Il loro nome potrebbe far storcere il naso a qualcuno: sono infatti in pochi a collegare i Groove Armada alla hit “If everybody looks the same”, brano che un paio d’anni fa spopolò sui dancefloor di tutto il mondo. Tom e Andy (due ragazzi inglesi altissimi e molto gentili) sono però due mosche bianche in ambito dance: polistruimentisti e raffinati musicisti prima che dj, i due hanno sempre cercato di importare nei sequencer e negli hard disk che costituiscono l’arsenale dell’”armata del ritmo” il calore e la potenza della musica suonata, interessandosi prima alla qualità di scrittura dei brani che non alla ballabilità degli stessi. Rockol ha incontrato per voi Tom ai tavolini di una bar del centro di Milano, in un’assolatissima mattina d’estate. Proprio da una grata sotto di noi esce incessante il ritmico sferragliare della metropolitana; Tom inizia ad ondeggiare la testa, sorride, quasi come se volesse dire: “Peccato aver lasciato campionatore e microfono a casa”…Abbiamo sentito molte influenze in questo nuovo album, dal soul all’hip hop: quanto è importante per voi essere prima musicisti che dj e remixer ?
In effetti, per questo disco il nostro approccio – che, comunque, non è cambiato rispetto alle nostre scorse uscite – è più simile a quello di una band “tradizionale” che non ad un duo elettronico. Per il resto, il modo in cui abbiamo scelto di lavorare (abbinando, cioè, musica suonata ad elementi campionati e filtrati da un computer) ci permette maggiori possibilità rispetto a quello che, solitamente, si ha lavorando con una band. E’ un po’ quello che ha fatto Madonna nel suo ultimo disco: unire strumenti acustici a sonorità generate dal computer. Pensa al lavoro fatto sulle ritmiche, ad esempio: i beat sono molto importanti in questo nostro nuovo lavoro, per sono loro a far cambiare tono al pezzo, a conferirgli atmosfere sempre diverse. In questo caso l’essere anche dj e remixer aiuta moltissimo, perché ti permette una confidenza con le strumentazioni che i musicisti classici” non hanno.
Che evoluzione ha avuto il vostro sound, quindi, dai tempi di “Vertigo” ad oggi ?
Rispetto al passato, abbiamo progressivamente perso la dipendenza nei confronti dei sample e dei breakbeat. Se penso ai nostri primi dischi, ricordo come questi fossero letteralmente pieni di loop, di groove, di tutte quelle cose che i dj sono soliti usare per lavorare. Man mano, però, abbiamo iniziato a far entrare la musica “suonata” nei nostri lavori: questo perché il concetto stesso di musica implica anche quello di esecuzione della stessa. Ecco perché non ci consideriamo dei dj, intesi come “sampling artist”.
Come vedete quindi il vostro ruolo di musicisti all’interno del progetto Groove Armada ?
Difficile dirlo. Non siamo una band, perché pur avendo gente che suona con noi non abbiamo una line-up definitiva, nel senso che non siamo sempre le stesse persone che entrano in studio a registrare e poi salgono su un palco per suonare dal vivo. Certo, adesso siamo più un “gruppo”, ma non ci leghiamo particolarmente a determinate persone che suonano con noi. Da questo punto di vista potreste pensare a noi come a produttori… Anche se, in fondo… Si, siamo più che altro una band.
Parlaci delle vostre esperienze come remixer e produttori.
E’ un’esperienza molto strana remixare e produrre qualcuno. Sono concetti molto ampi, e non pensiamo di meritare questo titolo appieno. Forse perché il produttore è una persona che accompagna l’artista in studio, lo fa registrare, e poi rimane da solo davanti ad un mixer ad ascoltare il frutto della registrazione per trarne il meglio: noi questo lavoro non l’abbiamo mai fatto. Per il remix è diverso. Noi abbiamo avuto l’onore di remixare molti artisti che ammiriamo, su tutti gli A Tribe Called Quest: questo ci rende molto orgogliosi, perché è incredibile che un artista che tu idolatri si fidi a tal punto di te tanto da mettere una sua creazione nelle tue mani. Per chi lo fa il remix è un lavoro molto gratificante, perché ti permette di rimodellare e ricostruire attorno ad un’idea un tuo personale progetto.
A proposito di remix, è importante per voi vivere a Londra, patria dell’elettronica più avanzata sulla scena mondiale ?
Forse vivere a Londra, più che artisticamente, è importante per avere una certa visibilità presso l’industria discografica, essendo la capitale inglese innanzitutto una città ideale per lavorare, ed in secondo luogo una vetrina di dominio mondiale per artisti come noi. Sai, i club, le serate, e tutto l’ambiente che gira attorno a questo mondo. Tuttavia, quando si tratta di lavorare, noi preferiamo spostarci in campagna. Anche se bisogna ammettere che Londra ha un proprio sound, e che il viverci abbia influenzato molti artisti.
Cosa pensate, quindi, di questi vostri colleghi ?
La situazione è molto interessante. Già da qualche anno gli stili hanno iniziato a fondersi, e la dance si è pian piano sporcata e contaminata con altri stili, dall’hip hop al funky, al soul. E’ molto stimolante. Oggi, poi, questa tendenza si è allargata anche in ambiti rock, e questo darà origine ad altre cose molto eccitanti. Penso infatti che ci siano un sacco di artisti – e, di conseguenza, un sacco di dischi – molto validi in giro.
Se doveste citare il nome di una band o artista da prendere ad esempio, chi scegliereste ?
I Beatles, senza dubbio. Sono i miei artisti preferiti di sempre. Essendo poi originario di Liverpool, si può dire che certe cose le abbia nel DNA. Li adoro perché è incredibile quanti possibili livelli di lettura abbia una qualsiasi canzone dei Fab Four: partendo da cose molto semplici riuscivano a creare atmosfere e costruzioni musicali di una complessità e una bellezza incredibile. E la produzione, nel loro caso, giocava un ruolo importantissimo: penso che il loro modo di operare, in fase produttiva, debba essere preso ad esempio da tutti i musicisti moderni.
Qual è il miglior campione che tu abbia mai sentito ?
Uno presente in “At the river” (brano incluso nel loro album, “Vertigo”)… In genere, poi, mi piacciono tutti i sample estratti dai dischi anni 50.
Oggi come oggi, che futuro ha l’arte del remix ?
Dalla sua nascita sino a qualche anno fa il remix consisteva essenzialmente nel sostituire gli arrangiamenti ritmici di una canzone per renderla più ballabile. Penso che l’arte del remixer, invece, debba più che altro vertere sulla riscrittura e la reinvenzione di un brano musicale. E’ questo il lato più creativo e gratificante del lavoro del remixer. Far venire meno la componente musicale in questo lavoro significa negarne la creatività.
Come artista, preferisci la dimensione live (dj set o concerto che sia) o il lavoro in studio ?
La dimensione da studio è la nostra preferita, perché ci permette di scrivere e creare musica con calma, seguendo i nostri ritmi. La situazione live penso che sia magnifica per una band tradizionale, perché suonare su un palco da una sensazione irripetibile, molto più intensa di quella che si prova a lavorare in studio. Tuttavia il lavoro in sala di registrazione ti offre quella tranquillità e quell’atmosfera ideale per assecondare le forze creative.
Cosa pensate del legame – da un po’ di tempo a questa parte sempre più stretto – tra musica dance e mondo della moda ?
Sembra un legame forte, è vero. Forse perché gran parte della musica elettronica è musica strumentale, e pertanto evocativa, che ben si presta a “commentare” una sfilata o un’esibizione. E’ vero, poi che c’è anche il discorso della moda, della tendenza, che è molto più superficiale… In ogni caso non vediamo la cosa come un problema.
Visto quello che è successo a Moby, che si è trovato miliardario dall’oggi al domani, proprio un problema non deve essere…
E’ vero. Anche se confesso che Moby non è il mio artista preferito: lo stimo, e penso che il suo ultimo album, facendo presa sul grande pubblico, l’abbia fatto conoscere al mondo intero. Dobbiamo però considerare come molti altri artisti, forse anche più dotati di Moby, non abbiano avuto la sua stessa fortuna e siano rimasti nell’ombra. Non ho nulla contro di lui, non fraintendetemi. Sono contento per lui del successo che ha avuto, anche se mi dispiace che la sua visibilità offuschi altri talenti altrettanto meritevoli.
(Davide Poliani)