Sempre più simile a sé, in tour e di persona...

Due album all’attivo come solista dopo l’esordio in una band crossover come i Quartiere Latino, e la responsabilità di portare avanti un discorso rock in una scena ad ‘acque profonde navigabili’ come quella italiana. Di Paolo Martella colpisce anzitutto la personalità, fatta di virtù poco diffuse nel music business: gentile, generoso, sincero, entusiasta, in una parola ‘vero’. La sua musica è il ritratto fedele della persona, e non è un caso che nei concerti il pubblico finisca per essere coinvolto dal suo spettacolo anche quando – come nel caso del Monza Rock Festival – è in buona parte composto da fans di altri gruppi in cartellone. Già impegnato nella scrittura di altro materiale mentre è impegnato in una serie di concerti che presentano al pubblico il nuovo album “Più simile a me”, Martella incontra Rockol nel backstage del Monza Rock Festival poco prima di salire sul palco...ecco un resoconto di quanto si è detto...se vuoi vederlo, vai su http://streaming.rockol.it

La prima domanda è abbastanza classica: che cosa avresti voluto fare se non avessi fatto il musicista?
Non lo so proprio...ci sto pensando...probabilmente non vivrei in una grande città come faccio adesso e cercherei di avere un attività che mi faccia passare la maggior parte del tempo in un posto bello tipo al mare o sulla neve. Non comunque in città...

Quelli che ti conoscono bene dicono che faresti lo snowboarder...
Be’, sì, questa è una cosa che mi piace molto, perché libera la mente e mi dà la possibilità di dimenticarmi veramente di tutto, anche delle cose che credo indispensabili. Me ne sto lì sopra, me la godo e basta.

Cosa è successo dall’uscita del disco ad adesso?
E’ successo che il singolo è partito bene, “Parlo di te”, mentre io ho iniziato a suonare più tardi dell’uscita dell’album, per cui ho iniziato adesso a fare le cose sul serio. Non vorrei che anche questa volta ci sia stata una discrepanza tra quello che sono veramente e che mi sento di essere e quella che poi è la mia immagine proposta dai canali promozionali. E’ una cosa su cui non ho ancora trovato un bilanciamento giusto che mi faccia a me per primo identificare con quello che vedo in televisione, proprio perché spesso ti portano a pensare che sia meglio mentire, o comunque dare un immagine artificiale di te stesso. Invece sono convinto che quello che paga è la verità, e questa volta credo di aver imparato la lezione, grazie ai concerti che me ne stanno dando la dimostrazione. Finalmente è arrivata la parte bella del lavoro!

Che reazioni hai avuto a proposito del tuo secondo album da parte del pubblico?
Le reazioni sono che a chi è piaciuto il primo album è piaciuto anche questo, anche se è meno ricercato dal punto di vista dell’elettronica. Però si tratta di un disco maggiormente solido e omogeneo, secondo me la gente l’ha capito, anche perché le parole vengono sottolineate dalla musica e questa è una cosa che live colpisce sempre. I complimenti dimostrano che il disco piace, la cosa che invece rischia di piacere di meno riguarda il significato dei testi, nel senso che chi legge le parole delle mie canzoni e le interpreta in qualche modo in senso pessimista, crede di soffrire quanto me. E invece non è vero...

Nel tuo gruppo suona Briegel dei Ritmo Tribale, e sull’album hai duettato con il cantante di quel gruppo, Scaglia: come hai vissuto il loro recente scioglimento?
L’ho vissuto male, ma è una conseguenza di quello che è il mondo discografico italiano, perché ci sono dei progetti all’interno di ogni azienda che non si sa bene come gestire, o meglio, si cerca di gestirli come dei progetti mainstream. Non si può pensare di veicolare un album di rock nello stesso modo in cui si veicola l’album di una giovane cantante italiana, perché vanno a due pubblici diversi. Manca la voglia di cercare un approccio diverso, e questa cosa alla lunga può far mancare gli stimoli: il gruppo lavorava da 10 anni e probabilmente era arrivato al punto in cui era anche stanco di continuare a ‘predicare nel deserto’. Comunque se ne sono andati con un bellissimo concerto e sicuramente alcuni di loro continueranno a fare musica anche dopo i Ritmo.

Da parte tua come vivi questo rapporto con l’energia che serve per andare avanti e l’ambiente che ti circonda?
Per me è più difficile, perché in quanto artista solista sento di avere delle responsabilità anche nei confronti dei musicisti per cui lavoro e che credono in quello che facciamo. Però finché avrò voglia non ci penso minimamente ad arrendermi, credo sia troppo presto.

Come cambiano però le emozioni in quello che si fa dopo diversi anni di lavoro e di palco?
L’emozione è sempre uguale, specialmente in un occasione enorme come quella di Monza: non avrei mai pensato di salire un giorno sullo stesso palco dei Nine Inch Nails! Per il resto riesco a vivere molto meglio la situazione del concerto, un tempo ero molto emotivo, mentre adesso mi godo quello che faccio e il concerto non mi passa in un attimo. L’esperienza ti aiuta a superare tutti i problemi, forse non vivi più l’atmosfera da armata Brancaleone, però diventi più esigente e antipatico, una cosa necessaria. Adesso non sopporto più gli errori degli altri che riguardano la mia vita, una volta, magari, li subivo e basta.

Come riguardi adesso il tuo passato nel Quartiere Latino?
Con molta tenerezza, e rifarei esattamente tutto quello ho fatto, perché ci siamo fatti le ossa e abbiamo imparato molto. Mi ricordo in particolare l’ultimo concerto fatto con il Quartiere a Milano, in occasione dello Streetball e in compagnia dei Casino Royale. Nessuno sapeva che sarebbe stata la nostra ultima data in città tranne noi, ed è stato emozionante vedere la reazione della gente alla musica e l’affetto che ci dimostravano. E’ un ricordo che non dimenticherò mai.

Come nascono le tue canzoni?
Ah...bella domanda.... Nascono all’improvviso, e cerco sempre di far sì che nascano insieme tanto la musica che le parole. Se scrivo delle parole senza una musica in testa, poi finisce che quella cosa non la uso per una canzone ma magari la lascio tra i miei appunti più personali.

In una recente intervista, hai dichiarato che nel tuo nuovo album ci sono diversi riferimenti alle droghe: che rapporto hai con l’argomento?
Il rapporto con le droghe è molto più saggio, adesso. Però mi rendo conto, essendo cresciuto, che può essere pericoloso e deviante per una personalità che si deve ancora formare e crescere. Non puoi non fare i conti con cose di questo tipo, allora non dovresti andare a scuola, non dovresti più uscire di casa, e forse in quel momento ti verrebbe veramente di rovinarti la vita. Ne scrivo, ma non per darmi un tono: lo avevo fatto ai tempi del Quartiere Latino, ne parlo nella canzone che chiude il mio nuovo album, “Il limite”, dove racconto di questa linea che si cavalca e che si rischia di superare. E’ il mio modo di esorcizzare queste cose, e di invitare le persone a prendere comunque l’argomento sul serio, soprattutto con questa nuova cultura della droga che porta le persone a sottovalutare il problema: adesso c’è gente che trova normale prendere una pasticca e andare in discoteca, mentre di normale non c’è niente, anzi, è una cosa molto più pericolosa perché camuffata da cosa ‘normale’.

Dopo due album con il Quartiere Latino e due album da solista, adesso cosa succede?
Adesso faremo dei concerti durante l’estate, dopo l’estate uscirà un altro singolo e io sto già scrivendo materiale nuovo. non so quali sono le scadenze, ma presto uscirà della mia nuova musica...

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