Lo scrittore più musicale parla del suo ultimo romanzo, ma non solo...

Chi l’avrebbe mai detto: l’idolatrato Nick Hornby, che ha scritto tre romanzi uno più fortunato dell’altro (“Alta fedeltà”, “Febbre a 90” e “Un ragazzo”), ha un’aria da ometto stanco e anche un po’ depresso. Quest’inglese di mezza età, jeans sandali e maglietta, se ne sta seduto al tavolino di un bar nel bel mezzo del Festivaletteratura di Mantova: e “con l’espressione un po’ così” ti guarda dritto negli occhi e comincia a parlare. Al che (sul serio) il suo aspetto fisico passa in secondo piano, e ti vien voglia di fargli domande, e speri che non finisca mai di risponderti.

Hai intitolato il tuo ultimo libro “Come diventare buoni”. Perché?
Lo trovavo divertente. E’ praticamente impossibile imparare ad essere buoni, è impossibile insegnarlo. Volevo che il titolo ricordasse uno di quei manuali di auto-aiuto: che secondo me, tra l’altro, non servono a nulla.

La storia è quella di una coppia in crisi. Ti sei ispirato alle tue vicende personali?
Non posso negare che il mio recente divorzio abbia influito sulla trama e sui personaggi. Per il resto si tratta di un’opera di fantasia, di un’idea attorno alla quale mi cullavo da tempo.

Tu sei un appassionato di musica, hai anche scritto un libro sul tema, “Alta fedeltà”. Ma in “Come essere buoni” la musica è scomparsa.
(Ride) Niente affatto. E’ che forse tu non l’hai sentita. Cerco sempre di dare un ritmo, una dimensione musicale ai miei romanzi. Faccio in modo che le mie storie siano attraversate dalla musica. Questo succede anche in “Come essere buoni”: è vero che gli spunti espliciti sono pochissimi, ma tutta la trama è tessuta di un sottile filo musicale. E’ che per coglierla devi prestare molta attenzione.

Quando scrivi usi la musica come fonte di ispirazione?
Sì, per me è un punto di riferimento costante. Di certo non credo all’esistenza di un angelo che ti si posa sulla spalla sussurrandoti le parole giuste all’orecchio. E quando il lavoro non gira esco dal piccolo appartamento che uso come ufficio e mi rifugio in un negozio di dischi. Spendo un sacco di soldi in dischi. Sono la mia passione e la mia consolazione.

Quali sono i tuoi gruppi preferiti al momento?
Mi piacciono band che hanno un seguito minimo, e altre più famose. Ultimamente vado pazzo per gli americani Marah, per i Pernice Brothers, Nelly Furtado, Joe Henry, Nick Cave. Tutti poi mi citano Belle & Sebastian come qualcosa di fantastico, ma tra quello che hanno fatto mi piacciono solo “Tigermilk” e “This is just a modern rock song”. Per il resto, secondo me, sono sopravvalutati, e quando li ho visti dal vivo mi hanno fatto schifo.

Cosa pensi dei corsi e ricorsi storici in musica? Ora si parla di New acoustic movement, di Nu metal...
Credo che nessuno inventi niente di nuovo. Il Nu metal è una balla inventata per far parlare di gruppi che altrimenti nessuno terrebbe in considerazione. Il Nu acoustic movement? Mi viene in mente Ron Sexsmith, che fa esattamente quella musica lì da millenni.

A proposito di Ron Sexsmith: hai usato il titolo di una sua canzone per la raccolta di racconti che hai curato.
Sì, “Speaking with the angel”, una canzone tratta dal suo primo album. Il titolo mi sembra tanto azzeccato da far stringere il cuore: del resto il libro (in italiano pubblicato da Guanda come “Le parole per dirlo”, ndr) è un’iniziativa benefica, i proventi delle vendite servono a sostenere le scuole inglesi per bambini autistici. Come mio figlio Danny.

Ultimamente sei molto richiesto come critico musicale. La cosa ti gratifica?
Abbastanza, anche perché covavo questo sogno da tempo, ma per arrivarci ho dovuto passare attraverso la pubblicazione di “Alta fedeltà”. Prima di allora avevo parecchie difficoltà a ‘piazzarmi’ in giro come esperto di musica. Oggi scrivo con facilità: il mio giornale è il New Yorker, e mi trattano molto bene. Anche se le mie opinioni non sono alla moda: per esempio, detesto l’hip hop.

Oltre alla musica ami anche il cinema.
Sì, adesso sto lavorando alla sceneggiatura di un film con Emma Thompson, una donna di un’intelligenza straordinaria. Mi piacerebbe avere a che fare più spesso con gente come lei: brillante, veloce e divertente. In generale mi piace l’idea di lavorare con qualcuno ogni tanto. Sto bene con me stesso, ma quando scrivo romanzi non parlo mai con nessuno. E ogni tanto mi annoio un po’.


(Paola Maraone)

Altre interviste

Greil Marcus - Una conversazione con l’autore di ‘Mistery Train’, uno dei più importanti libri rock mai scritti... (11/09/2001)

Mercury Rev - Le montagne, un nuovo disco, un amico scomparso. I Mercury Rev raccontano 'All is dream'... (06/09/2001)

Macy Gray - I viaggi, i progetti, le passioni e, soprattutto, la musica: Rockol ha incontrato per voi la regina dell’r’n’b 'alternativo'... (03/09/2001)

Laurie Anderson - Un'artista multimediale -nel vero senso della parola- si racconta a Rockol... (27/08/2001)

Hot Water Music - Parlano i figliocci dei Fugazi, i nuovi alfieri del punk... (20/08/2001)

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.