Rockol ha incontrato la band entrata nelle classifiche inglesi in punta di piedi. Adesso, però, fanno paura ai giganti mondiali del pop...

Parafrasando Ben Folds, sembra difficile, oggi come oggi, raggiungere la testa delle classifiche senza urlare al mondo le sevizie alle quali si è stati sottoposti da piccoli. Gli Starsailor, band gallese che secondo la stampa britannica esploderà a giorni diventando il nuovo fenomeno pop mondiale, ci è riuscita. Come? Innanzitutto con degli ottimi esempi davanti agli occhi: Tim Buckley, Neil Young e Crosby Still & Nash tanto per cominciare, ma anche Marvin Gaye e la migliore musica soul. Poi, confezionando tre singoli, “Alcoholic”, “Good souls” e “Fever”, dal forte impatto eppure dalle sonorità molto raffinate e discrete, in bilico tra nuovo pop chitarristico d’oltremanica e “new acoustic movement”. Eppure James Walsh, leader della band più corteggiata dalla stampa inglese, non sembra curarsi molto del fenomeno creatosi attorno al suo gruppo: a lui, come ai suoi colleghi, interessa scrivere belle canzoni. E basta. Di paragoni importanti e di scalate al successo gli Starsailor non ne vogliono sapere… Perché avete scelto “Love is here” come titolo del vostro album ?
Penso che “Love is here” sintetizzi bene la confusione, il viaggio e le esperienze sentimentali che solitamente vive la gente della mia età. Il titolo dell’album si riferisce a quando le persone, raggiunto un determinato punto della propria vita, smettono di pensare per godersi la vita giorno per giorno: “Love is here” parla di quando non si ha più paura per il futuro, di quando si smette di pensare alla propria vita per gioire del presente. E’ un concetto molto allegro, per niente triste.
La scelta della canzone “Good souls” come singolo “di punta” estratto da “Love is here” è in qualche modo correlata al significato del titolo?
Non esattamente. La scelta è caduta su “Good soul” per ragioni essenzialmente musicali: questa canzone ci rappresenta bene, ed offre uno dei lati più completi del nostro suono. Inoltre, è una canzone molto diretta, molto facile da ascoltare, anche se penso che “Alcoholic” (uno dei tre singolo finora pubblicati dagli Starsailor, ndr) sia una canzone strutturata in maniera più semplice.
Nonostante siate inglesi, la vostra musica si rifà molto al suono americano: perché avete scelto di guardare agli Stati Uniti per ispirarvi ?
Ciò che mi affascina degli artisti americani è la qualità di scrittura: il loro è un songwriting più puro rispetto al nostro. Penso a grandi autori soul come Marvin Gaye, o a cantanti come Crosby, Still e Nash, Joni Mitchell. Molta musica inglese si rifà a questi autori. Non saprei dire quanto tutto ciò influisca sul nostro suono. Quello che ho sempre adorato degli autori nordamericani è l’approccio alla canzone, il loro modo di cantare, di strutturare il brano…
Come è stato lavorare con il vostro produttore, Steve Osbourne?
E’ stata un’esperienza molto positiva. Steve possiede una qualità molto preziosa: ha molto buon gusto. Il lavoro che ha fatto sulle canzoni è ottimo: ha impiegato circa tre mesi per produrre l’album che tra poco ascolterete. Poi, Steve ha un curriculum di tutto rispetto: ha lavorato con band storiche come Happy Mondays, New Order e Brian Eno, e ci è stato consigliato dai Doves. Oltretutto, abbiamo avuto l’opportunità di collaborare con lui prima della realizzazione del disco, imparando a conoscerci vicendevolmente e a capirci. La sua bravura è stata quella di essere riuscito ad espandere il nostro suono senza snaturarlo.
Perché, in un’intervista, una volta hai detto: “Non potrò mai diventare Liam Gallagher”?
Per ragioni caratteriali, oltre che musicali. Si può capire facilmente la differenza che separa gente come me e come Liam: lui è una rockstar, una persona famosa innamorata della propria celebrità. Io no: non ho le sue pretese. Gente come lui certa di piacere a tutti, cosa alla quale io non penso affatto. Sarei ridicolo se, sul palco, cercassi di muovermi e di comportarmi come lui.
Parlateci della vostra esperienza live con i Manic Street Preachers…
Sono una buona band, anche se hanno un pubblico molto diverso dal nostro. Abbiamo suonato con loro in Scozia, ed è stato molto divertente.
Quanto è importante, per voi, la dimensione live? Ed il lavoro in studio?
Penso che l’espressione live sia la più suggestiva per una band, perché permette un rapporto più stretto col pubblico. Tuttavia credo che l’ideale sia una via di mezzo tra le due cose: in studio nascono le idee, e si gettano le basi per la realizzazione di un album. E’ però difficile stare chiusi a lungo nello stesso posto senza perdere una certa vis creativa. In sostanza, penso siano due situazioni molto legate tra loro, l’una indispensabile all’altra.
Cosa pensate del successo del “new acoustic movement”?
Non possiamo che esserne felici. Questa nuova tendenza che coinvolge molte giovani band è una cosa molto positiva, che vede la scrittura tornare alla base delle canzoni. Il panorama musicale, oggi, si sta accartocciando su se stesso ed il fatto che un songwriting di qualità stia conquistando così tanto pubblico non può che fare piacere. Sicuramente questo nuovo modo di intendere il pop contribuirà ad innalzare lo standard qualitativo delle canzoni ai primi posti delle classifiche.
Oggi che avete raggiunto le classifiche e vi siete guadagnati la copertina del New Musical Express, siete spaventati dal successo?
Ci sono diversi modi di vivere il successo. Lo puoi intendere come una minaccia alla tua integrità artistica, o come una sfida alla quale sottoporti. Siamo stati avverti dei rischi che corriamo: abbiamo avuto l’opportunità di poter vedere come si sono comportate altre band in passato. Se non si è abbastanza uniti come band e abbastanza forti come musicisti la fama è una cosa molto pericolosa. In questo senso il successo può essere accolto anche come una sfida: noi facciamo fronte a questa situazione per dimostrare, soprattutto a noi stessi, di essere una grande band.
La stampa specializzata spesso vi accosta a band come Travis e Coldplay: siete d’accordo con questi paragoni?
Non ho mai condiviso questo genere di paragoni. Non perché non stimi le band alle quali ci hanno accomunato: bisogna ricordare che ogni band è diversa dalle altre, in mille modi diversi. Poi, noi siamo differenti dai Travis e dai Coldplay, sia musicalmente che spiritualmente. Loro sono molto famosi, e le loro canzoni sono molto orecchiabili e radiofoniche. Noi siamo più intensi, meno pop: non penso che una nostra canzone possa fare concorrenza, commercialmente parlando, ad una dei Coldplay o dei Travis.
A parte i musicisti, ci sono altri artisti che vi influenzano, come registi, scrittori o pittori?
Leggiamo tutti molto, e tutti prendiamo ispirazione anche da opere extra musicali. Personalmente, sono un grande ammiratore delle opere di Stanley Kubrick, il mio regista preferito. Tra gli scrittori, invece, mi piace molto Martin Amis, e Sylvia Plath. Per quanto riguarda i pittori, invece, preferisco Monet e Salvador Dalì.
Perché avete scelto di inserire una traccia fantasma vocale in coda al vostro album?
Per spaventare la gente. Noi pensiamo che “Love is here” venga ascoltato dalle persone prima di andare a dormire: inserendo una traccia esclusivamente vocale a 11 minuti dalla fine dell’ultima canzone ci immaginiamo sempre un potenziale ascoltatore che si sveglia di soprassalto, pensando all’arrivo dei fantasmi.

(Davide Poliani)

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