Elettronica da un lato, Morricone dall'altro: alla faccia della sperimentazione...

I Broadcast sono insieme fin dalla seconda metà degli anni 90. Nel 1997, dopo un anno di oscuri esperimenti in qualche studio di Birmingham (la città inglese dove vivono e lavorano), la Warp, un’etichetta di Sheffield specializzata in musica elettronica, si accorse di loro e, contravvenendo alle regole e all’estetica dell’etichetta stessa (rigorosamente elettronica, fino a quel momento), decise di pubblicare una sorta di raccolta (“Work and non work”) che sintetizzasse quello che il gruppo aveva fatto nei suoi primi due anni di attività. Oggi, dopo ben quattro anni dall’inizio di Broadcast, la band inglese giunge al suo esordio vero e proprio, “The noise made by people”. Ne abbiamo parlato con Trish Keenan (front woman del gruppo) e Tim Felton (chitarrista).

“Work and non work” era una raccolta, una serie di brani scritti nell’arco dei vostri primi anni di attività in cui comunque c’era un comune denominatore: tutti i brani mostravano una naturale propensione a “disturbare” l’andamento delle canzoni con interferenze varie, techno oriented, ad accostare a suoni rigorosamente analogici (di tastiere hammond o strumenti come il theremin) a disturbi che facevano venire in mente proprio quel background che appartiene alla filosofia elettronica dell’etichetta con cui lavorate, la Warp. In “The noise made by people” invece mi sembra che queste interferenze elettroniche siano meno preponderanti….
Trish: Sì, rispetto al disco precedente ci siamo concentrati più sulla scrittura dei brani che non sui singoli suoni. L’ambizione, fin dall’inizio delle registrazioni, era diversa. Per evolverci sentivamo che si doveva andare più verso la struttura tipica della pop song. Quindi ci siamo interessati molto alla struttura in sé della canzone, sviluppando poi gli arrangiamenti ma sempre senza concentrarci maniacalmente, come avevamo fatto in passato, sulla ricerca dei singoli suoni. Questo non vuol dire che per noi i beats e le sonorità elettroniche non abbiano più importanza. Sono importanti quanto ai tempi dei nostri esordi ma vengono usati in modo diverso. Se in “Work and non work” venivano usati come introduzione ai pezzi e quindi la loro presenza era più visibile, in questo disco sono stati integrati all’interno delle canzoni e fanno parte integrante della struttura del pezzo.

Più volte siete stati paragonati a Stereolab. Credo che questo paragone poteva calzare più sul primo vostro disco che non su “The noise made by people”. In questo caso mi sembra che la struttura dei brani sia meno legata che in passato al minimalismo, che è di fatto uno degli elementi principali alla base di Stereolab…
Trish: Stereolab hanno sempre scritto i loro brani lavorando su una struttura del pezzo che si evolve pian piano, in progress. E’ una struttura a cui man mano Stereolab aggiungono delle cose nuove, che gli sono capitate o hanno cercato durante il lavoro di registrazione. In più una delle caratteristiche di Stereolab è il cercare ritmiche sincopate. Noi, al contrario, soprattutto in questo disco, abbiamo voluto attenerci il più possibile alla semplicità della struttura pop…
Tim: ……Anche se, rispetto a “Work and non work”, avremmo potuto fare un lavoro “in progress” come sono abituati a fare Stereolab. Questa volta infatti i soldi a disposizione erano un po’ di più. Non c’era l’assillo di registrare il più in fretta possibile. Nonostante questo ci siamo concentrati sui dettagli da inserire all’interno della canzone anziché strutturare il brano in modo minimalista.

Sapete una cosa…Mi è sembrato strano, fin dall’inizio, che un gruppo come il vostro incidesse per un’etichetta di musica elettronica come la Warp….
Trish: Il discorso da fare per la Warp è che, pur essendo ormai considerata un’etichetta storica e con una certa credibilità all’interno della scena inglese, è una label con una mentalità ancora da indipendente. Se avessimo inciso per una major mai avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto con la Warp. Alla Warp infatti abbiamo detto, fin da subito: il disco ce lo produciamo noi. Una major non lo avrebbe mai accettato. La Warp invece ha creduto in noi, in questa posizione che abbiamo preso. Ci ha dato carta bianca. A noi questo atteggiamento è piaciuto ed è l’unica cosa che ci interessa. Tutto il resto, il fatto che la Warp è un’etichetta di elettronica e blah, blah, blah, non ce ne frega niente.
Tim: ….E poi non siamo così lontani da quello che fanno gli altri artisti della Warp. Per me Aphex Twin non è molto lontano da una struttura pop classica. Certo, è difficile da capirlo perché non c’è la presenza della voce, ma le melodie seguono una struttura che si rifà chiaramente al pop. Inoltre noi, a differenza di una qualsiasi pop band cerchiamo di contaminare, di creare nuove sonorità all’interno di una struttura pop. Usiamo strumenti come una chitarra elettrica o un basso in modo poco convenzionale. Creiamo accordi o riff per chitarra che poi, immancabilmente, verranno filtrati da un computer. Questo approccio credo sia l’anello di congiunzione con la Warp.
Trish: ….E anche se questo anello non ci fosse, beh, chi se frega…Fanculo tutti se pensano che non c’entriamo nulla con la Warp.

Uno degli elementi più importanti della vostra musica è chiaramente questa propensione a creare suoni che rimandano a colonne sonore…..Credo che le colonne sonore siano una delle vostre fonti d’ispirazione maggiori…. E’ così?
Trish: Non lo possiamo sicuramente negare…..

Quali sono le colonne sonore che più vi piacciono?
Trish: Tutto quello che ha scritto Morricone. La sua opera è così mastodontica, così varia. Ci sono ballate da film western, atmosfere drammatica, suoni astratti. Puoi trovare di tutto nella sua musica. E’ qualcosa di diverso per esempio da John Barry. Tutti, in Inghilterra parlano di John Barry. Lo citano come un esempio massimo da seguire. Per noi non è così. Morricone è molto più creativo. E’ senz’altro uno degli artisti che ammiriamo di più.

E questa ammirazione come si traduce nella vostra musica?
Tim: Nel cercare di essere sempre più creativi e più vari possibile.

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