Il 'beautiful loser' del rock si racconta a Rocko...

L’uomo invisibile è tornato: Mark Eitzel è un outsider del rock, uno dei “beautiful loser” più grandi di sempre. Leader di una band, gli American Music Club, che non ha fatto storia in termini di vendite, ma rimane una delle più importanti band di culto degli anni ‘90, Eitzel ha avuto una carriera solista altalenante. Dal pregevole esordio di “60 watt silver lining” alla collaborazione con Peter Buck (R.E.M.) in “West”, al discontinuo “Caught in a trap”. Poi una lunga pausa, tre anni, prima del ritorno con “The invisibile man”. Un disco che certamente non è la miglior prova di questo songwriter, che sembra non sfruttare appieno tutte le proprie possibilità, soprattutto quelle interpretative; ma comunque un’occasione per scoprire un nome troppo spesso dimenticato o lasciato all’esclusiva di pochi affezionati fan. Rock ha raggiunto Eitzel al telefono nella sua San Francisco, per farsi raccontare che...

“The invisibile man” è il tuo primo disco da un po’ di tempo, da tre anni a questa parte per la precisione…
Hai ragione. Questo disco, comunque, l’ho iniziato nel novembre del 1998: ho lavorato a casa di un amico che stava costruendo uno studio. Abbiamo registrato 15 canzoni, di cui poi, non si è più fatto nulla. Nel 1999 ho iniziato a pensare di fare un disco di cover, che non sono riuscito a finire. Poi ho provato a reincidere le canzoni del 1998 con una band, ma anche in questo caso non sono riuscito a finire il lavoro. Ho provato a ad incidere altre canzoni con un’altra band, ma anche in questo caso non ha funzionato.. Per cui mi sono comprato un computer e ho reinciso tutto questo materiale da solo. Fortunatamente avevo già un’etichetta, la Matador, che mi aspettava e che voleva pubblicare il disco...

Così sei finito a lavare da solo al disco. Come ha influenzato il risultato finale questo processo così tortuoso?
E’ diventato molto più intimista. Non dovevo spiegare a nessuno cosa fare e come volessi che venisse fatto. Mi sedevo a lavorare finché non finivo, avevo il controllo totale.

La contaminazione con la tecnologia è inedita, nel tuo lavoro, di solito più orientato verso la tradizione rock...
E’ vero: ho registrato la maggior parte delle tracce su un sequencer. Avevo già usato il computer, ovviamente, perché nella musica da diversi anni a questa parte non si può evitare di farlo. Ma è la prima volta che si sente apertamente.

La contaminazione sembra essere di moda, se pensi a cantautori come David Gray, che hanno meno carriera di te, ma molto più successo…
Non sto cercando di essere alla moda. Come ho detto, è capitato: ho cercato di incidere due volte con la band, senza riuscirci. Non era mia intenzione, è semplicemente capitato e mi ha reso tutto più semplice. Vorrei tornare a lavorare con una band, però… Ma ora sono un “Invisibile man”, come recita il titolo… (ride…)

A proposito di titolo del disco…
E’ semplicemente preso da una canzone, nulla di più, se non il fatto che certe volte la gente sembra non vedermi; magari qualcuno mi viene addosso al supermercato o mi pesta un piede sul bus, come se non ci fossi (ride…). Ma è quasi una battuta….

In questo disco, non sembri voler usare la grande estensione della tua voce, come ti è capitato di fare in altri dischi….
E’ un frutto dell’aver lavorato con il computer: mentre lo stavo incidendo, stavo capendo anche come fare da ingegnere del suono, per cui guardavo in continuazione il meter, cercando di non andare in distorsione; così ho finito per cantare in modo più soft. Forse è anche per questo che il disco suona più intimista.

Cosa pensi oggi degli American Music Club? Sono finiti per diventare un gruppo di culto, uno dei segreti meglio conservati del rock… Non hai qualche rimpianto al proposito?
No, ne sono orgoglioso. Abbiamo lavorato duro, non ci siamo mai svenduti, né siamo scesi a compromessi. Ma cerco di non guardarmi alle spalle con troppi rimpianti. Forse per avere più successo, avremmo dovuto fingere di essere più stupidi, forse, invece di giocare a fare gli intelligenti... Sicuramente abbiamo perso un sacco di tempo a fare cose “contro”, contro il sistema, contro quello che succedeva. Eravamo più interessati a dare uno shock al pubblico, piuttosto che del rock, se capisci cosa voglio dire… Se avessimo davvero deciso di fare musica più commerciale, l’avremmo fatta, ma nessuno di noi era davvero interessato. A me sarebbe anche piaciuto, ma agli altri decisamente meno. Certo, mi sarebbe piaciuto che il gruppo fosse durato più a lungo.

Ha sentito “Come on beautiful”, il disco tributo agli AMC che è stato recentemente realizzato?
Si, e mi piaciuto, soprattutto il brano degli Idaho, che è persino meglio della versione che ne abbiamo fatto noi… Ma non sono stato coinvolto in alcun modo nel progetto. Mi hanno semplicemente chiesto cosa ne pensassi, e ho risposto lo loro che non approvavo né disapproavo, semplicemente non volevo essere coinvolto nella realizzazione del prodotto.

Gli AMC sono stati uno dei gruppi chiave della scena di San Francisco, dove tu vivi tutt’ora. Come è cambiata musicalmente la città?
C’è ancora una buona scena. Ci sono buone band e buoni locali, ma la città sta cambiando. Un sacco di gente sta ritornando in città e, dato che siamo su una penisola e che quindi non si possono materialmente creare nuovi spazi, gli affitti stanno andando alle stelle. E questo sta complicando la vita ai musicisti, che fanno fatica a sopravvivere in città con quello che guadagnano. Ma ci sono comunque molte band.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Dopo il tour forse finirò il disco di cover di cui parlavo prima, che ho solo iniziato. Ho scelto canzoni prevalentemente degli anni ’70, roba tipo Curtis Mayfield, ma ho scelto anche pezzi più strani: l’altra sera mi sono messo a incidere “Do you really want to hurt me” dei Culture Club…


(Gianni Sibilla)

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