Non ci si lasci ingannare dal titolo, apparentemente perentorio, in realtà giocoso e ironico. “Not one word” è il progetto “senza una parola” di Ivano Fossati, annunciato da tempo, a lungo rimandato e ora concretizzato. Un disco che mischia le carte in tavola della canzone popolare, perché è fatto di riferimenti popolari (la musica da film, il jazz, il tango), ma non di canzoni, almeno nel senso tradizionale del termine.In questa lunga chiacchierata con Rockol, Ivano Fossati ne racconta la genesi e la lavorazione, anticipando anche i progetti futuri della sua doppia vita.
Di questo progetto strumentale si è parlato a lungo, addirittura già ai tempi de “La disciplina della terra”. Come mai esce solo ora?
E’ un progetto che ha richiesto una lunga gestazione. Se lo avessi realizzato allora, ne sarebbe uscito un lavoro completamente diverso. In questi due anni e mezzo trascorsi dal primo annuncio fino ad oggi l’idea è cambiata, si è modificata fino a diventare quella che è finita su disco. E’ questa la ragione del ritardo: sentivo che l’idea stava cambiando e avevo timore ad affrontare un progetto che neanche io avevo ancora ben chiaro.
Com’e nata l’idea di portare in primo piano quelle trame strumentali che sono sempre state presenti nella tua musica?
Alla base c’era il desiderio di utilizzare il pianoforte, di provarmi su certe tessiture musicali nuove, c’era la voglia di fare un salto. Un salto che non è piccolo, ma grande: la rinuncia alla parola è una svolta importante per uno che ha scritto canzoni per trent’anni. Scrivere canzoni significa scrivere pensieri: più o meno riusciti, più o meno alti, ma sempre pensieri. Significa quindi usare le due ruote dell’espressione musicale, testo e musica. E, poi, nel mio caso, sono riuscito a fare quello che desideravo dall’inizio della mia carriera: io volevo suonare, mi sono sempre considerato uno che, cantando, aveva sbagliato mestiere. Può darsi che a cinquant’anni abbia riequilibrato questa situazione. Se per tutti questi anni ho desiderato fare una cosa di questo genere, significa che c’era una brace forte che covava.
Il progetto esce come “Ivano Fossati Double Life”. Perché quest’aggiunta nell’intitolazione?
Intanto perché questo progetto andrà avanti. Intendo Double Life come un’entità artistica diversa da me che scrivo canzoni. Era per dare un segnale netto: non un autore di canzoni che si mette al pianoforte e scrive anche della musica, ma uno che reinventa completamente la propria vita artistica. Io credo che, se mi riuscirà, porterò avanti queste due maniere di esprimermi, una con la parola, una con la musica.
Il disco ha un titolo inglese, e buona parte delle composizioni hanno titoli stranieri. Come mai?
E’ una scelta voluta, per sottolineare che una volta che si rinuncia alla parola allora qualunque parola in qualunque lingua ha senso. Un titolo può diventare più evocativo in spagnolo o in francese.
A proposito di titoli: abituato a titolare le proprie canzoni in base alle parole che ne fanno parte, come ti sei regolato nel titolare le composizioni di questo disco, che di parole sono prive?
Per la prima volta mi sono trovato nella posizione in cui si trovano tutti i compositori puri, come i jazzisti. In questi casi o si rinuncia completamente alla profondità del significato, dando titoli fittizi, oppure si caricano le proprie composizioni di significati precisi. Io vengo da un’attività di composizione, come quella delle canzoni, in cui il titolo è fondamentale e deve essere ben radicato dentro il significato della canzone. Quindi non posso fare a meno di significare un pezzo musicale con un titolo adeguato. Mi sono trovato per la prima volta di fronte ad una situazione per me problematica, che non conoscevo: il vuoto di parole ma non di significato, al quale bisogna dare un nome.
In questo disco affiorano diverse influenze musicali…
C’è il tango, c’è la musica da cinema, ci sono i pianisti. “Not one word”, per esempio, è venuto fuori dal pianoforte dopo aver ascoltato Ahmad Jamal, anche se poi non gli assomiglia per niente. Quando si apre questa enorme finestra e si pensa che si ha di fronte tutto il possibile musicale, è una situazione pericolosissima... E’ come se i tuoi binari, stretti e rigorosi, fossero saltati. In questa meravigliosa selva di cose che ti attirano bisogna trovare la propria strada espressiva. E’ stato difficilissimo, ma anche uno dei lavori più entusiasmanti che abbia fatto negli ultimi anni.
Tra i pianisti c’è qualcuno che a cui ti senti vicino in questo disco? Verrebbe da dire Keith Jarrett…
Come chiunque metta le mani più o meno bene sul pianoforte, adoro Jarrett. Però, se devo pensare a qualcuno che ho nella mente ogni volta che suono, dovrei citare John Lewis del Modern Jazz Quartet. Al mio livello, infinitamente più basso, ricordo un suo modo di armonizzare, di portare gli accordi, forse perché sono cresciuto ascoltandolo.
Tra tutti i brani originali, ce n’è uno che, di fatto, è uno standard, “Besame mucho”... Com’è nata l’idea di questa inclusione?
Mi sembrava una cosa dovuta, innanzitutto al mio divertimento, perché è un brano che mi piace molto suonare. Poi dovuta al pubblico: prendendo a pretesto il racconto della storia della sua autrice, Consuelo Velasquez, l’ho suonata dal vivo negli ultimi due anni con grande successo. Così ho pensato che a molti avrebbe fatto piacere riascoltarla. Poi è un brano a cui sono molto affezionato.
Il disco non esce per la Columbia, la tua tradizionale etichetta, ma per la sorella Sony Classical. Non è impegnativa, come scelta?
Ci abbiamo pensato assieme tutti, perché essere pubblicati da quest’etichetta ha un suo significato e può essere scambiato come un atto di presunzione. Per cui ho lasciato che decidessero loro: la Sony Classical fa le proprie scelte su cosa pubblicare direttamente in America, e io mi sono sottomesso volentieri, inviando loro tre-quattro composizioni . E’ stato un ulteriore esame che ho affrontato volentieri. Poi la Sony Classical ha creato un recinto per gli anomali, per i pazzi. Un disco come il mio non viene pubblicato insieme a quelli di Mozart, ma insieme a quelli di musicisti che provano a fare un tipo di musica difficilmente etichettabile, che diversamente non avrebbe un territorio. Così mi sono trovato in buona compagnia con Joe Jackson, con Ryuichi Sakamoto...
Questo progetto prelude anche ad una “doppia vita” dal vivo?
Per il momento no. Ho in mente che “Double life” sarà un progetto di studio, e se si porterà dal vivo succederà tra un bel po’ di tempo. Deve sedimentare, io stesso devo capire come farlo e se ho voglia di farlo...
Per quanto riguarda l’altra vita, quella delle canzoni, ci sono progetti in corso?
Ho in mente di realizzare un disco di canzoni intorno al 2003, anche se la data si sposta sempre più in là perché trovo sempre altre cose da fare che inquietano la mia casa discografica. Ma, certo, c’è in progetto più di un album...
(Gianni Sibilla)