenti e situazioni?
Credo che scrivere canzoni sia il risultato naturale dello studio e dell’esplorazione della musica. Si va in studio, si suona, e lentamente si entra in quella dimensione in cui provi a sperimentare diverse successioni di accordi, di suoni. Attacchi una chitarra acustica a un amplificatore, fai partire il registratore... non chiederlo a me, comunque, ci sono troppo dentro per poterlo spiegare.
E’ una cosa che ti dà sicurezza, comunque, lo scrivere canzoni?
Ci sono autori che scrivono rimettendo insieme i loro pezzi, altri che amano viaggiare con la fantasia. Per quanto mi riguarda entro in una sorta di dimensione da sogno diurno, per cui direi che più che darmi sicurezza, scrivere canzoni è un’esperienza rilassante.
Il tuo album non è affatto introspettivo, ma sembra più che altro rivolto ad allacciare dei ponti con la realtà esterna, anche musicale, raccontandola. E’ un procedimento molto differente da quanto fatto fino ad oggi con i Tears For Fears. Leggendo i riferimenti a quella che oggi è la tua musica preferita – Photek, Underworld, Prodigy – quanto questo album è nato senza alcuna forzatura e quanto avevi voglia di riflettere nel tuo disco i suoni dei tempi in cui viviamo?
Credo che abbia a che fare con entrambe le cose, ma credo che se guardi da dove vengo non potrai non notare il fatto che ho sempre lavorato a fondo con la tecnologia. Credo che sia una cosa molto affascinante, e quando ascolti i risultati raggiunti da molta gente con i suoi lavori non puoi non rimanere sorpreso. E di conseguenza tenere presente quel lavoro quando ti troverai ad affrontare il tuo.
Credo che l’unico genere musicale nel quale si sia fatta ricerca dal punto di vista sonoro è la dance, la techno: se ci pensi è una scena che è cambiata radicalmente, da quel punto di vista, mentre ad esempio i dischi rock rimangono molto simili a se stessi. Anche quando prendi il massimo che puoi avere - che so, i Radiohead o i Coldplay – è molto difficile stupirsi per suoni che non conoscevi, mentre nella musica elettronica è successo molto più spesso...
Sono completamente d’accordo, e questo è il motivo per cui ho iniziato ad avvicinarmi molto a quel tipo di musica. Molte canzoni che fanno parte del mio nuovo album sono nate in realtà come composizioni strumentali, anzi come successioni di loop e basi ritmiche su cui ho costruito il resto. Di fatto una sola canzone sull’album, “For the love of Cain”, è nata alla chitarra. Abbiamo addirittura fatto dei remix di alcune canzoni, e sono praticamente prive di cantato. Amo il fatto che esistano artisti capaci di creare suoni incredibili e renderli disponibili alla comunità, è una cosa che in questo momento mi affascina di più delle canzoni tradizionali.
Da cosa dipende secondo te questo legame tra dance e innovazione? Può essere anche il risultato di una ‘democratizzazione’ della musica – e conseguentemente delle idee – arrivata con la diffusione di massa dei computer?
Certamente sì, anche se non bisogna sottovalutare il ruolo che gioca il talento. Quello che succede con la dance music è che si tratta di una musica incentrata sul ritmo, e non richiede delle atmosfere compiute, mentre se lavori ad una canzone tradizionale non hai molti modi per poterti muovere. Al contrario, lavorare su un beat ti permette di considerare ‘spazio da riempire’ tutto ciò che c’è in mezzo, e quindi poter essere più creativo. La verità è che è il modo di scrivere le canzoni che non si è evoluto, anche nel caso dei Coldplay, che sono grandissimi ma non stanno facendo niente di nuovo. L’unica cosa nuova è la voce di quel gruppo, che è straordinaria, e comunicativa: ma quella è una cosa che ha a che vedere con le emozioni, piuttosto che con la tecnica.
Ti immagini in un futuro a fare un album di musica dance...che so, una cosa alla Fatboy Slim?
Non ci ho mai pensato davvero, però sì, non lo escluderei... Fatboy Slim è fantastico, credo che un album come il suo penultimo, “You’ve come a long way, baby”, sia un capolavoro assoluto. Trovo il suo nuovo lavoro meno riuscito, anche se capisco perfettamente dove vuole arrivare e lo ammiro molto.
Dimmi qualcosa sulla partnership con Alan Griffiths, che firma con te molte delle canzoni del nuovo album...
Lavoriamo insieme dal 1991, quando c’era ancora Curt nei Tears for Fears lui suonava la chitarra. Poi ha registrato con me “Elemental” e “Raoul & the kings of Spain”, e siamo andati insieme in tour nel 1996 – quando aveva ancora i capelli... -. E’ un uomo capace di campionare qualunque cosa, passa la vita in studio e quindi lavorare con lui è abbastanza facile. Abbiamo anche co-prodotto l’album di Emiliana Torrini...
A proposito, come è andato quell’album in Gran Bretagna? Da noi, forse anche per il fatto che il padre di Emiliana è italiano e il suo nome altrettanto, se n’è parlato un po’, anche se ho molti dubbi sul suo successo...
La stampa è uscita bene, anche le radio e la tv l’hanno seguita per un po’, ma onestamente non credo che il disco abbia riscosso quanto meritava in termini di vendite. Credo che abbia pagato il fatto di non seguire una corrente artistica ben precisa. So che negli Stati Uniti le cose hanno funzionato bene, per cui ci sarà una seconda possibilità.
Lavorerai al suo secondo album?
Sì, ma soltanto come autore di canzoni. Dal punto di vista della produzione Emiliana non ha ancora voglia di legarsi troppo ad un solo produttore e a una concezione del suono unica. Credo che faccia bene, dopotutto.
A proposito della terapia dell’urlo primordiale di cui parli come origine dei Tears For Fears, hai fatto una battuta sull’esperienza fatta da Lennon – sei mesi in terapia – forse sin troppo pubblicizzata rispetto alla sua reale portata. Tu sei stato in terapia sei anni: pensi che sei mesi possano bastare per arrivare a qualche risultato?
No, non credo. Poi dipende da ciò di cui hai bisogno. Se perdi una persona cara, e non riesci a sfogare la tua sofferenza, probabilmente un periodo di sei mesi può bastarti come terapia d’appoggio e aiutarti a trovare il modo per liberarti. E’ successo a mia moglie, qualche tempo fa. Ma se hai intenzione di lavorare su di te, di scoprire chi sei e in quale modo fare tesoro delle tue esperienze, allora avrai bisogno di anni. Noi tutti invecchiamo, anzitutto fisicamente, ma non abbiamo tempo sufficiente per integrare dentro di noi le cose di cui facciamo esperienza. Così a volte hai bisogno di tornare indietro, per verificare il funzionamento di quelle parti di te che hanno smesso di svilupparsi quando magari avevi soltanto cinque, o sei, o nove anni. Riuscire a entrare in quell’ingranaggio ti permette di rendere i tuoi processi mentali più fluidi, e di arricchire con le nuove esperienze il bagaglio che ti porti dietro. Molto spesso, invece, quando la mente si trova ad aver bisogno di qualcosa, supera le esperienze più recenti – proprio perché non le ha assimilate – e torna a prendere spunto da quelle di molti anni fa. E’ per questo che spesso ci sembra di fare più volte lo stesso errore e di non riuscire a venirne fuori. Eppure continuiamo a farlo.
Cosa c’era di sbagliato nel successo che hai avuto con i Tears For Fears, visto che a un certo punto hai pensato bene di scansarlo?
Credo che sia arrivato troppo presto. La nostra non è stata certo la storia di una band che fa anni di gavetta prima di cogliere un inaspettato successo. Al nostro terzo singolo eravamo già primi in classifica, con tutto ciò che questo comporta. Siamo diventati delle giovani popstar, e per quanto mi riguarda era troppo presto. Avere un milione di sterline a 24 anni è una cosa che ti cambia la vita. Ho iniziato a diventare sospettoso, cupo, molto ripiegato in me stesso. Sono riuscito a uscirne soltanto verso i 30 anni.
Ai tempi dei Tears For Fears giravano leggende sul tuo conto per cui era difficile intervistarti per più di dieci minuti senza farsi mandare a quel paese. Adesso la situazione sembra cambiata...
Sì, perché io sono cambiato. E anche perché i giornalisti si dimostrano molto più rispettosi di una volta...
Ok, “Tomcats screaming outside” è uscito: cosa succederà adesso?
Non lo so, non escludo niente. Direi che il primo passo sarà verificare l’interesse del pubblico nei vari paesi e la capacità che avrà la mia etichetta di promuoverlo. Poi, se i riscontri saranno soddisfacenti, si potrebbe anche ipotizzare un tour. Comunque sono anche preparato all’idea di avere poco successo.
Davvero? Non deve essere facile...
Infatti non lo è, ma finché avrò la possibilità di permettermi del buon vino bianco francese sopravviverò!
Ho letto da qualche parte che tu e Curt Smith, l’altra metà dei Tears For Fears, vi siete rappacificati e che meditate addirittura di tornare a suonare insieme. Cosa c’è di vero?
Abbiamo scritto alcune canzoni insieme, e le abbiamo anche registrate. Certo, c’è molta attesa sul fatto di rivederci insieme, ma credo che per ora la cosa migliore sia stata quella di riavvicinarci. Quando si litiga in un gruppo, è un po’ come divorziare, e i sentimenti che salgono a un certo punto sono i peggiori che tu possa avere. Non ci siamo parlati per nove anni, e adesso la cosa più importante, più della riunione, è aver fatto pace.
Come è accaduto?
Avevamo ancora delle cose in sospeso dal punto di vista legale. Dovevo fargli un favore amministrativo, e così lui mi ha mandato un fax di ringraziamenti dicendomi di chiamarlo, perché non aveva il mio numero di telefono. Gli ho mandato una mail con il mio numero di telefono e lui mi ha chiamato. E adesso eccoci qua.
(Luca Bernini)