Video visionari e musica “tridimensionale”: il sogno dei produttori psichedelici anni ’60 si è concretizzato in “Rings around the world”, ultimo album della band gallese Super Furry Animals. Già pupilli di Alan McGee (fondatore della Creation, etichetta che lanciò gli Oasis) e della stampa musicale britannica, Gruff e soci non hanno mai cercato di cavalcare l’onda lunga del brit pop, pubblicando prima un disco in gaelico e oggi questo nuovo album, dove musica e immagini non sono più l’accessorio l’una delle altre , ma danno origine ad un nuovo modo di fruizione artistica: ogni canzone è accompagnata da un video, il tutto registrato su supporto DVD. Merito della tecnologia, certamente, ma anche della debordante ispirazione dei cinque gallesi, che ammettono tranquillamente: “Siamo inglesi, i Beatles sono nel nostro DNA…”.Come è nato il progetto concretizzatosi poi in “Rings around the world” e quanto ha influito sulla sua realizzazione il budget a voi destinato da una major quale la Sony Music ?
Da sempre ci affascinano le band, come gli Orbital per esempio, che non si limitano a comporre e registrare musica, ma che cercano e sperimentano sempre nuove possibilità di comunicare esperienze artistiche e creative. L’evento specifico che ci ha convinto a sfruttare in questo modo le nuove tecnologie è stato, comunque, la registrazione di uno show per Radio 1: lo spettacolo, che poi è stato postprodotto digitalmente, ci ha offerto la possibilità di vedere i tecnici al lavoro, e ci ha aperto gli occhi sulle grandi possibilità offerte dai nuovi supporti come il DVD. Non appena terminato il concerto, ci siamo detti: ‘Per il prossimo album anche noi faremo qualcosa del genere’. La scelta è ricaduta sul DVD perché è l’unico supporto che permetta un mixaggio delle tracce audio col sistema Dolby 5.1 (incisione che sfrutta 5 fonti sonore distribuite attorno all’ascoltatore al posto delle 2 – frontali – previste dai normali impianti stereofonici) e che offra sufficiente spazio per ospitare, oltre alle canzoni, anche i video. Essere sotto contratto con una major, poi, ci ha facilitato molto le cose. Ma non crediate che la casa discografica ci abbia dato carta bianca e credito illimitato: avevamo un budget di 70.000 sterline (più di 200 milioni di lire) e 18 video da realizzare. Per questo motivo ci siamo rivolti ad artisti giovani, che lavorassero in fretta e con costi contenuti.
In ogni caso, siete stati i primi nella storia del rock a fare una cosa del genere...
E’ vero, ma non ce ne vantiamo. Almeno quello che ci fa piacere non è il fatto di essere stati i primi cronologicamente a pubblicare un album con questi accorgimenti, perché chiunque, con un budget come il nostro, ci sarebbe riuscito. Siamo fieri, invece, di aver realizzato un lavoro organico, e non meramente tecnico, in cui i contenuti si fondano bene tra loro dando origine a qualcosa di veramente diverso.
Accennavi prima ai registi che vi hanno aiutato a realizzare i clip: con che criterio li avete scelti ?
Sono quasi tutti di Cardiff, la nostra città, e sono tutti alla prima esperienza come registi. Come dicevo prima, i costi dovevano essere contenuti ed il lavoro doveva essere fatto in fretta, in circa due settimane: ci siamo così rivolti a grafici, web designer e creativi, che avessero una visione molto eterodossa dell’abbinamento tra musica e video. Molto del lavoro è stato fatto grazie a internet: spesso spedivamo il materiale ai nostri collaboratori via posta elettronica, e sempre via e- mail ci venivano recapitati clip e remix. Questo modo di lavorare ci ha indotti, poi, a fondere musicalmente tutte le tracce, inserendo interludi strumentali tra una canzone e l’altra.
Quindi possiamo considerare questo come un progetto interattivo, dove al pubblico viene accordata una certa libertà di scelta, e non un semplice album corredato da video ?
Sicuramente: non a caso sul DVD esiste una piattaforma che ricorda le schermate iniziali dei videogiochi, dove lo spettatore può scegliere, dal menù di opzioni, cosa ascoltare (e vedere) prima e come. Mi sembra una soluzione molto interessante: a tutti infatti capita di annoiarsi ascoltando un disco. Non perché questo sia brutto, ma perché si è costretti a seguire un itinerario già stabilito da altri. Con “Rings around the world”, invece, chiunque è libero di crearsi il proprio album.
Il clip di “Run! christian, run!”, mi ha colpito molto: in particolare, mi hanno impressionato la sequenza di citazioni bibliche che appaiono su sfondo nero, ed i continui riferimenti a morte e religione, due argomenti tornati tragicamente nei pensieri di tutti. Che messaggio c’è dietro a questo pezzo ?
Il video l’abbiamo commissionato ad una setta americana che cerca adepti on line, chiamata “Ministry of truth”: è una congregazione religiosa molto particolare, ma dotata anche di un notevole senso dell’umorismo. Per questo hanno accettato di realizzare il clip per “Run! Christian, run!”. Il video è molto duro, ed offre un panorama di tutte le profezie catastrofiche contenute nei testi sacri. L’ispirazione per il brano ci è venuta considerando l’isteria scoppiata presso molte sette religiose fondamentaliste in occasione della fine del millennio: mi riferisco, in particolare, ai suicidi di massa e alle tragedie che una visione distorta della fede può generare. Non abbiamo nulla contro la religione: solo ci sembra assurdo che un messaggio di vita e di speranza come quello religioso venga, a volte completamente “rovesciato” dalle persone che lo diffondono.
Quanto siete stati influenzati, come musicisti, da questo lavoro sulla grafica e sull’animazione ?
Abbiamo avuto a che fare con persone molto stravaganti, che sicuramente ci hanno fornito moltissimi spunti. Uno dei grafici che ha collaborato al progetto ha disegnato dei giocattoli per il mercato giapponese: è un ragazzo assolutamente visionario, vede mostri ovunque. Questo approccio, in qualche modo, ci ha aiutato ad espandere i nostri parametri, accostandoci in modo più critico al nostro lavoro da musicisti. Inoltre, nella nostra band vige una regola: nessuna idea, per nessuna ragione, viene mai scartata a priori, anche se piace solo a chi è stato a proporla. Prendi il brano “Respectable”: volevamo che suonasse come una canzone hip hop, anche se solo dopo ci siamo accorti di averla trasformata in una classico brano rock, con un finale molto chitarristico… Abbiamo cercato di non autoimporci limiti, sotto tutti gli aspetti.
Sia musicalmente che artisticamente si riscontrano molte influenze beatlesiane in “Rings around the world”…
In Inghilterra si cresce letteralmente a “pane e Beatles”: tutti i musicisti inglesi sono influenzati dal lavoro dei Fab Four, è inevitabile. Poi, per una strana coincidenza, moltissime band o artisti che mi piacciono iniziano con la lettera “b”, come i Byrds e Bacharach. I Beatles fanno parte del nostro patrimonio in maniera così viscerale che, anche cercando di dimenticarli, non si può fare a meno di citarli.
Parlando dell’influenza che i Beatles hanno avuto su di voi, Paul McCartney ha lavorato con voi sul brano “Presidential Suite” , come è stato collaborare con lui? ?
Paul è una persona molto gentile e propositiva. Che ci crediate o no, ci ha regalato quattro scatoloni pieni di materiale dei Beatles mai pubblicato… Ci ha fatto piacere lavorare con lui, perché eravamo sulla stessa lunghezza d’onda: sapeva cosa volevamo ed è entrato subito nello spirito giusto. Contrariamente a quanto si possa pensare, non è un’icona. Noi ce ne saremmo subito accordi, perché musicalmente non siamo dei puristi: amiamo e rispettiamo la musica del passato ma non la “seguiamo per forza” in fase creativa. Cerchiamo sempre di sperimentare e di trovare nuove soluzioni. Paul, in questo, ci assomiglia moltissimo.
E in tema di collaborazioni cosa puoi dirci di John Cale che ha suonato con voi in ben tre brani, “Presidential suite”, “Juxtapozed with U” e “No sympathy” ?
I musicisti gallesi sono essenzialmente divisi in due fazioni: da una parte ci sono i fedeli di Tom Jones, il “working class hero” che ha conquistato il mondo, dall’altra gli accoliti di John Cale, sobrio e coltissimo musicista diventato celebre coi Velvet Underground.
Personalmente, mi sono sempre identificato in Cale. E’ una persona di un talento eccezionale, ed è soprattutto un artista coerente in primo luogo con se stesso, anche nelle piccole cose: pensate che si veste ancora coi pantaloni di pelle nera, ed ha assorbito così tanto il modo di fare tipico degli americani che, quando si accende una sigaretta, esce subito dalla stanza per non infastidire gli altri.
(Davide Poliani)