Chiamando Londra: il ritorno dell'ex-leader dei Clash....

Londra, oggi, non brucia più. O meglio, non è più il fuoco del punk ad accenderla, ma il risentimento e la noia di una società che, ormai, da dire non ha più niente. Per fortuna la capitale inglese, agli inizi del nuovo millennio, non è più il centro del mondo: Joe Strummer – mente degli storici Clash ed ora vagabondo musicale tra l’Europa, l’Asia e l’Africa – queste cose le sa bene, frequentando i territori “clandestini” della world music da tempi assolutamente non sospetti. Nel suo nuovo album in compagnia dei Mescaleros l’autore di “Sandinista” ha deposto le chitarre elettriche in favore di atmosfere più calde ma non per questo meno coinvolgenti: “Global a go-go” (che è tutto meno che una colonna sonora per uno spot anti – multinazionali fatta da “quello che una volta suonava nei Clash”) assortisce ritmi latini e celtici a rock’n’roll di fattura superiore, senza dimenticare l’irruenza che ha reso la voce di Joe un vero e proprio “marchio di fabbrica”.

Ci puoi dire qual è il concetto che sta alla base di “Global a go-go” ?
C’è una ragione, non un concetto, dietro al mio nuovo disco. Cercherò di essere onesto, perché quando ho iniziato le registrazioni di “Global..” non avevo pronte ne’ canzoni, ne’ testi, ne’ niente. A dire la verità, non avevo la minima idea di cosa volessi fare. Nessuna idea, nessun concetto… no future (ride). E’ un disco molto strano, unico, secondo me, anche per come è stato realizzato: l’abbiamo registrato in 5 giorni. Di solito, quando un gruppo entra in sala di registrazione, c’è da impazzire: i tempi sono lunghi, e le spese sono molte. Noi abbiamo deciso di lavorare in uno studio molto economico: questo è molto importante se hai intenzione di sperimentare, perché se decidi di affidarti agli studi “seri” ogni minuto che passa sono migliaia e migliaia di sterline (o dollari, o lire, ndr) che se ne vanno. Non te lo puoi permettere. Inoltre sei troppo agitato e in soggezione per trovare – e cercare – soluzioni nuove… A me non piace questo tipo di sensazione.

Ti ha aiutato il fatto di avere con te dei musicisti nuovi ?
Si, loro sono stati grandi. Mi hanno aiutato molto, perché sono riusciti ad entrare dentro al mood che volevo dare a questo disco, hanno capito al volo le mie intenzioni e si sono fatti in quattro per realizzarle. Mi piace lavorare da solo, ma è anche importante cogliere ciò che di buono si crea “al momento”. Anche se, per certi versi, questo modo di lavorare non è esente da rischi…

Hai quindi tentato strade nuove, rispetto al tuo precedente album solista ?
Praticamente, è cambiato tutto. Il produttore del vecchio disco se ne è andato, e, come ti dicevo prima, la line up della band ha subito modifiche. Conseguentemente sono cambiate le dinamiche interne al gruppo: in particolare, i nuovi elementi, che non avevano mai provato a suonare con me, si sono presentati facendomi vedere cosa sapevano fare. Non era un esame, ma era stimolante. E, devo dire, le loro capacità sono incredibili: sono polistrumentisti, e possiedono delle doti tecniche straordinarie. Questo, creativamente, facilita di molto le cose, perché di solito ci si trova a che fare con chitarristi, batteristi e bassisti. Questi ragazzi, invece, suonavano dalla tromba alle percussioni a seconda di come si stava evolvendo il mood del pezzo.

Si percepiscono molti richiami alla world music in questo disco: in che modo ti ha influenzato la musica etnica per la realizzazione di “Global…” ?
Ho curato un servizio, un paio d’anni fa, per la BBC World Service, stazione radio a copertura mondiale: il mio compito era quello di cercare musica nuova da inserire nella trasmissione che seguivo. Così ho iniziato a scendere nelle cantine dei negozi di dischi, cercando la musica più strana che potessi trovare: questo lavoro mi ha permesso di ascoltare decine e decine di cd molto particolari, che mai avrei potuto conoscere se mi fossi limitato a guardare lo scaffale “world” dei negozi di dischi.

Cosa pensi di alcuni tuoi colleghi che hanno fatto della militanza una ragione artistica, penso a Manu Chao e Rage Against the Machine ?
Sono dei grandi. I Rage si sono sciolti, vero ? Peccato, stavano iniziando a piacermi… Manu Chao è bravissimo: ho fatto dei concerti con lui nel ‘98, quando ancora era alla guida dei Mano Negra. Abbiamo diviso il palco per circa 5 o 6 volte: era molto più giovane, molto impulsivo… E’ incredibile, tutti lo dovrebbero vedere dal vivo.

Cosa ne pensi di Napster, frutto della globalizzazione musicale dei giorni nostri ?
(Ride) E’ difficile dirlo… Parlando di Napster, bisognerebbe innanzitutto sapere quanta gente lo utilizza: solo così si potrebbe realmente capire che impatto abbia sull’industria musicale. Poi non capisco tutta questa gente arrabbiata, come i Metallica… Una cosa è certa: contro Napster si schierano tutti i grandi della musica mondiale, gente che vende milioni di dischi e che continuerebbe a venderli nonostante Napster. Sarà dura fermarlo…

Eppure sembra che ci siano riusciti …
Davvero ? Incredibile, pensavo fosse invincibile… Alla base di quel progetto c’era gente che amava la musica e che l’ascoltava, è questa era una cosa ottima. Anche se non mi scoraggio: presto nasceranno altri tipi di Napster, che renderanno ancora attivo quel tipo di servizio. Io, contrariamente a quello che pensano molti, sono favorevole a Internet: penso che sia un’invenzione stupenda, perché non ha limiti, è “orizzontale” – e quindi democratica-, mettendo tutti sullo stesso piano. Permette di comunicare con estrema facilità: è fantastico.

Dai tempi dei Clash a oggi, come pensi sia cambiata la tua posizione da musicista, in generale ?
Oggi, penso che sia più importante avere le idee chiare. Molto chiare. In caso contrario, il rischio è quello di sprecare la propria energia creativa, visto che oggi le possibilità di distrarsi sono molte di più. E’ molto facile sprecare le energie: io ho commesso spesso questo errore, e me ne pento. Sto cercando di controllare la mia energia per potermi concentrare ed indirizzarla verso un unico obiettivo.

Londra sta ancora bruciando, Mr. Strummer ?
Si, sta ancora bruciando. Ma di risentimento… Ero talmente nauseato da Londra che me ne sono andato a vivere nelle immediate campagne, per cui non sono così addentro alle vicende della città. Ad un certo punto la mia unica preoccupazione è diventata quella di fare dischi, per cui ho perso di interesse nei confronti di certe cose…

Eppure di cose ne succedono: gli scontri razziali a Oldham, il trionfo di Blair…
E’ vero, ed in particolare i due avvenimenti che hai citato mi sembrano legati da circostanze per lo meno sospette. Strano che scoppi un casino così grande a pochi giorni dalle elezioni, non credi ? Soprattutto se pensi che problemi di natura razziale, da quelle parti, non ce ne sono mai stati molti…

Eppure Blair, trionfatore alle ultime elezioni, questi problemi dovrebbe risolverli.
Il verdetto delle ultime elezioni è stato uno solo, cioè la stessa Oldham. La gente è annoiata, non c’è niente di interessante o eccitante in giro: il nostro paese sta passando un terribile momento di stagnazione, culturale e non. Blair, che probabilmente è in buona fede, non sta facendo niente di realmente nuovo o rivoluzionario perché le cose cambino, semplicemente perché ha paura. Fare qualcosa di nuovo e mettersi in gioco è una visione della vita che noi occidentali non abbiamo. La classe politica di oggi è cauta perché mira solamente a mantenere quello status quo che ha favorito la propria salita al potere: peccato che poi, una volta raggiunto il potere, non abbia la minima idea di come impiegarlo. E’ strano perché un persona chiamata a governare un paese dovrebbe “usare” il potere, non solamente “avere” il potere. Un politico che miri solamente al raggiungimento del potere non è un politico, perché – rinunciando all’utilizzo dei mezzi che gli vengono messi a disposizione – svuota di significato la propria carica. E’ una cosa strana, che dovrebbero studiare gli storici, perché non penso sia mai successa: i politici di professione che rinunciano a fare i politici…

Sei pessimista per il futuro, quindi ?
Niente affatto. Io sono nato ottimista. Consideratemi pure un “born optimist”…

(Davide Poliani)

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