Dopo i milioni di dischi venduti, per i Cranberries è arrivato il momento dei figli e delle famiglie: la cantante Dolores O’Riordan ha partorito la secondogenita Molly, e anche il chitarrista Noel Hagan è diventato papà per la seconda volta. Il batterista Fergal Lawler sostiene che questo abbia unito ancora di più i membri della band, che si scambiano consigli e informazioni su dentizione e altri argomenti simili. Nonostante gli impegni da genitori, i quattro (completa la formazione il bassista Mike Hogan) si sono chiusi in studio a registrare “Wake up and smell the coffee”, l’album con cui si ripresentano al pubblico dopo due anni di pausa. Introdotto dal singolo “Analyse” (“orecchiabile e ottimista” secondo la O’Riordan), il disco ripercorre i temi stilistici cari alla band irlandese, con l’esperienza dei professionisti ormai ultra-collaudati. Ne conviene la stessa O’Riordan, che sottolinea come la band sia maturata rispetto agli esordi. E lo stesso vale per Stephen Street, il loro produttore ai tempi di “Zombie”, tornato di nuovo al lavoro con la band irlandese. Come è nata la decisione di farsi produrre di nuovo da Stephen Street?
Non abbiamo visto Stephen per sette anni. L’ultima volta che l’ho incontrato è stato quando mi sono sposata. Avevamo appena finito “No need to argue”, il nostro secondo album. Era un periodo in cui ci stavano succedendo molte cose: stavamo avendo successo, eravamo molto giovani ed era importante per noi provare a lavorare con altre persone. Così siamo passati a Bruce Fairbairn per il terzo album, e sfortunatamente lui è morto poco dopo. Poi abbiamo collaborato con Benedict Fenner per “Bury the hatchet”. Arrivati a questo punto, avevamo fatto diversi esperimenti e ci sembrava il momento buono per collaborare ancora con Stephen. Il gruppo è insieme da dieci/undici anni, così abbiamo pensato di tornare al punto di partenza e vedere se le cose funzionassero ancora. Nel frattempo, siamo tutti cambiati: io e i ragazzi siamo più vecchi e così pure Stephen, che ora ha molta più esperienza. Quindi è stato interessante ritrovarsi di nuovo insieme in studio.
Considerate questo disco un ritorno alle origini?
Non è stato un totale ritorno alle radici perché ci sono brani in questo album che undici anni fa non avrei mai potuto cantare in questo modo, con la sicurezza e la maturità che arrivano con l’età. Ad esempio, non avrei mai potuto scrivere “Never grow old” a 18 o 19 anni. Il primo album era composto quasi completamente di canzoni d’amore da teenager insicura con il cuore spezzato. I pezzi di oggi sono più profondi, più maturi e più saggi, non parlano solo di relazioni sentimentali. Anche i suoni sono più curati. Le uniche cose che sono rimaste uguali sono Stephen e i quattro membri del gruppo.
Come avete lavorato al materiale di “Wake up and smell the coffee”?
Quando cominciamo a registrare, tutto il materiale è già stato scritto. Di solito partiamo dalla batteria: a Fergal piace che io canti dal vivo fino a quando azzecca la ‘take’ buona. Stephen invece preferisce esecuzioni fatte dal vivo, non ama fare troppe ‘cuciture’ fra diverse registrazioni della stessa traccia. Per questo a Fergal piace che io sia nella sala di regia a cantare: lo aiuta a entrare nel mood della canzone. Non suona mai un pezzo due volte allo stesso modo e si entusiasma quando arriva al risultato che vuole. Mike di solito non deve fare molti aggiustamenti: lui e Fergal suonano insieme da undici anni, quindi hanno sviluppato una grande intesa. Di solito, finisce le sue parti velocemente e così abbiamo le basi di basso e batteria per un paio di canzoni pronte in un giorno. Subito dopo Noel registra le chitarre oppure registro io le parti vocali, dipende dai nostri impegni familiari e cose del genere. Per questo album Noel ha completato molte delle sue parti nella prima fase delle registrazioni, mentre io ero incinta. La seconda metà è stata registrata mentre stavo allattando, passavo dalle poppate a cantare davanti al microfono dello studio. E’ stata una bella esperienza.
La maternità ti ha complicato il lavoro?
Non c’è stato niente di particolarmente difficile nella lavorazione di quest’album: non era la prima volta che registravo e non era la mia prima gravidanza. Poi c’era Stephen, che conosciamo bene, quindi è stato bello, non sembrava affatto un lavoro. L’ultimo pezzo del disco, “Chocolate brown”, è stato registrato in modo del tutto nuovo per noi. La session era fissata per un venerdì, un giorno in cui di solito facciamo le parti strumentali. Quindi la sera prima sono andata al pub a bere, sicura che non avrei dovuto cantare il giorno dopo. Invece Stephen ci ha messo tutti in sala, ha piazzato qualche microfono e abbiamo registrato dal vivo. Io non volevo farlo, non pensavo di essere in grado di cantare con i postumi della bevuta, ma Stephen mi ha convinta e il risultato è davvero fresco ed energico. Ci sono in giro talmente tante superproduzioni, cantanti che non sanno cantare davvero ma puntano su un bel fisico e grandi tette: beh, quella è una canzone vera, non è costruita, non puoi cantarla se non sei capace. E’ come una boccata di aria fresca”.
Il successo vi ha cambiato la vita?
Ai tempi del terzo album abbiamo imparato che nell’industria musicale ci sono aspetti positivi e negativi. Facciamo un bel lavoro, abbiamo una bella carriera, ma la vita non si riduce a questo, non bisogna farsi ossessionare. All’inizio ci siamo fatti prendere un po’ troppo, cercavamo di piacere a tutti, di tenere fede alle attese. Dopo il successo di “Zombie” le aspettative dei media di tutto il mondo per il terzo album erano molto alte. Tutti ci chiedevano se ci fosse un’altra “Zombie” nel disco, e noi rispondevamo “No, chi mai vorrebbe scrivere due canzoni uguali?”. Quindi dicevamo a tutti di dimenticarsi di quel pezzo, ma c’era questa ossessione e sono nati un sacco di malintesi. Si sono lette in giro molte storie, avevo l’impressione che tutti sapessero più cose su di me di quante ne sapessi io stessa. Alla fine è diventato un incubo: dovunque andassi c’era gente che si metteva a gridare ed era spaventoso. A quel punto abbiamo stabilito quanto volessimo spingerci in quella direzione e quanta realtà volevamo che rimanesse nelle nostre vite. E’ stato un punto di svolta molto importante, ci siamo resi conto di cosa capitava alle rockstar del passato. Solo perché diventi famoso in una band, non significa che devi allontanarti dalla famiglia e dagli amici per entrare in un mondo pieno di chiacchiere e lustrini. Per noi è sempre stato importante restare concentrati su quello che siamo veramente, per non perderci in quel tipo di pazzia. Sono contenta che tutti noi abbiamo tenuto contatti con le famiglie e gli amici. E’ bello incontrare gente che conosci, che ti dice che è bello vederti e che non pensava che ti avrebbe più rivisto. Certo, è un’esagerazione, ma si sono visti un sacco di giovani che non sono riusciti a sopravvivere quando sono diventati famosi, tra droghe e pressioni. Le rockstar vivono in un mondo strano e folle, molti pensano che le droghe possano aiutarli a reggerlo. E’ triste, perché abbiamo perso molti giovani artisti in questo modo.
Essendo la più esposta all’attenzione del pubblico, che tipo di pressioni hai subito?
Ho trascorso molto tempo a preoccuparmi di stupidaggini come il modo in cui apparivo alla gente, come sembravano le mie gambe o i miei capelli. Ho sprecato tempo e denaro a leggere stupide riviste di moda per ragazze. Sono diventata una figura timida e insicura sotto gli occhi del pubblico. In questa posizione, subisci molte pressioni: tutti vogliono che tu sia magra, sexy e cose del genere. Ho finito con l’odiare questa vita. Ripensandoci ora, mi chiedo come abbia fatto a dannarmi così tanto per simili motivi. Ora non mi preoccupo più di come mi vede la gente, ho trovato la mia pace interiore e va tutto bene. Nella vita si attraversano diversi stadi. Quando arrivi al livello successivo, diventi consapevole di aspetti che non avresti mai considerato prima. Scopri che certe piccole cose che ti sembravano importanti, non lo sono affatto. Le cose semplici ti rendono felice e la vita in generale cambia. Tutto questo ci ha molto ispirati in senso positivo. La band ha avuto successo molto presto e nel giro di tre album è arrivata al punto di stancarsi del ruolo da star. Ci siamo dedicati alle famiglie, e farsi venire di nuovo la voglia di tornare in studio a incidere è stata una bella sfida.
Il vostro sito web è piuttosto curato. Vi interessa sfruttare questo mezzo?
Ai fans piace. In genere vogliono sapere quando uscirà il prossimo disco, come saranno le canzoni o quando andremo a suonare nel loro paese. Penso che sia bello per loro avere questa specie di accesso diretto alla band e a tutte le notizie che ci riguardano. Fergal è il più attivo del gruppo sul sito, ma anche io spesso leggo le lettere che i fans ci mandano da tutto il mondo e il nostro webmaster raccoglie.
A quando il prossimo tour?
Quest’anno faremo soprattutto promozione con televisioni e riviste. Cominceremo dall’America, poi passeremo all’Europa. L’anno prossimo saremo in tour per parecchio tempo, da febbraio a Natale. Questa volta ho voglia di andare in Asia e in Australia. Con il tour precedente non volevo farlo perché avevo partorito per la prima volta e non volevo restare lontana da casa per troppo tempo. Stavolta sono più rilassata, voglio vedere posti nuovi e incontrare gente che non ci ha ancora visto.
(Paolo Giovanazzi)