L'unico vero cattivo del rock'n'roll...

Sai già che non ti accoglierà dicendo: “Welcome to my nightmare”, circondato dai serpenti. Lo sai perché è noto a quasi tutti gli addetti ai lavori che, pur essendo un ex alcoolizzato che ha cercato ogni eccesso sulla scena come nella vita, Vincent Furnier è anche una delle persone più lucide e intelligenti della storia del rock. Contraddizione o necessità? Basti dire che, quando entriamo nella stanza d’albergo, l’uomo che rischiò di rimanere veramente impiccato in scena, è intento a guardare “Roma città aperta”. E mentre getta un ultimo occhio alla tv, spiega:

Chiedo scusa, ma trovo sempre qualcosa da guardare. Del resto, la maggior parte di questo disco è scritta con la CNN accesa. Che mi ha fatto capire che oggi, per la prima volta i fatti fanno più paura della fiction... Prima di scrivere “Brutal planet” mi ero occupato del mostro che vive sotto il tuo letto, o degli scheletri nell’armadio. Spettri di fantasia. Ma le cose più terrificanti sono sulla CNN... Un giorno ho visto un uomo che vagava tra le rovine di un paese lontano, raccogliendo ossa e dicendo: “Questa è mia nonna. Forse questo è mio cugino”. Li stava mettendo in una borsa. Nemmeno Dario Argento potrebbe scrivere una cosa così terrificante. Questo mi ha indotto a pensare a “Brutal planet”, al fatto che questo potrebbe essere il nostro futuro. Che potremmo convivere con questo, ogni giorno.

Ma forse già lo facciamo. E forse lo abbiamo sempre fatto, ma solo ora ce lo mostrano.
E’ vero. Abbiamo dei media che ci mostrano quanto succede al mondo. Me ne stavo tranquillo nella mia casa a Beverly Hills: grande, lussuosa. Confortevole. Guardando la CNN che mi dice: “300.000 Rwandesi uccisi a colpi di machete da un’altra tribù”. Passa un istante, e poi sia io che il conduttore del telegiornale abbiamo pensato: “Va bene, ora passiamo ad altro”. Ma a un certo punto, è scattato qualcosa. Mi sono detto: “Aspetta un attimo. 300.000 Rwandesi uccisi a colpi di machete”. Nemmeno colpi di pistola, ma di machete... Sicuramente il massacro di Columbine è una pietra per la costruzione di un pianeta brutale, ma se ci fossero stati 300.000 omicidi in America o in Italia sarebbe la più grande storia di tutti i tempi. Ma è successo in Africa, a chi interessa... La nostra apatia mi spaventa. Il nostro atteggiamento è: “Non mi riguarda”. Mi spaventa il fatto di poter spegnere il televisore come i miei sentimenti. Riusciremmo a stare in una pianura in mezzo a 300.000 morti? Avremmo incubi per tutta la vita. Sì, non è il futuro: è ora...
Alice Cooper – il personaggio - vede che questo è un pianeta brutale. Io sono piuttosto ottimista, anche se ogni tanto ho l’impressione che ci aspetti un futuro alla “Blade runner”. In compenso Alice Cooper è molto pessimista, vive di pura tensione. Ed io devo scrivere canzoni per lui. Quindi il disco è molto apocalittico. E’ un avvertimento. Lui dice: “Vi mostrerò il futuro, come lo vedo io. Volete davvero andarci? Potete scegliere – c’è sempre una scelta. Qui c’è Dio, qui c’è il diavolo, qui ci siete voi”. Personalmente, direi che stiamo andando più dalla parte del male che del bene. Molti dei personaggi che ho dovuto descrivere non mi piacciono per niente, ma ci sono.

Perché dici che hai “dovuto” descriverli?
Perché scrivo per Alice. Lui si trova bene in un pianeta brutale. Non posso metterlo in una serra piena di fiori, non è il suo posto, sarebbe come mettere Dracula su una spiaggia.

Perché non scrivi qualcosa per Vincent Furnier?
E a chi interessa? A chi interessa, che so, Ian Fleming, l’autore di James Bond? La gente vuole l’agente 007, che va in Aston Martin con delle belle donne, spara e non viene mai beccato. Per me è la stessa cosa, Alice è il personaggio catartico. A me piace, è divertente interpretarlo. Ma quando devo scrivere per lui, è lui a trovarsi più a suo agio. La stessa cosa vale per il “Wicked young man” della mia canzone. Intanto che la scrivevo dicevo: “Puah”. E pensavo: “Mi fa orrore. E’ il caso di parlarne?” Poi mi sono detto: “E’ giusto rivelare la sua esistenza, farlo vedere a tutti”. “Wicked young man” è ogni criminale, è il tipo che noi odiamo, che ha sete di sangue. E’ una parte essenziale del pianeta brutale, dove è il famoso più adatto che sopravvive. Ma non per questo mi piace.

Perché sei ottimista?
Forse perché vengo da un’educazione cristiana, e penso che ci sia salvezza. Nel film “I soliti sospetti”, Keizer Sozee dice: “Il più grande trucco di Satana è stato convincere la gente che il diavolo non esiste”. Cavolo, come è vero. Satana non verrà mai a trovarti sotto forma di caprone o di mostro. Verrà da te sorridendo e dicendoti esattamente quello che vuoi sentire. E poi: “Ora inginocchiati, e dimmi cosa desideri”.
Un sacco di gente ora potrebbe dire: “Che cavolo, cos’è, Alice Cooper è cristiano, fa teologia?” Intendiamoci: non vivo secondo la Bibbia. Ma le mie posizioni cristiane vengono fuori in questo disco: come avvertimento. Qui c’è la rivelazione: l’inferno sta arrivando. L’apocalisse sta arrivando: attenti. L’altra parte di me dice: “C’è una via di uscita” – ma quello non è il mio lavoro! Il mio primo lavoro, non posso dimenticarlo, è quello di intrattenitore. Non sono mica un filosofo. Prendo tutto questo, lo metto su un palco e cerco di renderlo divertente – ma lasciando un’idea in testa alla gente.

Vent’anni fa avresti immaginato di diventare una figura classica del rock? Di vedere gente seguire il cammino che hai tracciato?
La vita è grande, perché non si può mai dire… 20 anni fa pensavo: “Forse è meglio ritirarsi. Sono un alcoolizzato, non riesco più a fare successo, sono malato e stanco”. Dopo “Welcome to my nightmare” avevo abbastanza soldi e mi sono detto: “Ora basta”. Poco dopo sono entrato in clinica per disintossicarmi. Sicuramente non avrei mai pensato che avrei fatto altri 7-8 dischi. E alcuni sono tra i migliori che abbia mai fatto. Ora ho 52 anni e sono in forma migliore di quanto sia mai stato - e sicuramente sono in forma migliore di Marilyn Manson! Ho un fisico e una voce migliori, e uno spirito migliore. Sono felice di tutto, della mia vita e della mia musica. Non potrei chiedere di più. Ma 20 anni fa pensavo: “Sono pronto a morire”. Forse tra 20 anni farò ancora questo mestiere. Ci troveremo qui, mi intervisterai e ti dirò: “Ho 72 anni, e, perbacco, non mi aspettavo di essere ancora qui a cantare”.

Tra quelli che sono considerati tuoi eredi, chi ti piace?
Mi piace Marilyn Manson, anche se spesso non sono d’accordo con lui. Del resto, non è che debba essere d’accordo per capire che ha talento. In generale, mi è sempre piaciuto chi tenta di portare nel rock concetti e spettacolo, la messa in scena. Rob Zombie, gli Slipknot – cavolo, chi direbbe che vengono dall’Iowa. Eppure, mettono maschere da spaventapasseri – questo ti fa capire che cosa c’è nel loro passato. Detesto quando Marilyn Manson si atteggia ad adoratore del diavolo e tutte quello storie. Penso comunque che la gente chiederà sempre di più dei gruppi che gli daranno una rappresentazione oltre che musica. E se non sarà horror, sarà qualcosa tipo Rockbitch o Nashville Pussies. Quel che è certo è che la gente è stanca della depressione di Seattle.

Sai che ti hanno incluso nella colonna sonora di “The filth and the fury”, la storia dei Sex Pistols?
Non lo sapevo. Ma Johnny Rotten e Sid Vicious facevano i miei pezzi. Questo è il collegamento, forse. A quanto pare sono l’unica persona che piace a Johnny Rotten. E’ un mio piccolo privilegio. Non so da cosa derivi.

Come metterai in scena “Brutal planet”?
Quando la gente entrerà nel teatro, faremo chiudere le porte: “Slam!”, e non si potrà più uscire. Okay, ovviamente si potrà – ma la sensazione sarà quella. Sul palco ci sarà una scena di pura distruzione, con una grande scatola di metallo con una testa e braccia umane. Che dirà: “Benvenuti sul pianeta brutale. Questo è tutto quello che la tecnologia mi ha lasciato. Ecco come diventerete. Sono qui per avvertirvi. Uscite ora, perché questo è quello che vi aspetta. Se si accorgono che vi ho avvertito, mi uccideranno... Se sono fortunato”. E in quel momento comincia la musica e arriva Alice come un guerriero. La prima parte dello show è molto brutale. Dopo 45 minuti, Alice viene decapitato. E la gente dirà: “Oh cavolo, di già? E adesso?”

Userai una ghigliottina nuova?
No, sempre quella: l’abbiamo recuperata dalla Rock’n’roll Hall of Fame! Gli abbiamo aggiunto qualche dettaglio di sapore giapponese. Il mostro verrà ucciso, e la seconda parte dello show sarà una festa, con i vecchi brani: “No more Mr. Nice Guy”, “School’s out”, “Poison”, “Elected”. La gente deve uscire sollevata, dopo aver visto l’orrore. E’ come un orgasmo: non puoi lasciarli lì così. Devono cogliere il messaggio negativo, ma uscire con una sensazione positiva.

Dopo tanti anni non hai problemi a fare le vecchie canzoni?
No. Credo che la gente debba avere quello che vuole. Che gli si debba dare anche qualcosa che non si aspettano, e qualcosa che forse preferirebbero non vedere.

Ma riesci ancora a trovarti a tuo agio con quel periodo?
Ogni performer riceverebbe una sferzata di energia salendo sul palco, attaccando le prime note di “Billion dollar babies” e sentendo la folla impazzire. Certo, ormai non facciamo neanche più le prove per suonarla. E anche i nuovi musicisti mi dicono: “Non c’è bisogno di provarla: la sentiamo da 20 anni”.

Parlando di “attacchi” celebri, in America, ogni anno, l’ultimo giorno di scuola le radio suonano immancabilmente “School’s out”. E’ un riff unico, che riconosci dopo due secondi. Come si ottiene qualcosa di simile?
Glen Buxton, il nostro chitarrista, non aveva mai scritto una canzone prima di allora. Alla fine ha scritto la più significativa. Era sempre lì a fare: tattada, tattadah… E noi un giorno abbiamo detto: “Beh, cos’è?” Aveva un che di infantile, di tiritera. Quel suo riff è stato il suo più grande contributo alla società. Il resto della canzone è venuto di getto, in tutte le sue fasi. Ho pensato: “Qual è il momento più felice della vita di un ragazzo?” Oltre al primo orgasmo, c’è la mattina di Natale: pura avidità e desiderio protratto, che trovano sfogo. E poi alla fine di maggio quando mancano tre minuti a quella campanella. E ti aspettano tre mesi di libertà. Non c’è niente di meglio. Sì! Abbiamo catturato quello spirito di tensione e liberazione.

Da quel periodo a questo, hai ritrovato una costante: Bob Ezrin.
Bob è stato il mio produttore per tutti i dischi concept. “School’s out”, “Welcome to my nightmare”... E’ stato il mio George Martin. Per “Brutal planet” gli ho detto: “Bob, cosa ne pensi di questa idea su un’utopia andata male?” Lui mi ha detto: “Okay, ma deve essere un disco durissimo”. “Questo è il tuo lavoro”, gli ho risposto. Questo disco doveva colpire allo stomaco, essere davvero fisico. Aprire lo spazio dove di solito c’è la chitarra ritmica perché a colpirti siano le parole. La cosa buffa di Bob è che ha un’educazione musicale classica, e ogni tanto mette citazioni subliminali da autori classici.

Prima parlavi della tecnologia e dei suoi aspetti negativi. Ma nel disco ne hai fatto uso.
Sinceramente, ti permette cose impensabili per noi della vecchia generazione: non ho mai lavorato così velocemente. Anche se sapere che la mia musica si trova in aria, in un computer e non in un nastro mi fa impressione. In realtà amo la tecnologia, anche se penso che uno dei nostri maggiori problemi è che il futuro ci vedrà così attaccati al computer da non lasciare mai la casa Un tizio mi ha proposto di entrare in una società di web theatre. Mi fa schifo, voglio che la gente vada nel teatro e si muova e faccia l’esperienza di persona, non guardando il mio concerto o “West Side story” al computer. Temo ci toglierà lo stimolo ad uscire per andare a far la spesa, o vedere gli amici. Un amico ieri mi ha detto: “Ah, stavo proprio mandarti una e-mail”. Beh, che cavolo, il telefono lo hanno inventato un sacco di anni fa. Ma Internet richiede uno sforzo diverso, meno sociale... Ed è un enorme gossip column, dove tutto circola e si ingigantisce. Inoltre, detesto il fatto che la gente usi Internet per comporre musica. Voglio che un tizio suoni la batteria, che sia imperfetto ma ci metta il cuore. Un giorno chiederemo al computer: “Dammi un assolo perfetto per questo tipo di pezzo, e lui lo farà”. Spero che la gente lo rifiuti. Ma anche qui è questione di apatia... E dire che la batteria elettronica non avrebbe fatto dei Rolling Stones quello che sono stati con Charlie Watts.

Sei anche contro Napster e MP3?
Beh, fammi dire una cosa: non ho troppi problemi col fatto che la gente rubi la musica. E’ sempre segno che la desidera, che non va a rubare manuali per far soldi in Borsa, capisci? In realtà penso che la cosa migliore sarebbe spingere le case discografiche a fare in modo che il CD sia più appetibile da comprare. In questo momento non è una forma d’arte come in passato è capitato per il vinile. Io un pochino ho cercato di fare queste cose, mettendo le mutande nei dischi… Fare in modo che la gente prenda un pezzo di te oltre alla musica, se lo vuole. Comunque una cosa intelligente è mettere il singolo su Internet perché la gente lo assaggi, come succede sulla radio. Poi, visto che le radio sono sempre più commerciali, ha ancora più senso, perché molti gruppi vengono completamente ignorati.

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