Raiz e soci compiono dieci anni e li festeggiano con un nuovo album…

In questi giorni ricorre il decennale della nascita degli Almamegretta. Che, simbolicamente, festeggiano l’anniversario come di consueto. Senza parole, feste, o inutili celebrazioni. Gli Almamegretta fanno l’unica cosa che potrebbero fare e che – chi li conosce bene – potrebbe aspettarsi da loro: pubblicano un nuovo disco, “Imaginaria”. Lavoro, più di sempre, caldo e sensuale, come la terra che gli ha dato i natali.
Per l’occasione Rockol ha incontrato un Raiz già in tenuta estiva: ciabatte in pelle nera e maglia aperta sul petto a mostrare un colorito mediterraneo davvero invidiabile. Ma Raiz non è un’esteta e neppure sembra interessarsi a quegli atteggiamenti che artisti come lui – stimati e ricercati soprattutto all’estero – potrebbero permettersi di avere. Raiz, quando parla, ti guarda negli occhi; ed è un attento osservatore. Come quando si impunta spiegandoti che quello che è appeso alle tue spalle non è un ritratto fedele di O’ Zulù dei 99 Posse; perché “l’espressione della sua faccia non è quella. Luca è di una bontà assurda e quella caricatura, al contrario, è cinica”. O quando, inaspettatamente, dichiara la sua passione per Whitney Houston. Raiz non si cimenta in discorsi prettamente legati alle sette note; dentro le sue parole sono raccolte tematiche profonde e vaste, quasi quanto le influenze multi etniche che da sempre caratterizzano le atmosfere create dagli Almamegretta. Musica, la loro, fatta da anime che non hanno mai smesso di migrare.


Dieci anni nel mondo della musica e altrettanti dischi accomunati dalla cadenza piuttosto regolare della loro uscita. Cos’è cambiato dagli inizi?
E’ cambiato tutto da quando abbiamo cominciato. Abbiamo iniziato molto ingenuamente come gruppo “di cantina”. Tra l’altro avevamo altri lavori, facevamo altre cose… Non ci saremmo mai aspettati di poter vivere di musica e di avere come unica occupazione quella. Poi, per forza di cose, è cambiato anche il nostro approccio nei confronti della musica. Se all’inizio era una specie di hobby, dopo un po’ è diventato un punto fisso nella mente, perché ognuno di noi cominciò a porsi degli obbiettivi sempre più ambiziosi.

Questo vi ha portato a sentire una maggiore responsabilità?
Si. Perché nel momento in cui firmi un contratto discografico devi dare molto e lo devi fare al meglio. Hai un pubblico da “accontentare” e da non deludere. Hai i discografici da accomodare e non “scontentare”. Quindi, le cose inevitabilmente cambiano. E cambia il modo di avvicinarsi alla musica, anche se, devo ammetterlo, noi ci siamo sempre ritagliati una buona percentuale di autonomia. Noi cerchiamo di farci toccare quanto meno è possibile da questi effetti e di vivere il ruolo di artista dal punto di vista di quello che lo fa per professione. Il nostro è un lavoro davvero contraddittorio. Fai i dischi per venderli – perché l’unica ragione per cui fai i dischi è venderli – perché altrimenti puoi anche non farli. E’ un prodotto che viene commercializzato ma c’è la tua anima dentro. Quindi devi trovare un compromesso tra il fatto che quello è un prodotto che va venduto e il fatto che quello stesso lavoro contiene qualcosa di tuo. L’arte per l’arte non esiste. Se fosse così uno potrebbe fare dei dischi estremamente stravaganti per poi essere tagliato dalle case discografiche. Sto parlando di fatti reali, che accadono spesso.

La vostra musica è comunque poco commerciale e, tra le altre cose, è cantata in un dialetto, quello napoletano, che è una vera e propria lingua a se stante…
Rimane il fatto che un certo margine di comprensibilità lo deve avere. Deve focalizzarsi su un punto ben preciso, deve raggiungere quell’obbiettivo che ci si prefissa. Poi, che sia commerciale o meno, è un altro discorso. Anche se vendiamo a tre persone, quelle tre devono trovare nel nostro lavoro coerenza. Ci deve essere una trama ben precisa: il linguaggio musicale, al di là del fatto che sia cantato in italiano piuttosto che in dialetto, deve avere un minimo di fruibilità.

Quando avete cominciato a suonare nelle cantine, anche se era un hobby, avevate già una certa idea di come sarebbero andate le cose?
No, è venuto tutto giorno dopo giorno. Abbiamo iniziato come gruppo di cover reggae e di musica dub. Giravamo nei locali. Poi un giorno quasi per ridere ho tradotto un pezzo reggae in napoletano e il risultato era davvero molto buffo. Dopo che ho cantato il brano agli altri ci siamo accorti che non era per nulla male. Ci sembrava avesse un fascino particolare. In quel periodo eravamo appena tornati da Londra dove avevamo passato diverso tempo: lì si iniziavano a sentire le prime cose dell’Asian underground, come lo chiamano ora, con DJ anglo-indiani che facevano musica techno e heavy beat con campioni di voci indiane o pakistane. Quando sentivamo quelle cose impazzivamo perché ci sembrava di essere al mercato di Napoli. Ci siamo accorti che c’era un punto di connessione. All’inizio scherzavamo sulla cosa, poi abbiamo iniziato a farlo seriamente. E’ stato un viaggio a tappe che ci ha portati da un punto all’altro e che ancora ci fa muovere.

Nei ringraziamenti di “Imaginaria” figurano nomi come Bluvertigo, Verdena, Afterhours, 99 Posse e 24 Grana. Da un lato la rabbia fredda del nord, dall’altro quella più calda e viscerale del sud. Cosa dovete a queste persone e quanto pensi abbiano influenzato la storia degli Almamegretta?
Quando si fanno i ringraziamenti nei dischi li fai per una particolare simpatia o perché hai incontrato quelle persone e ti ci sei trovato bene insieme. Per esempio l’incontro con i Verdena è avvenuto perché ci abbiamo passato un mese in studio. Eravamo in due sale vicine. Ci vedevamo spesso e ci siamo divertiti molto. Una domenica abbiamo anche fatto delle session insieme. Quando non dovevamo registrare, la domenica pomeriggio, andavamo in studio e passavamo due o tre ore a fare delle follie con batterie, tastiere, e le cose più strane. Con i 99 Posse c’è un rapporto decennale. Siamo quasi parenti… Poi, al di là del fatto che entrambi siamo musicisti, personalmente ho un ottimo rapporto con Marco e con Meg, rapporto che va oltre la musica. Ci conosciamo da molto prima che entrambi decidessimo di dedicarci alla musica.

…tra l’altro tu e Luca (n.d.r. O’ Zulù, leader dei 99 Posse) avete recitato in un dramma radiofonico tempo fa…
Si, ci siamo divertiti… Era un dramma scritto da un mio ex-compagno di scuola delle superiori. Quindi ci siamo ritrovati tutti in famiglia. Quella è stata davvero una bella esperienza, c’era anche Speaker Cenzou.

Recentemente ci sono state collaborazioni incrociate tra la napoletanità più consolidata rappresentata da gente come Pino Daniele e Enzo Gragnaniello, e i talenti di oggi come 99 Posse, 24 Grana e anche voi. E’ come se i “vecchi” cercassero forza nei giovani…
Devo dire che noi abbiamo preso moltissimo dagli altri. Per esempio credo che a uno come Pino Daniele dobbiamo tutto. Lui ha aperto una porta: musica seria, espressiva e bella altrettanto di quella che viene dall’America o dall’Inghilterra. Ha fatto capire che questo in Italia si può fare e si può fare in italiano o, meglio ancora, in napoletano. Per noi era una scoperta entusiasmante. Pensa soltanto che Napoli è l’estrema provincia sia dell’Europa che dell’Italia; mi ricordo che quando sono uscite le prime cose di Pino e lui faceva concerti, noi napoletani ci sentivamo al centro del mondo, quasi fossimo a New York. Sentivamo lo stesso fermento. Pino ha stabilito un vero e proprio standard “di linguaggio”. Credo che senza di lui certe cose non sarebbero accadute o comunque non saremmo arrivati dove siamo ora; ed è bello sapere che dopo tutto quello che ha scritto e fatto, poi si sia rivolto a noi o ai 99 Posse per avere nuova ispirazione. Lui ha chiamato noi e noi lui. E’ bello pensare che ci possa esser un ritorno. Lui ha dato tanto, poi gli Almamegretta hanno fatto delle cose e lui ha preso qualcosa da noi. Mi piacerebbe poter approfondire di più questo scambio, in futuro.

L’incontro con gli Asian Dub Foundation invece come è avvenuto?
Come tutti gli incontri che abbiamo avuto con gli artisti stranieri: casualmente. Ci siamo visti ad un concerto, abbiamo fatto un festival insieme, loro hanno ascoltato i nostri lavori e sono diventati nostri fan. Sono sinceri. Infatti parlano sempre di noi e sentono molta stima. Inoltre il loro manager, Bob Marshall, lavorava con Adrian Sherwood, che ha mixato uno dei nostri dischi. Quindi Bob ci conosceva già e in qualche modo la nostra musica gli era già arrivata. All’estero, tra gli addetti ai lavori, il nostro nome è piuttosto conosciuto.

Secondo te come mai in Italia riusciamo ad importare anche i prodotti underground più contaminati ed etnici mentre la cosa non riesce a funzionare al contrario?
Perché l’Italia ha un mercato locale. Io ho firmato con una major. Le major hanno una logica di esportazione che è molto semplice: se arrivi, nel tuo paese d’origine, nei primi dieci e ci rimani un bel po’, allora possono cominciare a considerare la possibilità di esportarti. Se questo non succede, non se ne fa niente. E non gli importa se tu hai lavorato con i Letfield, i Massive Attack o gli Asian Dub Foundation, tutta gente che è stata al primo posto in classifica. Non importa se conosci tutti, sei amico di tutti, sei stimato da tutti, quando vai in Inghilterra… non serve a niente. Devi essere dentro ai primi dieci. Però, guarda caso, quelli che nel nostro settore raggiungono la top 10, poi all’estero non li vuole ascoltare nessuno. La musica pop come quella di Eros Ramazzotti ancora può funzionare, se esportata. Ma un progetto come il nostro non ci riesce, perché la nostra scena di riferimento è quella dell’elettronica, dell’underground e del dub. Per fare un prodotto serio in questo settore non puoi arrivare nei primi dieci. In Italia non ti comprano, quindi automaticamente non sei esportabile. L’ultima cosa che potrebbe succedere è che, terminato il contratto con la major, firmi con una piccola etichetta, magari direttamente in Inghilterra o in America, o in Francia, come hanno fatto gli Asian Dub Foundation. La loro prima firma non è stata inglese ma francese. Noi siamo molto svantaggiati dal fatto di essere italiani. In Italia arrivano, bene o male, tutti i prodotti fatti nell’ultima cantina di Seattle. Poi è anche vero che in America, in alcuni negozi fuori di testa che hanno tutto, ho trovato anche il nostro disco…

Nelle parole degli Almamegretta c’è molta passione. Mi sono accorta che in quasi tutte le canzoni nomini il sole e descrivi paesaggi tipici del tuo paese. Quanto sei legato a Napoli?
Io non vivo più a Napoli, vivo a Roma e sono cresciuto a Milano. Comunque è vero quello che dici: la maggior parte dei napoletani che parlano della loro terra sono quelli che non ci abitano più. Napoli per me rimane comunque importantissima, anche se non sento la necessità di abitarci. “’Nata vota”, per esempio, è un brano dedicato a Napoli. Non parla di una donna o di amore: è Napoli. Per motivi personali ho litigato, con Napoli; ma rimane un posto fantastico. E’ il posto da dove provengono tutte le mie ispirazioni.

…ispirazioni che sembrano riflettersi anche nella grafica del disco, dove sono raffigurati alici, gamberi, polpi e persino una zuppa di pesce. Tutti frutti della tua terra, come il sole, che ricorre spesso nei tuoi testi. Calore, passione e profumo, insomma.
Si, è fatto di pesci presi al mercato del pesce. Questa è una sensazione che puoi riportare in vita quando non la vivi tutti i giorni. Parlo di me. Io racconto spesso di queste cose perché non le vivo sempre. Anche il fatto del sole… è vero, io scrivo sempre del sole perché è fondamentale, per me.

Come hai deciso di inserire due pezzi cantati in inglese?
L’ultimo pezzo del disco, “Rubb da dubb”, è un’improvvisazione fatta con lo stile giamaicano. Lo scorso anno veniva bene dal vivo, così quando ho sentito la base rifatta dai miei compagni ho pensato di cantarci su. “Crazy days & crazy nights” è dedicata a Bill Sherman, che è scomparso quest’anno e al quale io sono molto legato. Gli volevo dedicare un pezzo. Mentre componevo mi sono venute tante citazioni delle sue musiche in mente, perché lui scrive canzoni d’amore bellissime. Così ho pensato ad una storia d’amore vissuta con in sottofondo una colonna sonora scritta da lui. Di quel pezzo ho anche la versione in napoletano, però visto che era riuscita già bene così l’ho lasciata in inglese.

Inizialmente rientravate tra gli invitati del Tora! Tora! Festival organizzato da Manuel Agnelli, così come i 99 Posse, che all’ultimo sono usciti di scena. Cosa è successo?
C’è stato un problema con le date. Con tutta sincerità la data di Napoli non potevamo farla perché altrimenti ne avremmo dovuto cancellare un’altra a Padova. Noi viviamo di questo e il Tora! Tora! è un’iniziativa non profit e non porta soldi ai gruppi. Quindi abbiamo pensato che c’era il rischio di perdere entrambi i concerti, visto che spesso gli spettacoli sono organizzati dall’amministrazione locale delle città, e in questo periodo di magra e di elezioni politiche non si sa mai. In passato abbiamo avuto problemi di questo tipo. Ci divertiamo a fare i tour, ma è anche il nostro lavoro. E’ stata una decisione difficile. Però siamo rimasti in ballo per molto, e fino all’ultimo abbiamo cercato di riarrangiare le cose al meglio.

Tra pochi giorni invece comincerete un vostro tour. Come sarà lo spettacolo?
Sarà molto dance. Ci diverte. Anche perché il disco è fatto di musica che puoi ballare. Su disco cerchiamo di inserire un po’ di tutto; i dischi li rendiamo ascoltabili e ballabili. Invece per noi il live deve essere più coinvolgente dal punto di vista fisico, quindi sarà uno spettacolo basato sul movimento. Il 20 settembre poi saremo, se tutto va bene, a New York. Sarà la prima volta che suoneremo negli Stati Uniti. Il concerto è organizzato dall’Istituto Italiano per la Cultura, quindi ci sarà molta gente. Anche perché il 19 settembre è San Gennaro e due terzi degli Almamegretta si chiamano Gennaro, incluso me. Quindi quel giorno saremo anche alla festa dedicata a San Gennaro che si terrà a Little Italy. Sarà molto bello.

(Valeria Rusconi)

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