La carriera di Enrico Ruggeri ha ormai superato i due decenni. Gli occhiali bianchi hanno da tempo lasciato posto ad uno sguardo tranquillo ed acuto, i capelli se ne sono andati. La voglia di comunicare, di cercare attorno e dentro le cose invece e intatta. In quest’intervista per Rockol l’artista milanese parla del suo tour estivo e dell’album dal vivo che fotograferà il Ruggeri di questi anni, e che uscirà a settembre. Ma soprattutto del suo percorso artistico, soffermandosi su alcuni aspetti. Ad esempio bisogna intendersi sul significato di rock…In autunno hai fatto un tour con arrangiamenti scarni. In quello estivo ti stai riavvicinando in qualche modo al rock?
Si, ma bisogna intendersi sulla parola rock. Se rock è solo rullante e chitarra distorta a tutti i costi è un discorso. Ma credo che questo sia un modo di intendere le cose molto italiano. Costello continua ad essere un artista considerato rock ma poi fa un album con Bacharach, ne fa un altro con un quartetto d’archi e nessuno se ne meraviglia più di tanto. Sarebbe meglio che anche in Italia ci fosse la mentalità di assecondare le curiosità più che non quelli che siccome hanno fatto un disco di successo vanno avanti tutta la vita a rifare quel disco
Come scegli le canzoni da fare durante i concerti? Ed è cambiato qualcosa rispetto agli inizi nel tuo modo di sceglierle?
Il cambiamento che c’è è che man mano che passa il tempo la scelta diventa più ampia e quindi è sempre più difficile fare le scalette. E’ chiaro che la voglia principale è quella di fare solo le canzoni nuove. D’altro canto ognuno dei musicisti dice “a me piacerebbe fare questa o quella” e io tengo molto in conto l’opinione dei musicisti. E poi c’è anche la voglia di leggere negli occhi della gente il piacere di sentire determinate canzoni. Nel momento in cui ricanti “Il mare d’inverno” se sei in sala prove dici “mamma mia ancora devo cantare questa canzone?”. Poi quando vai sul palco e ti accorgi che una cosa che hai scritto in casa tua è entrata così prepotentemente nel cuore della gente la voglia di ricantarla ritorna. Alla fine si media tra la voglia di far sentire le cose nuove e quella di vedere tutti che cantano, il sorriso negli occhi della gente che sente una cosa che aveva voglia di risentire.
Tra qualche mese uscirà un tuo disco dal vivo… Nasce dal fatto che nella tournée precedente sei ripartito da zero con gli arrangiamenti?
Intanto erano quattordici anni che non facevo album dal vivo, per varie ragioni, perché scrivevo altre cose, perché l’album dal vivo spesso è semplicemente un’antologia con l’artista che reincide le canzoni magari solo perché erano di un'altra casa discografica e non può più utilizzare i nastri originali. Quello è un principio nel quale non mi riconosco e infatti anche l’altro album dal vivo che era “Vai Rrouge” si fondava su un’idea che era quella di risuonare le canzoni insieme ad un’orchestra di 42 persone. Questa volta con questa tournée c’era l’idea e la giustificazione per registrare dei concerti. L’abbiamo fatto e adesso stiamo registrando anche delle date estive.
Se dovessi offrire una chiave di lettura per capire qual’è e qual’è stata la poetica di Ruggeri in tutti questi anni?
I dettagli e la realtà. Il fatto che ogni oggetto , ogni situazione della vita, ogni persona può essere guardata con lenti diverse. Noi viviamo in un’epoca molto frettolosa. Dove una bella donna è solo una bella donna, una motocicletta è solo una motocicletta, una casa sono solo dei locali con un bagno, un salotto e una cucina. Dietro a queste cose che ho detto alla rinfusa in realtà possono esserci decine di osservazioni e quindi di riflesso decine di canzoni. Quindi credo che forse il modo migliore per accostarsi a una mia canzone per chi lo voglia fare è quello di dire “vediamo insieme quante cose si possono dire su una situazione che apparentemente giustificherebbe un solo commento, ma in realtà ce ne sono tanti altri”.
Tu hai avuto un periodo verso la metà degli anni ottanta di grande creatività, da “Il mare d’inverno” a “Il portiere di notte”. Canzoni che sono rimaste. Quando scrive canzoni nuove non c’è in qualche modo un fare i conti con quelle cose?
A livello conscio no. Perché quando scrivi canzoni nuove sei proiettato verso quello che stai scrivendo. Non posso rispondere anche dell’inconscio nel senso che è evidente che, al di là delle canzoni di successo, quando cominci ad aver pubblicato duecento o trecento canzoni il procedimento di cui parlavamo prima del guardare dietro alle cose e ricercare altri dettagli diventa più faticoso. Io ho scritto decine di canzoni sulle donne è obbiettivamente evidente che i dettagli vanno scovati con sempre maggiore minuzia, se non rischi di ripeterti. Quindi in questo senso si.
Come vivi il successo?
In maniera serena, anche in ragione della mia storia. Nel senso che ho avuto la fortuna di avere successo in maniera graduale, in maniera mai isterica. Sono diventato molto rapidamente una voce all’attivo per le case discografiche e questo mi ha reso assolutamente indipendente. E ho avuto secondo me la fortuna di non essere mai quello che magari fa tre dischi che vendono 100.000 copie e poi uno che ne vende un milione. In quel caso sicuramente avrei subito delle pressioni notevoli. Io sono sempre stato una voce all’attivo ma mai il salvatore della patria. Se escludiamo il caso di “Si può dare di più” per cui la CGD allora passò dalla cassa integrazione alla revoca della cassa integrazione , all’introduzione dei doppi turni per stampare il disco. Ma è un episodio sicuramente anomalo nella mia produzione, anche perché non è neanche una canzone scritta da me, ed era legata ad un momento, a Sanremo , al trio, per il resto io non sono mai stato quello che doveva salvare la poltrona del direttore generale. Quindi in virtù della mia fermezza ma anche delle circostanze mi hanno sempre lasciato libero e hanno sempre accettato il fatto che io consegnassi i dischi a loro quando già erano finiti, senza quelle riunioni in cui il direttore artistico dice “c’è molta chitarra” o “non mi piace questa parola”.
Quindi in qualche modo puoi essere considerato un artista di nicchia, anche se la nicchia è piuttosto ampia. Il fatto di non essere per tutti un po’ ti stuzzica?
Sicuramente, ma secondo me sono scelte che si fanno quando entri in sala il primo giorno della tua vita. La mia ambizione non è mai stata quella. Certo la mia ambizione agli inizi era di poter fare dischi per dieci anni, poi per quindici, poi per venti. Poter stare in mezzo alla musica e potermi esprimere il più possibile. Tra lavorare nel tempo e lavorare nello spazio ho sempre scelto di lavorare nel tempo.
(Francesco Casale)