Loquace, allegro, sereno...dal Monza Rock Festival...

Un altro incontro importante, dietro le quinte del Monza Rock Festival, è stato quello con Niccolò Fabi, in tour con le canzoni del suo terzo album, “Sereno ad ovest”. L’intervista – disponibile anche in streaming su http://streaming.rockol.it - ci svela un Fabi particolarmente loquace e attento nel raccontare e nel raccontarsi...

Tuo padre è stato uno dei più attivi produttori negli anni ’70 e tu sei quindi cresciuto a diretto contatto con il mondo musicale italiano durante quello che probabilmente è stato il suo periodo migliore. Tu però hai cominciato a fare musica negli anni ’80, trovando una situazione assai differente, e hai firmato il contratto con una major nel 1996. Nonostante la tua giovane età hai quindi assistito al passaggio fra tre decenni molto diversi anche dal punto di vista musicale. Come l’hai vissuto?
L’ho vissuto naturalmente, nel senso che negli anni ’70 ho ascoltato molta musica e ne ho fatta molta di meno perché ho iniziato a suonare alla fine degli anni ’70. Ho assistito sicuramente, come dicevi tu, alla registrazione di alcuni dischi storici della musica italiana di quel periodo. Sicuramente c’era un modo di fare musica che poi è molto cambiato, anche perché l’atteggiamento generale delle persone, anche come moda e cultura, era molto diverso. Sono molto affezionato agli anni ’80 perché sono gli anni in cui ho iniziato a fare musica, che sono anche molto meglio di come spesso vengono dipinti. Probabilmente il ‘disimpegno’ che c’era a molti non piace. Io non credo che l’impegno di per sé in musica sia necessariamente una qualità; dipende da come viene portato avanti. Mi sembra che in questi ultimi anni ci sia un po’ una sintesi delle due cose: della leggerezza e dell’impegno. Quindi sono anche abbastanza contento di fare musica in questo periodo.

Hai iniziato prima come batterista e poi come bassista. Come sei arrivato, in seguito, alla dimensione cantautorale?
Per motivi umani: la musica è una cosa che ti piace fare e suonare insieme agli altri e quindi ho sempre suonato parecchi strumenti proprio per suonare in band e fare musica insieme agli altri. La dimensione cantautorale è invece quella di un’espressione privata di alcune sensazioni che, chi nasce con questa esigenza, non può che voler tradurre in canzone. Quindi è andata a colmare questo desiderio personale di voler narcisisticamente o coraggiosamente raccontarsi.

Poco fa hai detto che l’impegno in musica va bene ma dipende da come viene fatto. Tu cerchi forse un equilibrio fra le due cose? I tuoi tre album mostrano una forte ricerca delle emozioni e un certo impegno, sebbene indirizzato più alla sfera interiore che a quella sociale, abbinato ad una dimensione musicale più leggera. E’ un equilibrio voluto o è uscito da sé in modo naturale?
Di base è naturale, nel senso che io mi impegno molto! (ride) Quindi dell’impegno c’è. Mi impegno molto sicuramente verso una direzione che fino ad ora è stata più intima, rigirata più verso l’interno che verso l’esterno. Credo comunque che spesso si dia alla canzone impegnata un senso sbagliato. Si parla di canzone impegnata se riguarda temi sociali o politici. In realtà politica è anche linguaggio: è anche usare un linguaggio di un certo tipo parlando di un rapporto interpersonale. Quindi bisogna stare attenti, perché è comunque politicamente più importante una bella canzone d’amore di una brutta canzone che parla dell’evasione fiscale!

Il tuo ultimo album “Sereno ad Ovest” si concentra più degli altri su te stesso e sulla tua serenità. E’ anche un disco in cui ti apri più del solito, in apparente contrasto con un carattere timido e introverso.
Spesso le persone che si aprono molto scrivendo sono proprio quelle che quotidianamente hanno un pochino più di difficoltà. C’è apertura, o meglio c’è un tentativo di mettere a fuoco alcuni stati d’animo in maniera abbastanza diretta, quindi probabilmente un po’ più ‘esposta’. Credo, a sensazione, anche se non posso fare previsioni, di essermi un po’ annoiato di questo sguardo nei miei confronti. Sicuramente era come, in questo disco, portare questo atteggiamento alle massime conseguenze un po’ per liberarsene, per poi passare a raccontare di altro.

Il terzo album è generalmente considerato come la chiusura di un ciclo, quasi ad inseguire il luogo comune del 3 come numero perfetto. Ritieni di avere chiuso un ciclo con “Sereno ad Ovest”?
Credo proprio di sì, per via del discorso che si faceva prima: quel tentativo di descrivere in un certo modo alcune dinamiche che ci sono intimamente credo abbia raggiunto la sua conclusione, almeno per me. Non so quale sarà il modo per raccontare altro con il mio linguaggio, però sarà una sfida da affrontare nel prossimo futuro.

In che senso il sereno si trova ad Ovest? Come luogo geografico o in un’altra dimensione?
E’ un luogo geografico abbastanza collegato, almeno nella mia immaginazione, al luogo dove tramonta il sole. Come se in qualche modo la ricerca di serenità dovesse necessariamente passare dall’accettazione del tramonto, che è un po’ più difficile rispetto all’accettazione dell’alba che porta con sé una serie di belle speranze.

Ricordo che in una recente conferenza stampa hai detto che la tua non è una serenità di tipo indiano, ma l’hai definita più vicina a un viale di cipressi.
Non sono mai stato in India e non ho una grandissima curiosità non tanto nei confronti dell’India in sé, quanto dell’atteggiamento diffuso di ricerca d’interiorità lontano da te. Credo più nell’accettazione di ciò che ti è accanto piuttosto che nella scoperta della savana.

“Niccolò Fabi”, il tuo secondo lavoro, vedeva la presenza, oltre che dei musicisti della band, di alcuni ospiti come Max Gazzè e Frankie Hi-NRG. Il nuovo cd, invece, lo hai realizzato in totale solitudine, suonando tu tutti gli strumenti. Da cosa è nata questa scelta?
Ci si ricongiunge ancora al discorso di prima: portare alle estreme conseguenze questa concentrazione su sé stessi e quindi anche mettersi alla prova al massimo. Su tutto questo c’è anche il fatto che a me piace suonare. Ho avuto la fortuna, la possibilità e forse il talento di imparare a suonare diversi strumenti e, visto che faccio il musicista di professione, mi sembrava normale suonarli. Perché questa è la parte di divertimento che mi piace unire a quella di approfondimento che c’è nei pezzi.

Infatti si trova paradossalmente meno elettronica qui che nei tuoi lavori precedenti.
Già, perché io nasco come pianista, chitarrista, batterista, suonatore di strumenti acustici. Poi sono stato incuriosito dall’elettronica e dai campionatori negli ultimi 6 o 7 anni. Trovo che siano un’invenzione utilissima a volte proprio per essere l’unico responsabile di quello che fai. Adesso, però, potendo usare studi un pochino più grandi, c’è la possibilità di registrare anche più strumenti acustici suonati da una stessa persona.

Che tu comunque prediligi.
A me piace la musica in genere.

Dopo di te, al Monza Rock Festival, hanno suonato i Lamb. Li hai sentiti?
Ero ancora un po’ stordito dal fatto che avevo appena finito di suonare e non li ho sentiti, però conosco la loro musica. Lì c’è sicuramente meno acustica, però quello che fanno è intellettualmente molto affascinante. Emotivamente mi colpiscono meno, però li ascolto.

Te lo chiedo perché secondo me loro sul palco hanno realizzato un connubio fra musica elettronica e strumenti più ‘umani’ come ad esempio la voce, assai interessante.
A me piacciono molto. Io però di solito mi appassiono più ai singoli che ai gruppi. Mi piace vedere uno che si espone molto personalmente, che volendo si fa anche ‘crocifiggere’.

C’è qualche artista che ritieni di abbia influenzato in modo determinante?
In modo determinante no. Tutta la musica che ho ascoltato sicuramente l’ha fatto. Senz’altro ci sono dei cantautori che mi hanno colpito. Forse perché mi piace immaginare attraverso la musica l’universo delle persone che c’è dietro. Mi piace immaginare il comò piuttosto che il letto o la tazza del cesso che c’è a casa di una persona, quando ascolto la sua musica. Quindi chiunque parli del comò, del cesso eccetera, in qualche modo mi è più vicino. In maniera diversa l’hanno fatto in tanti.

Troppi...
Troppi, troppi.

Dal festival di Sanremo all’apertura dei concerti di Sting, fino al grande raduno rock di Monza. La tua attività live si sviluppa in tutte le direzioni. E’ solo una questione promozionale, una disponibilità ad esperienze differenti o la ricerca di un pubblico più vasto ed eterogeneo possibile?
In parte è una grande sfiga, in parte è una grossa opportunità. Sono nel mezzo, una specie di funambolo che si muove tra platee più televisive e più popolari senza magari essere riconosciuto come appartenente a loro perché forse rappresento un atteggiamento e una cultura musicale che proviene da altre parti. Quindi, non so, posso passare da una situazione all’altra con la grossissima opportunità di poter unire più persone ma col grandissimo rischio di non accontentare nessuno.

O di accontentare tutti...
Anche.

Che impressione hai avuto oggi, di fronte al pubblico del Monza Rock Festival?
Mi ha accettato e questo è stato importante. Ha forse intuito che dietro le persone che appaiono alla televisione c’è anche della verità, non c’è solo finzione. Per me è un tassello importante anche essere rispettato da questo pubblico. Credo di meritarlo.

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