Rockol intervista il cantante di 'Baila (Sexy thing)'...

“Intervista” è una parola grossa, per una chiacchierata frettolosa infilata quasi a forza in un pomeriggio fitto di impegni promozionali, e anche perché le domande poste dai giornalisti presenti non potevano essere particolarmente sensate, dato che erano il frutto di un solo ascolto dell’album. Intanto, comunque, ve ne riferiamo: sperando che prima o poi Zucchero possa trovare il tempo per un incontro che davvero possa essere considerato un’intervista con tutti i crismi.

Nel disco spicca la collaborazione con John Lee Hooker. Com’è nata?
Era un po’ che ascoltavo la musica di John, anche se, a dire la verità prima di lui ho scoperto e ascoltato a lungo Marvin Gaye e Aretha Franklin.
Cinque anni fa, prima di “Spirito di vino”, Eric Clapton mi regalò dei CD di Robert Johnson e John Lee Hooker e da lì ho cominciato ad entrare più nel “delta del Missisippi”, tanto da pensare: “Mi piacerebbe fare un pezzo con Hooker”. E così è successo.
Quando ero a Sausalito, in California, dove stavo registrando con Corrado Rustici, il proprietario del Rock Record Plant, sentendomi parlare di questa canzone, mi ha detto di conoscere Roy Rogers, il chitarrista di Hooker; così mi ha offerto di fargli sentire la canzone per capire che cosa ne pensava. Lui, a sua volta l’ha proposta a Hooker.
Non sapevo se John avrebbe accettato, visto che da tempo non si muoveva da casa, invece si è presentato in studio: abbiamo realizzato un pomeriggio di session, lui ha cantato libero sulla base e noi abbiamo scelto le parti che stavano meglio con la canzone: così è nata “Ali d’oro”.
Mi sembrava ancora molto in gamba, magrissimo. E’ arrivato con due “ragazze” sui cinquant’anni che gli davano bacini!

Hooker è morto il 23 giugno: quanti giorni prima avete lavorato insieme?
Tre mesi prima.

Di chi è la voce la voce femminile che si sente in molti brani del disco?
Si chiama Chance, è originaria del Texas anche se ora vive a Los Angeles. Ha un suo gruppo che si chiama Sunkids con cui ha fatto dei lavori di tipo soul. Ha una voce che mi ha subito ricordato Aretha Franklin quando cominciò a cantare. L’ho scoperta ascoltando questi dischi, l’ho chiamata e ha accettato di partecipare al mio progetto.

Nel disco risalta una canzone dal titolo quantomeno curioso, “Porca l’ oca”. Di cosa parla?
E’ un brano goliardico. Racconta la storia di un uomo che va con una donna bellissima, ma poi si accorge che questa ha attributi maschili. E’ un’esperienza che ho vissuto in prima persona...

E invece a chi è dedicata la canzone che da il titolo all’album, “Shake”?
E’ dedicata alla mia ex moglie Angela, come tutte le canzoni che scrivo. E’ lei l’unica musa ispiratrice di tutta la mia vita, soprattutto ora che la nostra storia è finita e non c’è più dolore, ma solo il ricordo.

E “Dindondio”?
E’ un brano che ho scritto con Panella, ma è sempre dedicata a lei.

Anche “Scintille” è dedicato ad una donna?
No, è una canzone molto più spirituale, parla di fede. Questo è un periodo in cui sono molto in armonia con ciò che mi circonda, con la natura e i suoi colori: sono arrivato a trovare sensuale perfino la frutta!

Nel disco sono segnalate tutte le citazioni fatte e tutti i campionamenti usati. E’ una scelta abbastanza insolita...
Negli ultimi dieci anni molti musicisti d’avanguardia, come Fatboy Slim, hanno usato prendere parti di dischi rari per le loro composizioni, e io ho fatto la stessa cosa usando i vinili del mio programmatore di Los Angeles: lui possiede una discografia enorme di artisti la cui musica è molto difficile da ricreare, perché le tecniche di registrazione del tempo sono difficilmente imitabili. Se volevo dare un suono simile a certi sound degli anni ’50, come i cori gospel, dovevo usare questi campionamenti. Io sono orgoglioso dei risultati ottenuti perché derivano da un grande lavoro di ricerca e anche, scusate la modestia, dal buon gusto nello scegliere tonalità che combaciano e si armonizzano tra loro.

Qual è la differenza tecnica tra gli altri dischi e questo?
Ascoltando “Shake” ci si accorge che non ci sono suoni “reali”: tutti sono molto esasperati, “manipolati” anche se suonati dal vivo. E’ stimolante stravolgere i suoni; per assurdo, una chitarra che fa un assolo mi sembra più vecchia di una chitarra preregistrata e messa in loop.
Stesso discorso per i fiati, non li posso più sentire. E’ per questo che in tutto l’album non ci sono, li ho sostituiti con cori, voci.

Specialmente nella prima parte “Shake” sembra quasi un disco live, mentre la seconda è più rilassata. Come mai?
La mia intenzione era quella di realizzare un disco che sembrasse un lavoro dal vivo. I pezzi più lenti, suonano meno live, perché sono meno carichi. In tour vorrei rimanere il più fedele possibile alla scaletta proprio per seguire il principio secondo il quale all’inizio offro al pubblico tutto quello che posso dare, poi...mi riposo.
Sto già pensando alla formazione che mi accompagnerà di cui sicuramente faranno parte tre coriste, indispensabili per il nuovo materiale soul. Quest’album infatti per me è molto soul e non R&B come i precedenti.

Che cosa c’è invece di italiano?
Quello che c’è sempre stato nei miei dischi: le aperture, gli incisi. All’estero infatti mi chiamano lo specialista dei “bridge”.

Perché usi questo continuo alternarsi di cantato italiano ed inglese?
Lascio ben volentieri le voci degli ospiti che hanno cantato in inglese. Io dico qualche parola ogni tanto, ma è più un intercalare che non un uso vero e proprio. E’ vero, nei miei brani oggi si trovano più termini inglesi rispetto al passato, ma l’importante per me è che si capisca ciò che voglio dire. Nel momento in cui ho scritto queste canzoni sono stato più libero rispetto ai lavori precedenti, nel bene e nel male.

Canti molto in falsetto, come mai?
E’ stata una scelta casuale: come ho già detto, l’album è meno blues e più soul, per cui mi ispiro molto a Marvin Gaye e Otis Redding.

Ma tutta la musica che ascolti non rischia alla fine di influenzarti un po’ troppo?
No, io ho sempre ascoltato musica e non mi sento né snaturato né influenzato.
Posso ascoltare qualsiasi tipo di musica (tranne la classica, che pure mi influenzò a suo tempo) senza rimanerne in qualche modo contaminato perché prendo solo le cose che mi piacciono.

Che cosa significa “Più badili e meno divi”, come canti in “Music in me”?
Per uno che è nato in campagna significa “più sostanza e meno chiacchere”. Non è una provocazione verso qualcuno in particolare, ma è la constatazione del fatto che la musica è sempre più fatta da DJ e attricette che non da musicisti veri.
E’ un modo per dire: “speriamo che anche i discografici si accorgano che la sostanza è altrove”.

Progetti per il futuro?
Per ora è prevista la promozione dell’album in tutta Europa; da metà febbraio 2002, partirà da Zurigo un tour che si concluderà intorno al 20 dicembre 2002.
Farò il concerto mondiale della Croce Rossa a Londra, e forse andrò in Giappone... sempre che decidano di pubblicare il mio disco.

Non potrai partecipare al festival di Sanremo come superospite italiano, dato che Baudo ha deciso di non invitarne in questa edizione.
Ha fatto bene.
Secondo me il superospite, italiano o straniero che fosse, non ha mai avuto senso.
Baudo di sicuro saprà gestire un baraccone del genere, ma bisogna vedere quanto spazio lascerà alla musica e come la tratterà.
Io non capisco perché non si riesca a trovare qualche musicista o produttore che organizzi il Festival di Sanremo.Questa è la strada da prendere se si vuole far uscire nuova musica e nuovi musicisti che vendano dischi: ci vuole uno che sappia scoprire i talenti.

(Rockol)

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