A giudicare dalla musica che fanno i Funkstorung, non avremmo mai pensato di trovarci di fronte a una persona così simpatica, così semplice e disponibile come Michael Fakesh. Già, perché la musica di Funkstorung, la musica che è contenuta nel loro nuovo album “Appetite for disctruction”, è la somma di sonorità elettroniche integraliste e ritmiche elaboratissime, smussate sì questa volta- rispetto al passato - dalla presenza di vocalist che danno un’aurea più “pop” al progetto ma una musica in cui comunque, per dirla in breve, si respira aria di intellettualismo, si percepisce quasi un senso di “esclusività”. E allora, da un gruppo arrivato all’album d’esordio dopo una serie di remix ormai di culto (hanno remixato, tra gli altri, Bjork e i Wu Tang Clan), ci saremmo aspettati di trovarci di fronte un interlocutore un po’ spocchioso. Michael invece, sin dalle prime battute della nostra chiacchierata, si dimostra disponibile e ci coglie, con i suoi modi calorosi (forse imparati dall’altra metà di Funkstorung: un ragazzo di origine campana, Chris De Luca), in contropiede, con una domanda….. Sai, è tutta la mattina che faccio interviste. Questa è la quinta e oggi pomeriggio dovrò farne altrettante. Sono molto contento dell’interesse che c’è attorno al nostro disco, ma allo stesso tempo voi giornalisti fate domande ricorrenti e piuttosto prevedibili. Ad esempio, non è che, come mi è già successo nelle due precedenti interviste, mi chiedi come sono nati i Funkstorung?
Non gli hai risposto: perché non ti leggi la cartella stampa?….
Assolutamente no. Credo non sarebbe stato molto carino nei loro confronti.
Parlando comunque di domande ricorrenti, qual è un altro quesito che vi hanno rivolto frequentemente?
Oh, chiaramente l’altra domanda d’obbligo è: cosa vuol dire Funkstorung?
Un’altra notizia che è riportata chiaramente sul vostro comunicato stampa: vuol dire “interferenze radio” (da funk=radio e storung=interferenze). Un nome che mi sembra rispecchi quella che è la vostra filosofia, quello che cercate di fare con la vostra musica. Penso che le interferenze, i disturbi sonici siano alla base della musica di Funkstorung….
Sì, proprio così. Ma ti dirò di più. Vorrei che non si perdesse di vista il termine funk. Funk per noi è sinonimo di groove. E’ un elemento che ci ha sempre interessato e che vorremmo fosse considerato parte integrante della nostra musica.
…anche se personalmente trovo piuttosto difficile pensare al funk ascoltando i vostri dischi, o i remix che avete fatto in passato….
Sì, capisco. C’è un sacco di gente che la pensa come te. Ma in un certo senso è proprio questo che vogliamo fare: confondere la gente, anche se sono convinto che nella nostra musica, nonostante le decostruzioni, ci sia ancora il groove, ci sia ancora una matrice funk.
Più che di funk io parlerei di canzoni. La differenza tra quello che avete fatto in passato e il vostro nuovo disco, “Appetite for disctruction”, sta proprio nella struttura dei brani, che mi sembrano più vicini che mai alla forma-canzone…..
Oh, sì. E’ proprio quello che ci eravamo prefissi di ottenere con questo disco, ed è quello che intendiamo fare in futuro. Vogliamo scrivere brani che siano canzoni. Non vogliamo suonare troppo tecnologici né troppo complessi. In effetti siamo complessi in ciò che facciamo. I ritmi sono complessi. I suoni sono molto studiati. Ma vorremmo che il risultato finale, la percezione che la gente ha della nostra musica, fosse come di qualcosa di semplice. Semplice musica che puoi apprezzare senza avere sotto mano un calcolatore, senza dover usare un decodificatore ad alta tecnologia. Musica per divertirsi e ricevere buone vibrazioni.
Hai parlato di semplicità come fine ultimo da raggiungere, anche se io credo che la vostra musica, il modo in cui ci lavorate, sia molto complesso e richieda un sacco di tempo.
All’inizio era così. Stavamo ore ed ore su un singolo ritmo, su un singolo suono. Ora non è più così. Abbiamo imparato a usare le macchine. Di conseguenza il nostro lavoro sui pezzi si è snellito. Questo non vuol dire che sia meno complesso. Lo è. Nonostante questa complessità, però, l’aspetto importante che non perdiamo mai di vista è soprattutto uno: non vogliamo né annoiare né annoiarci, e quindi cerchiamo di preservare il più possibile la fruibilità dei pezzi. Non vogliamo essere pretenziosi e nemmeno impressionare nessuno. Vogliamo che alla gente piaccia la nostra musica.
Parlando di complessità mi vengono in mente due progetti di elettronica a cui voi, innegabilmente, vi siete in qualche modo ispirati: Autechre, per i ritmi, e Aphex Twin, per le melodie. Credo che entrambi i citati abbiano un po’ perso il filo del discorso proprio perché si sono persi nella complessità, rischiando di essere autoindulgenti e diventando, in molti casi, purtroppo, noiosi…..
Sono d’accordo con te al 100%. Non posso negare che Aphex Twin e Autechre siano stati una grossa fonte d’ispirazione, ma, pur avendo amato profondamente gli Autechre, penso che negli ultimi anni i loro pezzi siano diventati una somma di operazioni matematiche più che un flusso di suoni e ritmi. Ascoltando gli Autechre ci siamo chiesti: okay: la tecnica è impeccabile, ma la musica dov’è finita? Dove sono finite le emozioni? Noi ce lo chiediamo spesso quando scriviamo i pezzi. Spero che non ci succederà mai una cosa di questo tipo. Spero che non si arriverà mai a considerare la musica come un mezzo per far vedere quanto si è bravi ad usare le macchine.