Boz Scaggs ha raccontato a Rockol se stesso e il suo ultimo lavoro ‘Dig’, sospeso tra pop, blues e hip hop...

Non ha certo il carisma del divo pop, e non se ne preoccupa minimamente. Boz Scaggs si è conquistato il suo momento di gloria commerciale negli anni ’70, con le vendite milionarie di “Silk degrees”, e oggi è un tranquillo musicista di mezza età. Ha un suo pubblico, il che gli permette di non avere particolari problemi a trovare un contratto discografico e si preoccupa solo della sua musica. Il recente album “Dig” ha suscitato perplessità nei vecchi fans, che sono poco propensi a mandar giù qualche strizzata d’occhio all’hip-hop, ma la sostanza resta la solita: pop sofisticato pieno di riferimenti al blues e alla musica nera in genere, una formula che Scaggs non ha alcuna intenzione di modificare. Un filmato di Boz Scaggs, che parla del nuovo disco e suona alcuni brani, è visionabile anche sul canale streaming di Rockol all’indirizzo: http://streaming.rockol.it//">http://streaming.rockol.it.
Parli spesso delle tue radici musicali rhythm & blues, ma nel corso degli anni il genere ha subito diversi cambiamenti. Tu cosa intendi esattamente per R&B?
Il rhythm & blues cambia con il tempo, ogni generazione ne conosce un’incarnazione diversa. Io sono cresciuto nel sud degli Stati Uniti, in Texas, dove c’è una forte tradizione per il rhythm & blues e ascoltavo i gruppi vocali neri alla radio. Seguivo anche molti chitarristi blues come B.B. King e T-Bone Walker. La radio trasmetteva la musica di New Orleans, di Chicago, di Dallas, di Houston. Ero circondato da questi suoni, sono stati il mio primo interesse. Poi lo stile è cambiato, è andato verso altre direzioni con il passare del tempo e io l’ho seguito. Fondamentalmente, ho sempre avuto un interesse particolare per la musica dei neri americani.

Segui quello che accade oggi nell’ambito della musica nera?
No, non ascolto molto la radio, l’hip-hop e i generi in voga adesso. Quando vado in un negozio per comprare un disco, può essere l’ultimo di Bob Dylan o qualcosa di jazz, soprattutto quello degli anni ’50 e ’60. Mi piace molto anche la musica brasiliana.

In “Dig” hanno un ruolo fondamentale David Paich e Danny Kortchmar. Come è nata la collaborazione con loro?
Con David Paich avevamo collaborato per “Silk degrees”, un album molto fortunato. Abbiamo deciso di riprovare a suonare insieme, visto che abbiamo molti interessi musicali comuni fra me e lui. Abbiamo cominciato a scrivere qualche canzone e a sviluppare idee per alcuni arrangiamenti. A quel punto, volevamo dare un’impronta chitarristica più marcata a quello che stavamo scrivendo ed è entrato in gioco Danny: io conoscevo bene il suo lavoro già da qualche anno e David aveva suonato con lui in precedenza. Così ci siamo incontrati, abbiamo verificato l’alchimia personale fra di noi e poi abbiamo deciso di lavorare insieme. Da lì in poi abbiamo scritto insieme la maggior parte della musica. Partivamo da piccoli abbozzi e idee di base e da lì costruivamo. Penso che sia stato un bell’esperimento musicale per tutti e tre.

La presentazione dell’album parla di un’atmosfera particolarmente tranquilla durante la lavorazione del disco. E’ stato così?
Per certi aspetti era molto rilassata, ma c’erano anche delle tensioni. Come dicevo, buona parte della musica è stata scritta a tre e abbiamo lavorato duro, in media per cinque o sei ore al giorno sperimentando diverse soluzioni. C’erano molte idee, quindi la registrazione è stata la parte facile del lavoro. Quella difficile è stata la scelta del materiale da usare. Ognuno di noi aveva opinioni molto decise al riguardo e a volte non era facile arrivare a una soluzione che andasse bene a tutti. Si è trattato comunque di questioni personali che siamo riusciti a risolvere.

Mi hai detto di non seguire l’hip-hop, ma nell’album si sente qualche elemento del genere e usi anche dei campionamenti. Come si spiega?
E’ nell’aria. Anche se non sono un esperto di hip-hop, questa musica fa parte della mia vita, la sento ovunque. Come ho sempre fatto, metto insieme quello che c’è dentro di me con ciò che mi arriva dall’esterno.

Cosa ti aspetti da “Dig”
? Sono neutrale, non ho aspettative particolari per questo disco. Come qualsiasi altro artista, mi aspetto che il disco mi permetta di comunicare le mie idee ad altra gente. Non voglio sembrare troppo idealista, ma è il motivo per cui sono diventato un musicista e per questo non ho avuto un grande successo per molti anni, almeno in termini economici. Però sono sempre riuscito a trovare gente a cui piaceva la mia musica, e adesso non è diverso. Mi piacerebbe avere un pubblico più vasto per cui suonare. Ecco, un desiderio che vorrei soddisfare è quello di allargare il mio seguito in Europa, e penso che ci siano degli elementi nell’album che possano interessare al pubblico europeo.

Nel disco, la tua chitarra emerge in modo particolare. Volevi focalizzare l’attenzione sul tuo strumento?
David e Danny volevano che la mia chitarra fosse ben presente sul disco. Gli arrangiamenti sono stati costruiti in modo da lasciarmi spazio per suonare in modo più aggressivo di quanto facessi in passato. Non sono un chitarrista dotato di una tecnica particolarmente sofisticata, ma ho un mio stile e penso che fosse proprio questo a suscitare il loro interesse.

Hai sempre fatto musica pop per un pubblico adulto, con arrangiamenti eleganti e canzoni sofisticate. Ci sono ancora spazi per artisti come te in un mercato sempre più rivolto a giovani e giovanissimi?
Le radio hanno risposto in modo molto positivo al disco. A volte ci possono essere problemi con i discografici: probabilmente avrei vita più facile se fossi un diciannovenne di bell’aspetto, ma in definitiva non incontro grandi ostacoli. La mia preoccupazione principale è quella di portare a termine il lavoro in studio con i miei musicisti. Fatto quello, sto a guardare. Potrebbe rispondere meglio alla domanda qualcuno che lavora alla promozione del disco. Per quel che mi riguarda, sono fiero e soddisfatto di questa musica.

Però ci sono veterani come Bobby Caldwell che hanno avuto meno fortuna di te con i discografici.
E’ vero. Molti musicisti della mia generazione non hanno un contratto, e può essere difficile per loro trovarlo perché, come dicevamo, si cerca principalmente musica per gente giovane.

Sei sulla scena dagli anni ’60. Quali sono i cambiamenti che hai notato nel panorama musicale in tutti questi anni?
Penso che siano gli stessi che hanno toccato altre aree della società. Molto di ciò che ora chiamiamo musica non lo è, o almeno non lo è primariamente: è qualcosa da vendere in televisione o alla radio, un prodotto commerciale a tutti gli effetti. C’è molta bella musica nel mondo oggi, probabilmente c’è anche una maggiore varietà di stili rispetto al passato, ma c’è anche un controllo stretto da parte delle grandi aziende, che usano le canzoni per vendere altro, fondamentalmente un’immagine ai teenager. Questa tendenza è sempre esistita, ma adesso è molto più forte rispetto al passato e penso che la musica ne soffra un po’.

Quali sono stati finora i momenti più alti della tua carriera?
Non penso di averne, almeno per quello che si intende comunemente con questa definizione. Ho molti momenti da ricordare sul palco e in studio, alcune occasioni in cui tutto funzionava bene e abbiamo creato qualcosa di bello. Ho avuto soddisfazioni creative più che successi monumentali. Certo, “Silk degrees” ha venduto parecchio e mi ha fatto diventare più famoso. E’ stato un grande evento per la mia carriera, ma a quel punto avevo già diversi album alle spalle e quindi non sono stato colto completamente di sorpresa. Semplicemente, quel successo mi ha permesso di avere più lavoro.


(Paolo Giovanazzi)

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