L'arrivo di Laurie Anderson a Milano per presentare il nuovo album "Life on a string" ha mobilitato gran parte della stampa che conta, a conferma del suo status di personaggio di culto. La Anderson viene seguita con il rispetto e l'attenzione dovuta a un'artista capace di giocare su diversi piani, di lavorare con la stessa attenzione sulla musica, sul linguaggio e sulle immagini. Per fortuna, lei non si dà arie da guru della multimedialità o da intellettuale che dispensa saggezze: sorride e risponde a voce bassa alle domande dei giornalisti. Se non fosse per la solita pettinatura ispida, la si potrebbe confondere con una gentile docente universitaria. L'argomento Lou Reed –il suo compagno di vita- viene toccato solo di striscio, giusto per ricordare che suona la chitarra in "One beautiful evening", ma nessuno - giustamente - insiste per sapere ulteriori particolari. Il lavoro della Anderson offre abbastanza spunti di discussione e, per una volta, gossip e pettegolezzi da rockstar sono assolutamente fuori luogo. "Life on a string" arriva a sei anni dall'album precedente. Come è nato e quali sono le esperienze che hanno ispirato i pezzi del nuovo lavoro?
Ho finito il tour per lo spettacolo teatrale ispirato a "Moby Dick" di Melville. E' stato molto impegnativo, perché c'erano molte proiezioni, molta gente coinvolta nel lavoro, immagini. Sono tornata al disco dopo il tour: ero rimasta immersa per molto tempo nel diciannovesimo secolo, e alla fine del tour era arrivato il 2000, due secoli più avanti. A quel punto, non riuscivo più a sopportare di pensare ancora a "Moby Dick", ne avevo abbastanza di questi vecchi marinai e dei loro problemi. Ho tenuto tre cose dello show che funzionavano, poi ho scritto altro materiale. Un paio di cose sono derivate da un altro lavoro che ho fatto l'anno scorso, un pezzo per orchestra sull'aviatrice Amelia Earhart, scomparsa in un incidente mentre sorvolava il Pacifico. Mi ha incuriosito la coincidenza di essere passata da uno spettacolo su una nave affondata nel Pacifico, quella di "Moby Dick", a un aereo caduto nel Pacifico… L'aspetto fondamentale però è stato il lavoro con l'orchestra. Di solito lavoro con il computer e mi sono resa conto di quanto sia bello il suono di strumenti fatti con legno e metallo, senza niente di elettronico. Questo è il motivo per cui ho inserito molte parti di violino nell'album e ho anche chiesto a Van Dyke Parks di scrivere degli arrangiamenti per archi. Non avevo idea che avrebbe fatto quello che è diventato la canzone "Dark Angel". La prima volta che l'ho sentita non sapevo cosa pensare, mi sembrava che assomigliasse alla colonna sonora di un cartone animato della Warner Brothers. Poi ho cominciato ad apprezzarla. Infine, un altro motivo di ispirazione è arrivata dalla proposta di compilare la voce relativa a New York per la Encyclopedia Britannica. Questo mi ha spinta a fare delle ricerche e a girare per la città e osservarla in modo diverso. Canzoni come "Washington street" e "Statue of liberty" vengono da queste osservazioni.
A proposito di New York, in che modo è cambiata rispetto agli anni in cui cominciavi a farti conoscere?
E' una città molto diversa ora. Politicamente è molto conservatrice. In un certo senso era già così vent'anni fa, solo che è più ricca. La gente si sente più soddisfatta e per gli artisti può essere una condizione un po' fastidiosa. D'altra parte, ci dà anche un motivo per agire. Operare in un contesto politico conservatore può essere anche una sfida.
Nell'album c'è anche una canzone ispirata a tuo padre…
"Slip away" è un ricordo della morte di mio padre. Lui non aveva una particolare fede religiosa, quindi non aveva alcuna idea a proposito di ciò che accade dopo la morte. Gli hanno dato due mesi di vita e lui ha noleggiato un sacco di film western per vedere come morivano i cowboy. Mio padre non sapeva come si fa a essere coraggiosi, quindi guardava questi film per imparare. Sono stata molto contenta di avere trascorso il suo ultimo giorno insieme a lui. Ho chiamato un'amica buddista, spiegandogli che mio padre stava morendo e chiedendogli cosa potessi fare. Lei mi ha risposto di sedermi vicino a lui, di ascoltare il suo respiro e di sincronizzare il mio respiro con il suo… In un certo senso, è stata una bella esperienza, vedere una persona che se ne va senza rimpianti, come se dicesse semplicemente addio.
Nell'album ci sono diversi musicisti noti, come Bill Frisell e Dr. John. Come sei arrivata a queste collaborazioni?
Hal Willner, il produttore dell'album, è una persona incredibile, conosce musicisti di tutti i tipi. Compra trenta dischi al giorno: entra nel negozio guarda se c'è qualcosa che non conosce e lo prende per vedere di cosa si tratti. Scova cose meravigliose in questo modo. Ad esempio ha scoperto un cantante con un voce molto bella, Anthony Haggerty. Dopo averlo ascoltato, siamo andati a vedere un suo spettacolo, ed è risultato essere un irlandese di due metri, non molto bello, travestito. Non ne è nato niente, ma dà un'idea di come Hal sia aperto a qualsiasi cosa che lo colpisca.
"Here with you" è una canzone con qualche possibilità di ottenere un airplay radiofonico. Lo consideri un possibile singolo?
Non so niente di airplay radiofonico.
Eppure sei stata lanciata da un pezzo come "O Superman" che aveva ottenuto anche quel tipo di attenzione.
Avevo fatto il disco da sola, in mille copie. L'idea era quello di venderlo per posta. Poi mi è arrivato un ordine da quarantamila copie. Quel successo mi aveva un po' innervosita perché pensavo "Se è popolare, deve essere brutto".
Nella scena musicale di oggi ci sono molte cantanti giovani che invece puntano decise al successo e sanno perfettamente quali sono le regole per ottenere dei passaggi in radio o in televisione. Che ne pensi?
Penso che siano molto simili ad altra gente della loro generazione, che sono sicure e ambiziose, come gli imprenditori della new economy. Forse, è giusto così, hanno tutto il futuro davanti per preoccuparsi e stare male, meglio che si godano il periodo di successo. Personalmente, mi sembra una mentalità troppo superficiale.
In passato le cose erano un po' diverse. Quest'anno ad esempio si parla dei 25 anni dalla comparsa del punk…
E' stato senza dubbio utile. Preferisco questo tipo di attitudine piuttosto che il puntare al successo economico. E' un tipo di mentalità che ti mette nella posizione di mettere tutto in discussione. Il fatto che oggi ci siano ragazzi sempre più professionali ha qualcosa di spaventoso.
Dai l'impressione di essere molto serena. E' un periodo particolarmente felice della tua vita?
No, non sono affatto serena. Ma ho imparato da situazioni diverse. Ad esempio, ho un cane terrier che mi ha insegnato molto dal punto di vista della semplicità. Molta gente che conosco ha un'esistenza piena di ansie, e anche io ne ho. Poi vedi questa creatura che arriva ti guarda e sembra semplicemente che ti dica "ciao". I terrier sono interessati solo a quello che li fa divertire. Ogni cane ha un suo modo di reagire a un ordine, l'attitudine del terrier è del tipo: "E' divertente? Se non lo è, non lo farò". Inoltre, ho cercato di fare esperimenti nella mia vita, soprattutto negli ultimi mesi, mi sono messa in circostanze molto strane. Ho trascorso un po' di tempo con una comunità Amish, gente che vive senza avere alcun contatto con la tecnologia. La cosa che mi ha colpito subito è che sembravano molto rilassati. E non c'è stupidità, non cercano di dimostrarti niente. Però vivono in modo così isolato che diventa arduo riuscire a rapportarsi con l'altra gente. Per loro, è difficilissimo esprimere rabbia verso il prossimo; quando accade, lo fanno in modo molto contenuto ed educato. In un certo senso, era tremendo, claustrofobico. Alla fine, sono tornata a New York, dove ci si può anche arrabbiare. Esperimenti come questo mi sono serviti comunque per vedere l'esistenza da un punto di vista diverso. Il mio prossimo esperimento è quello di lavorare come cassiera in un McDonald's, per vedere com'è. Probabilmente non resisterò più di una settimana o due. E’ utile per capire la standardizzazione a cui veniamo sottoposti. In quel caso si tratta della necessità di friggere patatine e hamburger in dieci minuti, ma è un meccanismo che si riflette su tutta la società. Più che la prospettiva dell'artista, mi sembra più utile quella della spia. Voglio osservare, studiare vari mondi, vari livelli.
Si parlava di un progetto per un parco multimediale, curato da te e Peter Gabriel. E' saltato?
Spero di sì. Ci hanno messo a disposizione uno spazio e alla fine il progetto ci aveva spaventato. Era una specie di esercizio intellettuale. Il fatto di dover mettere in pratica quello che pensavamo era molto difficile, necessitava di tecnologia molto complessa. Ma mi interessano ancora questo genere di allestimenti. Ora mi sto occupando di un progetto, a Zurigo, in collaborazione con l'Expo. Una costruzione alta 20 metri, con un lago artificiale all'interno. Ci sono molti letti dove i visitatori si sdraiano. Delle telecamere riprendono delle immagini che poi vengono proiettate sul soffitto, in grandi dimensioni; a volte è immobile, a volte si muove per la stanza. Dà l'impressione di entrare nei sogni di qualcun altro. Io mi occupo della musica e dell'immagine.
Ci sarà un tour dopo la pubblicazione di "Life on a string"?
Sì, partirà a ottobre. Userò poche luci e mi accompagnerà una piccola band. Dopo "Moby Dick", non ho voglia di produzioni troppo complicate.
(Paolo Giovanazzi)