Alla scoperta del suo lato mistico: parla il 'selvaggio rinato'...

Il fratello di sangue del Boss. Per molti fans di Bruce Springsteen & The E Street Band Little Steven ha incarnato questo ruolo per anni, anche quando le strade dei due si sono separate – era il periodo successivo a “Born in the U.S.A.” – e Steven si dedicava a una sua carriera solista. La ditta si è ricongiunta quando la E Street Band si è riunita, alla fine del 1998, e il ruolo di Steven si è rivelato sin da subito primario. Nel frattempo, alla fine del 1999, era uscito anche un album solista del nostro, un album di sano hard rock decisamente ispirato e capace di mostrare un insolito lato spirituale per il chitarrista/cantante. Ecco come Little Steven ha raccontato a Rockol il suo ritorno alla musica...
Il titolo del tuo album è ”Born again savage”, “Selvaggio rinato”: questo vuol dire che a un certo punto della tua carriera il ‘selvaggio’ era morto?
E’ stato considerato morto dagli antropologi e dagli storici che studiano le religioni antiche dei nativi americani, degli africani, persino degli asiatici....cose come il buddismo, l’induismo...loro guardano dietro a quei tempi considerandoli periodi di barbarie, mentre noi siamo gli uomini civilizzati! Di fatto la religione dei nativi americani è definita in modo dispregiativo una religione “da selvaggi”, mentre il mio punto di vista è che tutte le antiche religioni siano qualcosa da prendere molto più sul serio, visto che esistono da millenni, e se è così, un motivo deve esserci...con la nostra ‘civilizzazione’ pensiamo di essere arrivati ad ogni tipo di risposta e poi invece ci accorgiamo che le risposte importanti ci mancano tutte...

Il titolo di questo album sembra quasi riflettere la tua vicenda personale a livello musicale...sembravi esserti allontanato, per un po’, o almeno a noi in Italia sembrava così...
Sì, sì, lo so...non è stata la tua immaginazione a farti pensare queste cose, di fatto me ne sono andato per 10 anni! Portavo a spasso il cane, facevo la mia vita, ma non avevo più niente a che spartire con la musica o quasi. In questo senso potrei dire di essere rinato...

L’album mette in mostra anche un grosso lavoro di ripensamento, di meditazione, di riflessione...
Sì, come tu ben sai i cinque dischi che ho fatto prima sono stati a loro modo politici. Quando ho iniziato a fare dischi ho deciso che sarebbero stati sempre qualcosa di più di una semplice raccolta di canzoni. ho sempre pensato ai miei lavori come a dei concept album, e in questo caso l’idea dietro “Born again savage” è quella di raccontare le conseguenze politiche della bancarotta spirituale fatta dalla nostra società. E’ un album che parla di religione e spiritualità in modo molto specifico. Credo che questa bancarotta spirituale porti a conseguenze politiche molto gravi. Credo che l’essenza della spiritualità sia il sentirsi connessi agli altri, alla società, alla terra e in generale a qualcosa più grande del singolo individuo. Se dovessimo definire la spiritualità in modo veloce direi che è così. Però se mi guardo intorno adesso vedo solo disconnessione: i ragazzi sono tutti soli davanti al computer invece di stare insieme e andare al parco, la durata della loro attenzione si fa sempre più breve, così non riescono ad avere esperienze totalmente appaganti, perché non vivono le cose completamente. Le nostre istituzioni, cui abbiamo prestato fede per anni e anni, stanno cadendo a pezzi: la Chiesa, il governo, la salute, l’istruzione, tutte queste cose, non si evolvono in ciò che pensiamo potrebbero evolversi, ossia in qualcosa di più utile e vicino a noi. Rispetto agli anni ’60 tutto è cambiato, tutto ciò che pensavamo e il modo in cui lo pensavamo. Così sappiamo che non siamo più quelli che eravamo una volta, ma ancora non sappiamo chi siamo e chi saremo in un futuro. Questo sentimento di disconnessione è quello che ha provocato la bancarotta della nostra spiritualità: siamo vuoti, siamo privi di legami. E’ triste doverlo ammettere, ma è così.

Sulla copertina dell’album sei raffigurato in una posizione yoga: è una disciplina che pratichi e in cui hai trovato conforto?
Lo yoga per come noi lo consideriamo in occidente, e cioè come una cosa fondamentalmente fisica, è una disciplina molto valida: l’ho praticata in passato, anche se adesso ho una vita troppo irregolare per potermelo ancora permettere. La filosofia che c’è dietro allo yoga, però, è molto più importante ed è qualcosa di cui sappiamo molto poco, e che consiglio a chiunque di studiare. E’ il riflesso di molta filosofia orientale nella quale sento di credere.

Questa bancarotta spirituale può essere sanata dal rock’n’roll?
Ho scritto questo album per me, dopo cinque album molto politici. Se in qualche modo con la mia musica ho stimolato discussioni, opinioni, movimenti, questo è stato buono, anche se non è quello che faccio di lavoro....

...hai stimolato discussioni? Steven, sei stato l’eroe di Sun City....!
Be’, a volte può finire così....e in special modo quella canzone è stata costruita per funzionare in quel modo. I miei altri dischi sono costruiti in modo più sottile, e rimangono delle avventure personali, anzitutto, nella quali mi pongo domande e cerco risposte personali. Ho fatto un disco che sul versante dei testi si occupa di religione e su quello delle musiche di rock’n’roll. In molti avrebbero potuto aspettarsi un album quasi new age, ma questo album, questa musica mi serve per far capire il potere di queste idee, per metterle in luce.

Sull’album ci sono due musicisti importanti come Adam Clayton degli U2, che suona il basso, e Jason Bonham, il figlio del compianto batterista dei Led Zeppelin John Bonham, alla batteria. Come è nata questa collaborazione?
Sì, di fatto sono soltanto loro i musicisti del disco oltre a me, visto che ci sono un altro paio di amici che però cantano e basta. Per quanto riguarda Adam, la sua presenza è stata molto importante per fare il disco. Ho scritto le canzoni nel 1989, l’ho registrato nel 1990 e poi ho messo via le tracce in un cassetto e ce le ho tenute fino a due anni fa. Sono molto amico di Adam, che conosco dal primo tour degli U2 negli States, e così quando lui mi ha chiesto che fine avevano fatto quelle canzoni gli ho detto che le avevo buttate nel cesso. Allora lui mi ha risposto: “Be’, se le hai ancora con te sarebbe il caso di registrarle...”. E così mi sono convinto. L’intenzione era quella di fare una versione aggiornata di un hard rock album in stile anni ’60. Non volevo imitare nessuno, caso mai omaggiare con un tributo alcuni degli idoli della mia giovinezza. C’è stato un momento negli anni ’60, e io l’ho seguito da chitarrista, in cui i chitarristi erano delle divinità, quando gente come Eric Clapton, Jimmy Page e Jeff Beck davano vita a una musica clamorosa. Per fare questo avevo bisogno di un batterista che capisse quel mondo, e ho pensato che Jason Bonham fosse semplicemente perfetto. Così l’ho chiamato, anche se non lo conoscevo, e lui ha accettato: abbiamo messo su un classico power trio e con quello abbiamo registrato i brani, senza troppe complicazioni, lasciando scorrere la musica.

Nei crediti dell’album c’è naturalmente il nome del Boss, che ringrazi “per averti sempre mostrato le possibilità”. Credo che con quest’album tu abbia mostrato a lui le possibilità di fare ancora del rock’n’roll, visto che Bruce ultimamente scrive molti pezzi lenti...
Ti ringrazio per il complimento, ma devo dire che Bruce sa benissimo come fare del rock’n’roll. Solo per il fatto di aver suonato folk music per qualche anno non significa che ha dimenticato come ‘flettere i muscoli’!

Cosa ti ha convinto a tornare nella E Street Band e a correre i rischi di una riunione così cruciale?
A parte il fatto di provare una grande gioia per suonare in una band così importante per la mia vita, credo che la molla scatenante sia stata quella di ritrovarsi di fronte al nostro pubblico, che è davvero qualcosa di unico. E’ una mancanza che tutti noi avvertivamo, e che anche il pubblico avvertiva. Fare il tour è stato come tornare insieme per un po’, rimettere insieme la famiglia di Bruce, che è composta da noi e dal pubblico. In un mondo sempre più dissociato, popolato da gente sempre più distratta, noi riusciamo a fermare il tempo per tre ore e a coinvolgere tutti i presenti in qualcosa di più grande, facendoli sentire e sentendoci parte di una sola famiglia, di una sola comunità.

Negli Stati Uniti sei diventato addirittura più famoso come attore che come musicista, grazie al successo del serial tv “The Sopranos”, nel quale interpreti un personaggio che si chiama Mr. Silvio Dante...sei così cattivo come dicono, visto che uccidi e picchi persone?
Non è vero, non faccio solo quello... sono un uomo che lavora, ecco, proprio come te, solo che faccio un altro lavoro...a parte gli scherzi, è un’esperienza bellissima, con grandi autori, grandi attori, una grande produzione. Sono molto affezionato al mio personaggio e, anche se si lavora molto, è una cosa che mi dà una grande soddisfazione. Per me che faccio Little Steven da 25 anni è quasi una vacanza mentale quella di essere qualcun altro per un po’....

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