Una delle sorprese del Monza Rock festival è stata la risata di Trent Reznor. Il leader dei Nine Inch Nails infatti ride. Lo ha fatto dopo aver lanciato un tramezzino verso un’area del backstage dove c’era un’altra band che schiamazzava, e mentre spiegava che non era assolutamente nulla rispetto a quello che era solito fare in passato. Non appena si è accesa la telecamera però – come potete vedere su http://streaming.rockol.it - si è imposto di tornare alla sua consueta espressione seria. Secondo lui, ridere non dà una buona immagine nel rock. Si rischia di sembrare dei goliardi come i Blink 182, e Trent Reznor non vuole dare l’impressione che stia scherzando. Per lui, i Nine Inch Nails sono una faccenda molto seria: si tratta di mettere in scena quello che pensa, e nei suoi discorsi ricorrono parole come “onestà” e “integrità”. Non vuole prendere in giro nessuno, e ci tiene a farlo sapere. Peccato che lo si sia visto sul palco a tarda ora, quando molti erano già tornati a casa, e fra i superstiti serpeggiava una comprensibile stanchezza. Dopo avere suonato per lungo tempo in tour il materiale di “The fragile”, cosa cambieresti e cosa ti piace ancora?
E’ sempre piuttosto strano per me. In studio non mi preoccupo mai di come fare i pezzi dal vivo. Considero le studio come uno strumento, e cerco solo di fare del mio meglio. Poi, quando ho finito, è il momento di vedere cosa può funzionare in concerto e cosa no. Questa volta ho radunato la band e abbiamo provato per diversi mesi, cercando di interpretare le canzoni. Alcune che pensavo avrebbero funzionato , non andavano affatto bene, altre invece si sono rivelate una sorpresa. Comunque, se riascolto il disco adesso, mi piace, non cambierei niente.
In diverse occasioni ti hanno definito l‘uomo che ha reso l’industrial ascoltabile per il pubblico pop. E’ vero, o lo consideri limitante?
E’ un’etichetta di cui sono stato molto fiero per un po’. Di molti gruppi con cui sono cresciuto, Cabaret Voltaire, Throbbing Gristle, Coil, Ministry, Skinnypuppy, Test Dept, i Neubaten, apprezzavo il suono, l’aggressività e il fatto che non fosse musica rock per chitarre, come certo metal. Non mi sono messo a pensare a un modo per prendere quelle cose e inserirle in un contesto pop. Quando ho cominciato a scrivere musica, mi sono reso conto che avevo i ritornelli dentro di me. Sono cresciuto in Pennsylvania, e l’unica cosa a cui sono stato esposto per diciotto anni erano le radio pop. poi ho scoperto che esisteva tutto un mondo di grande musica, e molte band che non sapevo nemmeno esistessero, perché non c’erano college radio, o MTV. Cominciando a scrivere canzoni, ho preso gli elementi che mi piacevano dalla musica che preferivo, ma avevo ereditato anche il rispetto per la melodia e il contenuto dei testi. Così, quello che ne è uscito sono canzoni pop arrangiate in modo più duro ed elettronico. Penso che questo abbia generato una nuova ondata di gruppi e di etichette discografiche in America. Per me comunque, si possono definire industrial cose come i Throbbing Gristle, musica più sperimentale e rumorosa.
Bono negli anni 80 diceva si chiedeva come potesse essere considerato una sorta di uomo forte, una specie di macho, visto che il messaggio di molte delle sue canzoni era una richiesta di aiuto. Pensi di essere nella stessa posizione? Da un lato sei una rockstar acclamata, dall’altro pubblichi un album con un titolo come “The fragile”
Conosco Bono, e lo considero un amico, una sorta di mentore. E’ una domanda che non mi hanno mai fatto prima… Quello che canto è quello che c’è nella mia testa e durante i concerti mi sono reso conto che la gente è in sintonia con quello che ho da dire. Ascoltavo certi dischi mentre crescevo, come “The wall” dei Pink Floyd, che mi facevano pensare che non ero l’unica persona sola al mondo. Mi faceva sentire meglio il fatto che qualcuno esprimesse quelle cose. Personalmente sono piuttosto “rovinato”, non sono un modello. Mi prendo la responsabilità di cercare di essere sempre sincero con me stesso. Se arrivassi al punto in cui quello che ho da dire non interessa a nessuno, non cercherei di accodarmi a quello che è cool in quel momento per vendere dischi. Penso che la gente riesca a cogliere l’onestà, l’integrità e questa è l’unica regola ferrea quando scrivo i pezzi per un album: cercare di essere onesto. Amatelo o odiatelo, è il modo migliore in cui posso esprimere ciò che sento.
I Nine Inch Nails sono diventati un gruppo a cui molti fanno riferimento. Anche Bret Easton Ellis vi cita in “Glamourama” per caratterizzare certi ambienti. Come reagisci a questo genere di popolarità?
E’ sempre bello avere dei riconoscimenti, e c’è stato un periodo della mia carriera in cui pensavo che i Nine Inch Nails stessero facendo cose che nessun altro gruppo faceva o comunque che ci stessimo spingendo in aree a cui altri non pensavano. Priam dei tour, io passo mesi con i direttori delle luci per cercare di trovare l’atmosfera giusta. Quando facciamo un concerto, non si tratta di quattro tizi in blue jeans che suonano delle canzoni, è uno spettacolo pensato, quasi teatrale, ma onesto. Per un certo periodo non abbiamo ottenuto alcun riconoscimento, e ho visto altri prendere idee che avevo avuto io in precedenza. Poi ho sentito Chuck Palahniuk, che ha scritto “Fight club”, dire nelle interviste che ascoltava “The downward spiral” e “Pretty hate machine” tutti i giorni. Mi piace il fatto di almeno avere lasciato un segno tale altre persone ti considerino un riferimento. E’ strano che poi siano usciti un sacco di gruppi per cui non ho rispetto... E’ accaduto come quando sono comparsi i Nirvana, che avevano qualcosa da dire, e poi sono emerse un milione di band che suonavano come loro. Non capisco come e perché si possa voler fare una cosa del genere, imitare qualcosa solo per fare soldi.
Il litigio fra te e Marilyn Manson si è svolto più o meno in pubblico, tra dichiarazioni, la canzone “Starfuckers Inc.” e la recente rappacificazione. L’attenzione del pubblico non rischia di guastare i rapporti personali?
Quando abbiamo fatto “Antichrist superstar”, eravamo stati in tour insieme per più di due anni e penso il fatto di fare anche il disco insieme ci abbia tenuti a stretto contatto troppo a lungo. Eravamo come due fratelli, sempre insieme per troppo tempo. Se fosse dipeso da me, avrei cercato di tenere la questione a livello privato. Ma quando leggi un libro che parla della cosa in modo falso - e lui ha pubblicato un libro così -, diventa una questione pubblica. Quindi per un po’ di anni non ho voluto avere niente a che fare con lui. Mi sembrava che si stesse trasformando in una specie di mostro. Non pensavo che lui fosse realmente nel modo in cui agiva, e anche io, da parte mia, mi sono comportato da stronzo. Ma i nostri manager hanno continuato a parlarsi, e alla fine è venuto da me e mi ha detto: “Molta gente mi chiede se ‘Starfuckers inc.’ parli di me, e ho un’idea per un video. Forse potremmo lavorarci insieme”. Dopo avere considerato la cosa, mi è sembrata una buona idea. Ci siamo ritrovati a lavorare insieme ed è andata bene, il video è stato un buon catalizzatore
Sei noto per il fatto di tenere tutto sotto controllo. Come funzionano adesso i NIN? Dittatura o democrazia?
E’ stata per molto tempo una dittatura. Quando abbiamo iniziato, vivevo a Cleveland e cercavo continuamente gente ma non riuscivo a trovare nessuno che avesse le mie stesse ambizioni e la stessa visione delle cose. Ho sprecato molto tempo, fondamentalmente perché avevo paura di fare le cose da solo. Quando alla fine mi sono detto “fuck, lo farò per conto mio” - forse non sono il migliore chitarrista in circolazione, ma so suonare in modo interessante - è stato il momento in cui tutto è davvero cominciato. Ho fatto il primo disco da solo, e quando è arrivato il momento di suonare dal vivo, non volevo esibirmi da solo con i nastri, quindi ho preso una band per suonare le parti del disco, ma non il gruppo non era granché. All’epoca, con gli strumenti c’era una certa sciatteria. Adesso il livello si è alzato molto, “The fragile” è un album molto più sofisticato, ed richiedeva un livello tecnico più elevato. Sono orgoglioso dei musicisti che suonano con me. In studio, faccio canzoni che hanno parti con cinquanta chitarre e altre che non ne hanno affatto. Quindi, ci concentriamo e molto democraticamente cerchiamo il modo migliore per suonare questa musica, gli altri come band, e io come autore. Il lavoro sui prossimi progetti sarà più democratico, e mi interessa collaborare, non solo fare il boss. I Nine inch nails rimarranno probabilmente qualcosa che ha a che fare con quello che ho in testa io, ma sono intrigato dall’idea di lavorare in un situazione più democratica.
Quali saranno i prossimi progetti dei NIN?
Abbiamo filmato tutti i concerti negli Stati Uniti con sette telecamere diverse. ho intenzione di farci un DVD live. Penso che sia un lavoro importante, anche se non è particolamrente creativo, è un documentario. Penso che lavoreremo a un ep o a un album molto minimale, quasi acustico e poi al nuovo lavoro vero e proprio dei Nine Inch Nails. Ho già scritto qualcosa, e sarà più brutale rispetto a “The fragile”. Sarà più minimale ma anche più aggressivo.