Rischiano, purtroppo, di passare alla storia come “la band del fratello di Dido”. Eppure i Faithless erano già un fenomeno – di nicchia, d’accordo, ma sempre un fenomeno – anni fa, quando animavano i rave sulle spiagge di Ibiza e del Costarica. E questa loro immagine da guru della dance music ha sviato leggermente prima la stampa, poi il pubblico, portando la band di Maxi Jazz, Rollo e Sister Bliss ad essere vista come la portabandiera della “chemical generation”, autrice mai dimenticata di quel mantra da dancefloor che è “God is a dj”. I Faithless, invece, sono molto di più. E Maxi Jazz, con quale abbiamo parlato dell’uscita del nuovo disco, “Outrospective”, ne è la dimostrazione più evidente e tangibile: enciclopedico conoscitore della musica sua contemporanea, preferisce parlare di religione e di arte piuttosto che abbandonarsi ad egocentriche discussioni su di se’ o sul proprio lavoro. Anche se, quando gli viene chiesto come mai le ultime canzoni della sua band si allontanino così tanto dagli standard techno, Maxi tranquillamente risponde: “E allora ? Non siamo una band techno o dance. Non lo siamo mai stati. Considerateci pure come un gruppo qualsiasi....”Cosa significa “Outrospective” e perché avete scelto questo titolo per il vostro nuovo album ?
La parola “Outrospective” è nata mentre eravamo in studio a registrare le nuove canzoni: qualcuno di noi ha osservato: “Questi brani sono più introspettivi rispetto a quelli di ‘Sunday 8pm””. Qualcun’altro, subito dopo, ha aggiunto: “Si, ‘outrospetcive’”. E’ una parola in slang, che però ha un significato particolare: marca infatti la differenza – per quanto rigurda la composizione dei brani - nei confronti del nostro album precedente.
Qual’è quindi il cambiamento più importante rispetto a “Sunday 8 pm” ?
Essenzialmente il tempo che abbiamo impiegato per realizzare “Outrospective” è stata la novità più importante che ci abbia coinvolto. Quando fai musica il tempo è fondamentale: per gli altri album eravamo costretti a scrivere mentre eravamo in tour: il che voleva dire ritagliarsi degli spazi (minimi) all’interno della routine spostamento – soundcheck – concerto. Questa volta siamo stati nel nostro studio a nord di Londra, prendendoci tutto il tempo che ci serviva.
In che senso questo album è più ‘positivo’ rispetto a “Sunday 8 pm’ ?
Non penso che ‘Sunday 8 pm’ fosse un album negativo: semmai in ‘Outrospective’ abbiamo maggiormente sfruttato la nostra esperienza di musicisti, e questo forse serve a rendere ‘migliore’ il nuovo album. Come approccio, però, non vedo differenze così sostanziali tra i due album.
Dove è stata scattata la cover photo per “Outrospective” ?
Non so in che occasione sia stata scattata, anche se so per certo che la rivolta immortalata sulla copertina del disco si è svolta a Parigi. C’è una certa corrispondenza tra la foto in questione e l’album, o, almeno, lo spirito col quale parte di esso è stato realizzato: è una sorta di insofferenza verso un certo establishment che ci ha portato a fare questa scelta per presentare graficamente il nuovo disco.
Molte canzoni sono lontane dal concetto di dance music song ‘classico’ – penso a ‘Not enuff love’ e ad altre ancora. Cosa ne pensi ?
Vorrei chiarire una cosa: noi non siamo una band che fa musica dance. Non lo siamo mai stato e non vogliamo esserlo. Siamo un gruppo che fa musica, nel vero senso della parola. Se dopo la pubblicazione di ‘Sunday 8 pm’ siamo stati assunti ad icona dance non è per nostra intenzione. Non a caso la mia canzone preferita di questo nuovo disco è ‘Crazy english summer’....
In che modo la tua musica è influenzata dalla tua religione ? (Maxi Jazz è buddista,ndr)
E’ una domanda bella ma molto difficile, perché non ha una sola risposta e chiama in causa moltissimi fattori. Come scrittore dei testi, mi permette di esprimermi meglio, di andare oltre le apparenze. Nella società occidentale quello che ci sta davanti agli occhi è quello in cui noi siamo soliti credere, nel bene e nel male. Credendo, in ogni caso, prendiamo una posizione, da ambo, le parti. Ed anche questa concezione manichea del bene e del male come entità separate è un lascito della cultura occidentale. Per la cultura orientale tutto fa parte della natura umana, e questo di permette di osservare e vivere le cose con più equilibrio. Io personalmente non credo nel diavolo o negli angeli, credo che in ognuno di noi esista una scintilla divina che contenga queste due facce della medaglia: così, allo stesso modo, puoi considerare la nostra musica. Anche se la musica, quella di qualità, sincera, dei ‘grandi’ come Marley e Gaye per intenderci, è comunque un messaggio d’amore.
Parlaci un po’ dei tuoi modelli musicali.
Non vorrei annoiarti, l’elenco è lunghissimo... Comunque ci provo: Wilson Pickett, John Lee Hooker, Aretha Franklin, Jimi Hendrix, Marvin Gaye, Jungle Brothers... (continua con una litania irresistibile, snocciolando – quasi fosse in una jam di freestyle – tutti i numi tutelari della musica black, dagli anni 50 sino ad oggi). Tutto quello che ho ascoltato mi ha influenzato, perché tutti gli artisti che ho citato facevano (o fanno) ottima musica...
E cosa ne pensi dell’attuale scena elettronica inglese, molto vicina alla tua realtà di artista ?
Mi piace molto: non tutti saranno d’accordo ma la trovo molto stimolante, perché è in crescita, in continua traformazione. C’è anche un grande scambio di esperienze musicali, non c’è egoismo da parte degli artisti: ognuno cresce, sviluppando se’ stesso ma contribuendo anche ad aiutare gli altri (pensiamo a Rollo, mente – assieme a Maxi e Sister Bliss – dei Fatihless, che un paio d’anni fa ha prodotto il disco di sua sorella, tale Dido..., ndr.). E’ questa la cosa più bella: crescere tutti rispttando la propria individualità, ma spingere tutti nella stessa direzione.
Ci sono molti rockers – dai Radiohead agli At the Drive In, per citare due esempi – che non mancano mai di ricordare quanto siano stati influenzati dall’elettronica e dall’hip hop contemporanei. Tu, come artista elettronico, ti senti influenzato dal rock tuo contemporaneo ?
Non sono sicuro dal rock mio contemporaneo, ma dal rock in generale sicuramente. Per quanto riguarda i gruppi rock attuali, posso dirti che i Rage Against the Machine abbiano avuto su di me un fortissimo impatto... Anche se mi sento di fare un discorso più generale per quanto riguarda il rock: questo genere deriva in ogni caso dal funk, dalla black music, dall’opera degli artisti che ti citavo prima, insomma. E’ molto facile capirlo, perché il rock è essenzialmente basato su due cose: il riff e il groove. Prendi un pezzo dei Led Zeppelin o dei Rolling Stones, padri del rock moderno: cos’era (e cos’è) a renderli speciali ? Il riff e il ritmo, certamente (inizia a canticchiare ‘Whole lotta love’). Senti: in questi pezzi c’è quel gap, quel balzo, che li rende speciali e indimenticabili: questa è un’eredità della musica nera, che del ritmo e della sensualità ha fatto il suo punto di forza. Prendi, invece, un pezzo metal: è tutto uguale, dall’inizio alla fine. Cambieranno gli accordi, ma il ritmo o la scansione rimarrano gli stessi (mima un improbabile pezzo death metal): qui non c’è il gap di cui ti parlavo prima, non ci sarà una sorpresa che ti farà apprezzare il brano. Senza la matrice funk manca quell’elemento che rende speciale la musica, tutta la musica, bianca o nera che sia.
Qual’è la tua posizione di artista in un’industria che spesso non tiene conto di questo retaggio musical – culturale ?
Hai detto bene: industria musicale. E’ un concetto espresso da due parole, ‘industria’, quindi soldi, profitti, guadagni, e ‘musica’, quindi arte, bellezza e sincerità. Dipende da te, da che intenzioni hai: le boy band vanno sotto il capitolo industria, senza nessuna polemica, perché sono fenomeni evidentemente di marketing. Essendo questi gruppi delle realtà meramente commerciali, non trovo affato scandaloso che quacuno ci lucri sopra. I Radiohead, invece, vanno sotto la voce ‘musica’, perché sono artisti sinceri che da anni portano avanti un serio discorso creativo. Non sono d’accordo con chi asserisce di non avere scelta, una volta entrati nel mondo dello showbiz: se hai un gruppo e vuoi fare il musicista devi solamente scrivere canzoni e suonare, facendoti semmai aiutare dall’industria che venderà i tuoi dischi permettendoti di esercitare il tuo mestiere in condizioni sempre migliori. Se invece vuoi fare i soldi con la musica non c’è problema, anzi, è molto più facile: ti basta entrare in una boy band o, meglio ancora, diventarne il manager. Ecco cosa intendo per industria musicale. Mi permetto però di aggiungere: i grandi artisti vanno sempre sotto il capitolo ‘musica’. Direste che i dischi di Marvin Gaye sono s*******e ? No, certo, perché Marvin dava il 150 % ogni volta che si esibiva o entrava in studio. Questa è l’unica cosa che rende un artista veramente grande....
(Davide Poliani)