Incontro con il cantautore bolognese in occasione dell’uscita del suo nuovo album, 'Lu*ca'

Luca Carboni non ama fare i conti: non gli interessa, a trentanove anni suonati, di aver pubblicato dieci dischi e di aver fatto sognare intere generazioni con brani come “Silvia lo sai”, “Farfallina” e “Vieni a vivere con me”. Luca non si guarda troppo indietro e non cerca di fare un bilancio della sua vita. Oggi ha una famiglia e un figlio, Samuele, ispirazione per i giorni futuri e per il nuovo album, semplicemente intitolato “Lu*ca”. Il passato, in fondo, “è passato”; ma il suo, ricco di collaborazioni e riconoscimenti, non è certo di quelli che si confondono con il nulla. Luca, jeans consumati e giubbotto di pelle nera sulle spalle, sembra ancora quello di una volta, anche se, sulle tempie, cominciano a farsi vedere i primi capelli bianchi. Ma l’anima, per dirla con le parole di una sua ultima canzone, non invecchia mai: “Noi siamo ancora bimbi ma con i capelli bianchi”…

Contando anche le raccolte, siamo arrivati a dieci album. Dopo tanti anni di carriera, quali sono le aspettative che riponi in questo nuovo lavoro?
Mi piace non contarle, le raccolte. Mi piace considerare principalmente il percorso della mia carriera attraverso gli album di inediti, quindi per me questo è l’ottavo album. Fare un’analisi del passato è un po’ complicato, per lo meno farlo sinteticamente. Sono contento degli album che ho realizzato. Pur non avendo cambiato molto il mio modo di scrivere, credo si notino le diverse fasi che ho vissuto, che sentivo e che vivevo personalment; ma che viveva anche la società. Ci sono i dischi degli anni ’80 che hanno certe caratteristiche, quelli dei ’90 altre ancora… Adesso con questo album penso che si apra, almeno personalmente, un nuovo ciclo. Staremo a vedere. Ho un po’ abbandonato la dimensione degli anni ’90 in cui ho tentato di giocare con l’elettronica e i campionamenti. Anche la voglia di giocare, ironicamente, con la musica è cambiata. Questo invece è un album che comincia dai suoni più puri, più veri ed essenziali, senza avere però l’etichetta minimalista che mi ha accompagnato in questi anni. Avevo proprio voglia di fare un album semplice e sincero, autentico nei testi e nelle musiche.

Hai scritto personalmente la presentazione di “Luca” che, a partire dal titolo, e arrivando ai contenuti, è fortemente autobiografico. Hai però esternato il desiderio che anche tutte le altre caratteristiche di questo nuovo lavoro venissero notate dal pubblico. Quali sono gli aspetti secondo te più importanti?
Ci terrei che la gente conoscesse tutto l’album. Un disco che parte come tante cose che si scrivono per se stessi, ma che possono poi essere utili anche ad altri. Quando si scrive è la parte di se stessi che si vuole far uscire. Ma, al di là di questo, nel percorso delle mie canzoni ci sono anche delle aperture verso molti temi; anche all’interno di brani che sono più esplicitamente d’amore ci sono elementi diversi. Ad esempio in ‘Mi ami davvero’, la canzone che apre il disco. Mi piaceva l’idea di far convivere due testi e due mondi diversi nella stessa traccia. E’ una denuncia delle cose che non mi piacciono e delle quali soffro di questi tempi. Una parte è esplicitamente sociale, e l’altra ispirata dall’amore.

Hai iniziato a suonare con i Teobaldi Rock. Che musica facevate?
Con il gruppo Teobaldi Rock abbiamo cominciato nel 1977-78 e un nostro vero stile l’abbiamo trovato soltanto un paio di anni dopo. All’inizio, a 14-15 anni, eravamo influenzati dal rock demenziale degli Skiantos, quindi giocavamo molto con le rime nonsense. Erano i primi tentativi di scrittura. C’era molta ironia, amara. Poi pian piano, visto che io amavo anche la canzone d’autore, oltre che altri gruppi rock, ho cercato di far entrare nella band l’importanza dei testi e di cercare, con le parole, di trovare un nostro linguaggio. Facevamo una musica un po’ difficile da definire. Eravamo un’incontro di varie contaminazioni, dai Clash ai gruppi italiani che andavano in quel periodo, ad altre influenze più cantautorali.

Te lo chiedevo perché so che un paio di anni fa hai lavorato sul disco ‘Doppia dose’ degli Skiantos. Che effetto ti ha fatto, più di venti anni dopo, essere chiamato da loro per una collaborazione?
La collaborazione con gli Skiantos mi ha fatto molto piacere perché è un gruppo che ho stimato e amato molto. E’ stato una delle band che ci hanno ispirato di più e che ci hanno dato la forza di fare musica, anche se non eravamo dei grandi musicisti. Quando abbiamo cominciato eravamo davvero alle prime armi. Però il messaggio che era dentro al punk e dentro alla storia degli Skiantos era importante, anche se uno non era un musicista. Un messaggio fondamentale che ci ha dato il coraggio e l’energia per fare certe cose. Le prime canzoni scritte con i Teobaldi Rock erano molto vicine agli Skiantos . Poi pian piano lo stile si è personalizzato e si è spostato verso un’altra direzione.

Prima hai detto che non ti piace “contare”, però sono ormai diciassette anni che suoni e, nonostante tu abbia anche detto che il tuo modo di vedere le cose è cambiato, sei rimasto comunque molto coerente. Ti è costato qualcosa o la tua coerenza è stata determinata puramente dalla naturalezza?
Credo di essere stato molto fortunato e privilegiato perché non ho dovuto soffrire particolari restrizioni per fare musica o per poter andare avanti. Anzi, dal primo album uscito nel 1984 in cui nemmeno la mia casa discografica credeva tanto, ho avuto la possibilità di avere poi un contratto duraturo e l’opportunità di andare avanti a scrivere canzoni e di avere piena libertà artistica. Tutto quello che ho pubblicato, nel bene e nel male, con gli errori, i dubbi e le canzoni che magari non sono venute come immaginavo quando le ho scritte, è sempre stato molto sincero e voluto. Sono contento di quello che ho fatto.

Spesso nelle tue canzoni emerge l’importanza della tua città, Bologna, che con esse è mutata nel tempo. Quali sono i cambiamenti che hai visto e che poi hai riportato in musica?
Sì, Bologna è molto importante per me perché è una città che, oltre a darmi degli stimoli mi ha permesso in questi anni di vivere in mezzo alla musica e anche di stare un po’ staccato da tutto il resto, visto che non è proprio il centro del mondo, senza troppi media, organi di stampa o televisioni. E’ una città abbastanza appartata rispetto alle tensioni che si possono sentire in posti come Milano o Roma, quindi mi ha fatto vivere il successo con sufficiente distacco. Sono grato per questo, al di là del fatto che è la città dove sono nato e cresciuto e dove ho amici e famiglia. Vedo che questo funziona anche su altri artisti, cantanti e attori, che si stanno trasferendo a Bologna. Si vede che tutti cercano di fuggire dall’oppressione… e Bologna offre tante cose, ma allo stesso tempo è protetta. Il fatto di vederla cambiata credo sia dovuto al fatto che comunque tutto sta cambiando in Italia, anche se in ritardo rispetto ad altri paesi in Europa, dove c’è stata l’immigrazione e l’arrivo di altre culture straniere molto prima. Forse siamo la nazione meno preparata e che per certi versi sta vivendo in modo traumatico questo cambiamento. Però credo che la storia non si possa fermare: ci sono dei motivi profondi perché queste cose succedono e bisogna capirle e affrontarle con apertura e tolleranza.

Nel brano “I problemi della gente” si può immaginarti mentre cammini sotto i portici di Bologna, nel momento in cui assisti ad una storia particolare, e poi la trasformi in canzone…
Sì, “I problemi della gente” è nata in Via S. Vitale, mentre camminavo, incrociando lo sguardo di una persona che mi ha comunicato molto, uno sguardo in cui ho letto tutta una storia di problemi e di ansie. Ho avvertito che quella persona me le ha comunicate profondamente, nel momento in cui abbiamo incrociato gli sguardi. Da lì ho riflettuto, e su questa cosa è nata questa canzone, tornando a casa. Parlo proprio di questo.

Quando sei entrato in studio avevi già in mente come avresti lavorato per renderlo diverso dal precedente?
Questa volta sono entrato in studio con buona parte delle canzoni scritte, quasi tutte, ma non con le idee chiare sugli arrangiamenti. Avevo le idee chiare sul suono e sugli strumenti che avrebbero dovuto accompagnare e far vivere le canzoni; così ho proceduto in un modo abbastanza anomalo per me, ossia scegliendo prima gli strumenti da utilizzare in tutte le canzoni, anche per rendere l’album omogeneo. Volevo che si passasse da un brano all’altro senza troppi sbalzi, come se fosse sempre la stessa canzone ad andare avanti. Mi piaceva dare questa omogeneità di racconto musicale. Avevo immaginato il basso, la batteria, gli organi, gli archi – un ottetto – e il pianoforte. E basta. Quindi utilizzando solo questo, anche se non è poco. Partendo dagli strumenti abbiamo poi costruito tutte le canzoni, poi alcune sono venute bene subito, altre le avevamo riempite di archi, ma poi siamo tornati indietro. Alla fine comunque è stato un lavoro fatto con serenità, senza correre, anche se è durato nove mesi.

“Lu*ca” è dedicato a tuo figlio Samuele e nei credits ringrazi tua moglie. Quanto è stata importante la tua famiglia, che molto spesso è presente nelle tue canzoni, per la realizzazione di questo album?
In questo album chiaramente racconto anche l’esperienza di padre, in una canzone, anzi, in due… Credo che chi scrive faccia dei riferimenti autobiografici inevitabili e, poi, forse questa mia nuova condizione di papà mi ha fatto cercare l’essenzialità, perché comunque nel rapporto con un figlio o con la sua educazione si cerca sicuramente l’autenticità. Senti l’esigenza di essere più vero possibile. Quindi credo che tutto questo possa essere tradotto, anche inconsciamente, nella ricerca di verità del suono del disco. Sicuramente ci sono molte cose che ti influenzano e che spostano il tuo punto di vista sulle cose che si vivono privatamente, oltre che di quello che di sociale ti arriva dall’esterno.

Qualcuno ha detto che le canzoni sono come dei francobolli: una volta incollati sulla busta hanno fatto il loro dovere, e non li si rivede più. Credi che le canzoni una volta composte diventino patrimonio di tutti?
Ci sono tante teorie, tanti modi di definire una canzone… Sicuramente quando componi un brano e lo fai uscire diventa di tutti. Inevitabilmente se qualcuno ama ciò che hai scritto, perché ne è rimasto colpito ed emozionato, lo fa suo. Chiaramente io l’ho composto anche per me, ed è anche mio. Nel senso che quando scrivo, quasi tutto ciò che ho scritto lo scrivo prima di tutto per me stesso; poi è una conseguenza che arrivi anche agli altri. Certamente quando una canzone è conosciuta e amata, e nasce ispirata, sono convinto che non valga tanto la pena stravolgerla in un concerto o riarrangiarla, magari deludendo chi la ama così com’è. Per come vivo io le cose, credo che la nostra energia sia da mettere più nelle canzoni nuove, cercando altre strade magari sulle produzioni future. E’ importante sentirsi rappresentati sempre dal presente, perché il passato è già fermo. Io sento molto questa cosa: quando fermo una canzone su un disco lo è per sempre. Ormai l’ho abbandonata lì, e sarà così, perché quella è la versione su cui ho lavorato, e magari anche sbagliato. Da questo punto di vista sono abbastanza d’accordo con il ragionamento che fanno alcune persone del pubblico, quando rimangono male nel sentire una canzone stravolta che poi non riconoscono. Perché io per primo, se vado a sentire i R.E.M., e fanno “Losing my religion” diversa, magari jazz, per esempio, torno a casa e ascolto il disco originale più volentieri. Quindi capisco questa cosa e ne sono consapevole mentre compongo una canzone. L’aspetto virtuoso dell’improvvisazione su un mio pezzo è qualcosa che non mi emoziona e che non ricerco. L’opera finita è quella lì, nel bene e nel male.

Come sarà e quando partirà il tuo prossimo tour?
Il tour lo presenterò ufficialmente a dicembre perché sto cominciando a pensarci solo adesso. Sicuramente, essendo un album acustico-elettrico, credo che possa dare soddisfazione non solo alla gente che lo sente, ma anche a noi musicisti quando saremo sul palco. E’ da tanto tempo che non faccio un tour lungo per l’Italia, quindi penso che farò molti concerti. Ho già messo in conto di fare le prove all’inizio di gennaio e alla fine dello stesso mese partire con la tournée. Suoneremo dal vivo fino ad aprile, sia in Italia che in Europa.

(Valeria Rusconi)

Per la versione in video dell’intervista a Luca Carboni, potete collegarvi all’indirizzo http://streaming.rockol.it.

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