I progetti del cantautore cuneese nell'intervista di Rockol...

Gianmaria Testa è un'artista fuori dagli schemi, così come i suoi progetti: dopo il primo successo, nato lontano da casa, in Francia, è ritornato in Italia per un album, “Il valzer di un giorno”, inciso con Piermario Giovannone, in cui rivisitava in chiave “nuda” e totalmente acustica alcune delle canzoni incise per i dischi precedenti. Uscito recentemente e distribuito solo nelle edicole, il disco ha avuto un ottimo riscontro anche di vendite. Gianmaria, però, è attivo anche per una densa serie di collaborazioni dal vivo particolari. Per conoscere questi progetti Rockol ha voluto incontrarlo.
Lontanissimo da ogni parvenza di business, il cantautore cuneese si è creato poco a poco una sua dimensione sia artistica che di pubblico. Probabilmente la chiave per capirla sta nel suo spiccato senso etico e nella sua semplice e serena onestà intellettuale. Che sa di provincia e che viene fuori anche quando gli si chiede delle influenze che si colgono nella sua musica.


Riguardo al tuo ultimo album hai parlato di un concetto che ti sta molto a cuore, quello di “canzone nuda”. Puoi parlarcene?
Da sempre penso che la canzone abbia bisogno di tre elementi fondamentalmente, e sono un buon testo, un’armonia e una melodia. Le tre cose possono suscitare quell’alchimia che poi diventa una bella canzone. Sono anche sufficienti. Siccome poi tutte le canzoni le scrivo sulla chitarra, anche quando immagino ad esempio che saranno per pianoforte, le ho semplicemente riportate alla loro origine.
Con Piermario Giovannone collaboro da tantissimo tempo ed è lui quello che per primo ascolta le mie canzoni nuove ed è il primo che ci mette qualche nota, che ci fa dei ragionamenti. Poi essendo uno scrittore di poesie ha un’attenzione veramente speciale per il testo. Dopo più di cento
concerti fatti in duo insieme ci siamo detti “perché non registrare questa cosa così, semplice com’è?”. E la cosa incredibile è che un progetto pensato per l’Italia, anche con una forma di distribuzione nelle edicole, ha trovato riscontro in Europa e non solo.

Tu lavori spesso a progetti collaterali con molti altri musicisti…
Io non li considero nemmeno collaterali. E’ sempre un privilegio suonare con questi musicisti. Io trovo che spesso la canzone d’autore abbia avuto la tendenza a ghettizzarsi, perché in definitiva chi scrive canzoni spesso è molto solo con se stesso, ci sono anche piccole invidie. A me questo interessa poco, quel che interessa è che la musica, in senso lato, è talmente vasta, bella, piena di possibilità che mi sembra ridicolo chiuderla in un meccanismo come fare un disco, la promozione e poi la tournée. Non ne ho proprio voglia.
Se mi chiedessero di fare così, anche se funzionasse, direi di no, semplicemente perché mi annoierei. Mi sembrerei uno che dopo un po’ si parla addosso.
E poi per me sono di grande stimolo queste collaborazioni. Ogni volta non si può immaginare cosa si impara da uno come Cesar Stroscio o Enrico Rava o Paolo Fresu e così via. Ogni volta sai una cosa in più. E io spero di dare a loro altrettanto.

Ci sono canzoni tue molto belle che non hai mai messo sui dischi. Come mai?
Ho tanti pezzi nel cassetto. Ma una canzone di successo per me è una canzone che era talmente forte all’inizio, quando l’hai scritta, e che descriveva talmente bene una sensazione che poi anche a distanza di trent’anni te la ritrovi. Altre erano state ispirate da un soggetto, da un’emozione che non c’è più e che non ritrovi più dentro di te. E cantarle solo perché sono teoricamente belle a me non interessa.
Io sono sicuro che buona parte del mio successo all’estero nasce perché la gente sa che io non inganno il pubblico. Si capisce se tu sali sul palco per raccontare delle balle oppure no. Non so come avvenga ma sono certo che avviene. Io non faccio uno spettacolo, faccio un concerto in cui propongo delle emozioni vere tradotte in canzone. A volte sono ironia, a volte sono auto-ironia, a volte sono pianto, a volte sono riso, però sono sempre vere. E io stesso cantando una canzone ogni volta ritrovo l’emozione che l’ha generata.
Abbandono delle canzoni perché non le ho più dentro. E quindi se non le ho più dentro come faccio a trasmetterle? Chi se ne frega se il pezzo è bello o brutto, l’importante è che trasmetta qualcosa. Se poi qualcun altro trovasse le motivazioni per cantarlo a me andrebbe benissimo.

Pensi quindi di dare canzoni tue ad altri, come è già successo con la Mannoia e con Nada?
Mi rendo conto in questo che sono rimasto un contadino… Io ho un approccio artigianale con la canzone. Non riesco ad impedirmi di dare un sacco di suggerimenti a chi le canta. Ho avuto fortuna perché Fiorella è una di quelle che meglio interpreta le canzoni d’autore e Nada ha di suo un background invidiabile e quindi sa esattamente che cos’è una canzone. Però sono nello stesso tempo titubante. Non darei le mie canzoni a chiunque.
Se poi le cantano senza chiedermelo va bene. Ad esempio Fiorella ha scelto una canzone che era già stata pubblicata, mentre Nada mi ha chiesto proprio di scriverle una canzone. Quindi l’ho pensata proprio per lei. Magari me l’avesse chiesta un altro avrei detto di no, anche se potenzialmente avesse potuto vendere venti milioni di copie.

Spesso ti si associa a Conte, a Fossati, a De Gregori. A volte, in concerto, hai spiegato qual è il tuo modo di proporre le cose a questo proposito.
Io, da una parte, capisco l’esigenza giornalistica di collocare qualcuno, semplicemente perché poi diventa di più facile trattazione. Ed è evidente che io sono più vicino al mondo di De Andrè, Conte, Fossati, De Gregori, Capossela che non a quello di Michael Jackson o di Sting. Su questo non ci piove. Però mi pare che questa urgenza di classificazione dovrebbe essere almeno mitigata da un ascolto attento, cosa che succede abbastanza raramente.
Devo dire che comunque non mi preoccupa per niente, nel senso che a me non importa se utilizzo un modello già utilizzato per dire una cosa. Sarebbe preoccupante se lo utilizzassi perché penso che poi funzionerà. Ma io non lo faccio per questo. Ad esempio se io, parlando in una canzone di serate, dico “vestite d’azzurro e d’amaranto”, lo faccio apposta a usare un colore-simbolo, un colore feticcio di Paolo Conte. L’ha detto bene lui e io voglio dire una cosa molto simile. E non mi preoccupa questo fatto. Mi preoccupa di più chi, cercando un’originalità tout-court, fa delle stupidaggini. Alla fine se tu racconti una tua verità sei per forza originale. Se gli altri se ne accorgono bene, se non se ne accorgono pazienza. Se tu racconti quello che senti essendo te stesso va bene, ed essendo te stesso per forza assomigli a tutte le cose che hai amato e odiato nella tua vita. E’ pressoché inevitabile. Mi sembra una preoccupazione più giornalistica e di case discografiche che vogliono per forza crearti una nicchia e farti i capelli blu così sei più riconoscibile. Però a me è un discorso che proprio non importa. Mi preoccuperebbe se io lo facessi per piacere agli altri, ma io so che dentro di me non scrivo mai per questo. Se poi piaccio va benissimo, come tutti ho bisogno della pacca sulla spalla.

Al di là delle influenze artistiche mi pare che in Piemonte si stia creando una sorta di scuola cantautorale: i due Conte, tu, diversi giovani che non sono ancora noti. Ci sono dei tratti comuni musicali e letterari. Che ne pensi?
Non saprei dirti. Sicuramente posso dire che una cosa che l’industria discografica non potrà mai fare è instaurare delle omogeneizzazioni. I luoghi hanno importanza, i luoghi ti modellano. Quelli che hai citato sono nati, vissuti e cresciuti in Piemonte, il loro imprinting è questo. Non puoi scrivere come un napoletano se sei nato a Casale Monferrato, è impossibile perché ti manca quel tipo di timbro, di suono, di sole, di prospettiva o di non-prospettiva. Un conto è vivere tre mesi l’anno nella nebbia e un conto è vederla una volta ogni dieci anni. Non penso che sia una scuola ma che siano le benefiche influenze della terra, quindi delle radici. Penso che questo conti molto.


(Francesco Casale)

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