Due anni fa, nel 98, quando uscì “The good will out”, tutti pensarono agli Embrace come alla solita copia, più o meno riuscita, di gruppi come Oasis e The Verve, ovvero i due gruppi di pop inglese che al momento andavano per la maggiore. A dire il vero, nonostante questa “pregiudiziale”, il disco era piaciuto. Era piaciuto anche perché le canzoni non erano niente male. Ma con questo album gli Embrace si sono in qualche modo sentiti di andare oltre, di toccare territori mai sondati, lontani, forse, proprio da quel pop, da quelle sonorità che li avevano fatti accostare ai gruppi dei fratelli Gallagher o alla band di Richard Ashcroft. Così quest’anno, con l’avvento di “Drawn from memory” le cose sono un po’ cambiate. Ne abbiamo parlato con uno dei due fratelli McNamara, Danny, che subito ha preso le distanze dai Verve e dagli Oasis. Rispetto a questi due gruppi, soprattutto con questo album, siamo sicuramente più funk. Ci piace rapportarci anche con il soul. E poi noi prendiamo le cose molto più alla leggera. Ci piace definirci una band “naive”.
Detto questo, parliamo del nuovo disco. Quali sono le differenze sostanziali?
Nel disco precedente abbiamo registrato gli strumenti uno alla volta. In “Drawn from memory” abbiamo lavorato in maniera diversa. Abbiamo cercato di registrare il disco come se fosse un live. Così è stato registrato quasi tutto in presa diretta. In questo modo, chiaramente, tutto è stato molto più veloce. Ma non è questo il punto: la cosa interessante nel lavorare velocemente, nel non stare settimane sui singoli brani, nel non perdersi nei dettagli di un suono di chitarra o di una battuta suonata in un modo piuttosto che in un altro, è che così vengono a galla le imperfezioni. Si crea qualcosa di più organico. Ma la cosa più importante è che si spazzi via la perfezione. Credo che la perfezione non c’entri nulla con la musica. Cancella i sentimenti, l’umanità di un gruppo. In “Drawn from memory” credo che la nostra umanità sia molto più visibile che non in “The good will out”. E di questo siamo molto contenti.
E’ strano sentirti dire queste cose, perché crediamo che la differenza tra questo disco e il precedente stia proprio nei dettagli che tu dici abbiano avuto minore importanza rispetto a “The good will out”. Sono proprio i suoni che danno un senso di “ecletticità” a questo disco, che lo fanno suonare diverso dal vostro disco d’esordio.
Sì. Nonostante questo discorso sui dettagli quello che abbiamo cercato di fare con “Drawn from memory” è stato creare dei suoni, delle canzoni che fossero una sorta di viaggio sulle montagne russe. Volevamo essere più vari, con i nuovi brani. Ma tutti questi dettagli, questi suoni con cui tu dici che abbiamo raggiunto una buona dose di eclettismo, non sono stati pensati per essere eclettici in sé, ma perché con questi dettagli volevamo spingere, emozionalmente, i brani verso gli estremi. Così un pezzo con atmosfere positive doveva diventare un brano di estrema felicità. Allo stesso modo un pezzo triste doveva suscitare, proprio grazie ai dettagli, delle emozioni forti, di profonda tristezza.
Okay. Parliamo comunque di questi dettagli, di queste sonorità nuove, eclettiche, in modo più approfondito. Credo che “Drawn from memory” sia, a differenza di “The good will out”, un disco meno ancorato al concetto di pop e con sonorità che fanno pensare al funk e al northern soul. Sei d’accordo?
Sì, sono d’accordo. Pezzi come “New Adam new Eve” o “Hooligan” hanno sicuramente qualcosa che rimanda al funk, al groove, al northern soul, anche se il pop rimane sempre il nostro massimo elemento su cui concentrarci.
Un'altra differenza che ho notato rispetto al primo album è che qui ci sono pochi arrangiamenti per archi. Come mai? E’ stata una scelta voluta?
Più o meno sì. Gli arrangiamenti tendono a portarti via un sacco di tempo. Devi capire dove e come inserirli nel pezzo. Tutto, insomma, sembrava andare nella direzione opposta rispetto a come era stato impostato il lavoro sull’album.
Spesso, quando si incide un album d’esordio, il risultato può essere una raccolta di brani che magari appartengono dal punto di vista compositivo a un lasso di tempo lunghissimo. Ci possono essere brani che magari sono stati scritti molti anni prima e vengono inseriti nel disco. Per il secondo album invece il lasso di tempo è minore. La produzione dei pezzi è più concentrata, compressa. E’ stato così anche per voi.
No, assolutamente no. Quando abbiamo inciso il primo album avevamo scritto talmente tanti brani nel periodo antecedente alla sua pubblicazione che avevamo materiale molto recente. la differenza tra questo disco è “The good will out” è da ricercare invece in altro modo. Se infatti nel primo disco io ero responsabile della scrittura dell’80% dei brani, in questo album io e mio fratello Richard abbiamo scritto le canzoni al 50%.
E nel vostro stile quanto ha inciso questa equa ripartizione, tra te e tuo fratello, della scrittura dei pezzi?
Penso che sia più psichedelico e molto più vicino a sonorità soul. Ma soprattutto credo che ci abbia fatto andare avanti, che ci abbia fatto crescere. Avevamo bisogno di fare qualcosa di diverso. E’ qualcosa che devi fare se non vuoi fossilizzarti e, alla fine, provare noia per quello che fai, per la musica che suoni.
Che tipo di musica avete ascoltato mentre registravate?
Di tutto. Ci siamo ascoltati all’infinito il nuovo disco dei Primal Scream, “Xtrmntr”, i dischi di Sparklehorse, di Elliott Smith. E poi un sacco di dischi di soul e funk.
Per rimanere il più possibile eclettici, anche negli ascolti…….
Già, proprio così.