Il nuovo album “Radio zombie” ha tutte le caratteristiche giuste per mantenere il gruppo dei Negrita ben saldo nelle preferenze del pubblico: la band si mantiene sostanzialmente fedele al proprio suono e migliora lo stile compositivo. Raggiungere questo risultato non è stato indolore, come Pau e Drigo (voce e chitarra rispettivamente) hanno spiegato ai giornalisti durante la presentazione dell nuovo disco al Rolling Stone di Milano. Ma se c’è stata tensione, sembra essere definitivamente passata, a giudicare dalla tranquillità con cui affrontano la sequenza serrata di soundcheck – interviste – concerto. Il nuovo album suona più compatto rispetto a ‘Reset’ e si nota una maggiore attenzione nella stesura dei testi. Erano due obiettivi che vi eravate prefissati?
Pau: Penso che “Radio zombie” sia molto eterogeneo a livello di composizioni e atmosfere e rappresenta due anni di lavoro. Passiamo, credo con disinvoltura, dalla new wave al funky, dal blues al rock più tradizionale. E’ una cosa che ci piace molto, testimonia il fatto che siamo in pista da un po’ di tempo e abbiamo ascoltato di tutto. Abbiamo lavorato molto sugli arrangiamenti, con una cura maniacale perché, secondo noi questo è un aspetto che il rock italiano in genere ha sottovalutato. Probabilmente è questo ad averci distinto da altri gruppi a noi coetanei. Anche il lavoro sui testi è stato duro. Il primo aspetto che abbiamo considerato per decidere cosa mettere sul disco è la parte letteraria: prima doveva convincerci quella, poi veniva la musica. In passato siamo stati a volte meno attenti all’impatto delle parole.
Drigo: All’inizio per noi il rock rappresentava soprattutto riff di chitarra, assoli e ritmica incalzante, anche se i contenuti ci hanno sempre interessato. Poi le cose sono un po’ cambiate. Quando ci descrivono come un gruppo di rock classico a volte ci infastidisce, ci sembra un modo indiretto per dire che non proponiamo niente di nuovo. Però c’è un lato positivo: nel rock classico ci sono gli esempi migliori di quanto è stato fatto in questo genere. E’ una musica che è riuscita ad andare oltre il mercato discografico e a parlare alle coscienze della gente. Per questo motivo abbiamo fatto più attenzione ai testi, per impegnare la gente ad affrontare certi temi.
Pau: Ma senza presunzione, è solo un tentativo: vediamo chi ha voglia di parlare con noi.
Gli artisti italiani hanno spesso il problema di trovare il pezzo “radiofonico”. Sentite anche voi questo tipo di pressione?
Pau: Ascolto la radio quando mi capita e ho sentito “Bambole” tre o quattro volte: era un contrasto stridente con il resto della programmazione. Credo che non siamo in linea con quel tipo di cose. Personalmente il “suono radiofonico” mi ha annoiato. Al di là di questo, sono contento che alcuni direttori artistici delle radio apprezzino i nostri pezzi e li passino. Li ammiro anche, perché secondo me osano qualcosa. Non voglio dire che le nostre canzoni siano le migliori in assoluto, ma sono segnali buoni.
Drigo: Per fare un singolo radiofonico, devi pensare in termini di intrattenimento e basta. Costruire un album in funzione del pezzo trainante ti fa perdere di vista l’obiettivo importante, cioè quello che vuoi dire. Pau: Con “Reset” c’è stata una coincidenza di eventi favorevoli, avevamo il vento in poppa. Il film (“Così è la vita”, di cui la band ha firmato la colonna sonora) ci ha dato una platea impressionate. Secondo me su “Radio zombie” ci sono quattro o cinque potenziali singoli, ma non per il nostro paese, credo. Siamo combattuti fra la nostra mentalità di gente cresciuta negli anni ‘80, che si è ripassata tutto il rock degli anni ‘60 e ‘70 e quella di un paese che fatica ad accettare questo tipo di musica.
C’è chi sostiene che alle radio non piacciono le chitarre elettriche. Siete d’accordo?
Drigo: Forse è stato un po’ così in questi anni. C’è stata questa ricerca della novità a tutti i costi, dell’elettronica come musica del futuro. Il 2000 era anche una data simbolica in questo senso. Ma adesso non mi sembra che, in ambito di musica elttronica, stiano uscendo cose particolarmente rivoluzionarie.
In “1992” ricordate i vostri esordi. Perché vi siete concessi questo “amarcord”?
Pau: E’ forse il pezzo-cardine dell’album. Per un anno intero non abbiamo fatto niente: vivevamo di paura. Il disco di platino conquistato con “Reset” ci ha messo degli obblighi, con noi stessi e la casa discografica. Ci siamo fatti prendere dall’angoscia della riconferma, dal timore di non avere più niente da dire. Non abbiamo messo su nastro niente, avevamo centomila note ma insignificanti. Allora mi sono fermato a ripensare alla scintilla che ci ha spinti a suonare. Sono tornato al momento in cui abbiamo ottenuto un contratto e siamo diventati professionisti, alla svolta della nostra storia. Ho cercato di analizzare tutti gli stimoli che mi hanno dato la voglia di suonare. E’ stato come scrivere un diario dieci anni dopo e mi ha aiutato a ritrovare la direzione giusta.
Drigo: Dal punto di vista musicale avevamo tantissimi spunti. I testi invece hanno richiesto molto più tempo e lavoro.
Vi ha aiutati in qualche modo il fatto di venire da una città dove c’è un festival di grande livello come Arezzo Wave?
Pau: Io e Cesare (chitarrista dei Negrita) siamo cresciuti lì, anni fa accompagnavamo le band indipendenti all’albergo, sul palco, eravamo i galoppini del festival. Poi il lavoro ci ha un po’ allontanato, ma inevitabilmente torniamo lì. Avere una manifestazione del genere in una città di provincia è uno stimolo enorme. Io ho capito molte cose da Arezzo Wave, ho visto come funzionava la scena underground.
Drigo: E’ uno dei pochi festival non tematici: si mettono insieme personalità artistiche che apparentemente non c’entrano, ma quella situazione dà un senso anche agli accostamenti più strani.
Come è nato il titolo “Radio zombie”?
Pau: E’ un incrocio di sensazioni. Ci piace anche che certe idee non vengano svelate fino in fondo, i motivi che hanno portato alla scelta del titolo sono tanti. Non c’era voglia di polemizzare con le radio, se non a livello giocoso, perché non ci sentiamo molto rappresentati da un certo tipo di programmazione, ma non è quello il motivo della scelta. Avevamo due anni di alti e bassi da raccontare in un titolo, ci servivano una o due parole. La cosa più facile è stata pensare a una trasmissione radiofonica dove confluiscono diverse esperienze, dove può passare un pezzo reggae come uno punk. “Zombie” invece è una parola legata all’immagine della copertina: delle antenne che escono da un posto arido, privo di vita.
Drigo: Un morto, però ricettivo.
Pau: Rispetto a dieci o quindici anni fa, la gente tende a essere più chiusa. Il mondo ti vuole in casa, davanti alla televisione perché sei un potenziale acquirente. Devi startene lì, nel tuo bunker. Le antenne della nostra copertina sono un segno positivo, rappresentano la voglia di trovare qualcosa che è nell’etere e che il singolo individuo può captare.
Nelle canzoni nuove fate diversi riferimenti all’attualità. Pensate anche voi che tutto sia cambiato dopo gli attentati negli Stati Uniti?
Drigo: Quel giorno eravamo in studio a scegliere la scaletta dei pezzi. Quando abbiamo saputo la notizia ci siamo resi conto subito che il nostro disco apparteneva a un’altra epoca. Oltre al malessere provato di fronte alle immagini, ci siamo preoccupati anche del nostro lavoro. Dopo due anni di sforzi, avevamo paura che il disco non fosse più coerente con il momento attuale. In realtà ci siamo accorti che era un album fuori luogo mentre lo stavamo registrando, quando tutto andava verso l’importanza dell’apparenza e il disinteresse per il contenuto. Oggi, certi scenari quasi apocalittici descritti in alcune canzoni ci sembrano quasi profetici.
Pau: Forse siamo dei gufi?
(Paolo Giovanazzi)