Sono passati dieci anni da quando Bob Stanley e Pete Wiggs, dopo aver conosciuto Sarah Cracknell, hanno iniziato l’avventura Saint Etienne. Tra quel periodo ormai lontano (fine anni 80) ed oggi, di cose ne sono successe parecchie, sia attorno a loro (hanno visto la luce e sono svaniti come meteore trend musicali come il britpop, la new wave of the new wave, il trip hop, il big beat e le infinite mutazioni dell’elettronica) che vicino al cammino della band (pur essendo da sempre legati alla Heavenly Records, sono passati da case discografiche come la Creation, la Sub Pop, la Mantra). Tutto questo però non sembra aver scalfito più di tanto un percorso segnato tra confini ben precisi (l’easy listening, il pop e una propensione alle sonorità dance), ravvivato, in occasione dell’ultimo loro album (“Sound of water”) da collaborazioni con To Rococo Rot (uno dei gruppi della scena elettronica tedesca più rispettati e seguiti) e Sean O’Hagan (leader di un altro gruppo inglese, High Llamas) che hanno portato Saint Etienne verso sonorità d’ambiente. Il risultato? Secondo noi, pop d’ambiente. Secondo Pete Wiggs e Sarah Cracknell, intervistati durante il loro tour promozionale a Milano, l’ennesima sfida per tenere vivo l’entusiasmo per la musica. Allora, Pete. E’ dieci anni che siete nel music business. Come ci sente?
Pete: Già, dieci anni nel music business. Sono un sacco di tempo, considerando anche quanto oggi, nel music business, la vita di un gruppo sia molto breve. Quello che ci ha salvato, tra virgolette, è il fatto di non aver mai avuto degli alti e bassi, insomma, di non aver mai avuto dei successi fragorosi. E poi abbiamo sempre seguito la nostra strada, con costanza, senza perdere di vista i nostri punti di riferimento e cercando di tenerci lontani dai trend. Tutto questo ci ha preservato dall’ossidazione del successo e ci fa essere qui ancora, a suonare e registrare dischi. E, ti assicuro, per me è sicuramente un privilegio, qualcosa di cui sentirmi grato….
Credo comunque che questa preservazione del gruppo sia dovuta anche ad altri fattori. Uno di questi potrebbe essere l’entusiasmo nel fare le cose, oltre che cercare di confrontarsi con nuovi suoni, con diverse realtà musicali. E’ quello che avete fatto soprattutto in questo disco, collaborando con To Rococo Rot ……. Come siete entrati in contatto con questo gruppo?
Pete: Li abbiamo visti a un concerto. Ci è piaciuto subito il modo in cui riuscivano a tessere i suoni, creando un background minimalista ma allo stesso tempo incredibilmente presente all’interno della struttura di un brano. Così, dopo il concerto abbiamo conosciuto Dirk Dresselhaus e Ronald Lippok (i due To Rococo Rot, n.d.r). Poi abbiamo parlato tra di noi. Ci siamo subito trovati d’accordo sull’idea di confrontarci con questo modo di fare musica che hanno gruppi come To Rococo Rot. Abbiamo raccolto quindi la sfida, abbiamo contattato Ronald e Dirk e subito si è trovata un’intesa su “Sound of water”.
Sarah: To Rococo Rot sono sicuramente stati importanti nel raggiungimento di certe sonorità ma c’è anche da dire che all’interno di Saint Etienne, tutti noi abbiamo sempre cercato di dare il nostro contributo alla scrittura dei brani. Penso che avere tre persone che lavorano su un pezzo, che possono dare il loro contributo, abbia sicuramente dato un senso di continua innovazione al nostro sound. E poi tra di noi c’è sempre stato un buon feeling. Ci si è sempre intesi e questo ha aiutato a metterci in relazione e a confrontarci costantemente su idee e nuovi input con cui ampliare e migliorare il suono della band.
A parte l’incontro fortuito con To Rococo Rot, questo avvicinamento a sonorità “d’ambiente” non credo sia stato una folgorazione ma piuttosto qualcosa di più strutturato, un passaggio naturale, un desiderio di confrontarsi con nuovi suoni?
Pete: Sì, il nostro è stato un avvicinamento costante a questo tipo di sonorità. “Places to visit” (un album uscito, stranamente, lo scorso anno, per l’etichetta grunge americana Sub Pop e oggi ripubblicato dall’etichetta “lounge” tedesca Bungalow Records, n.d.r.) ha avuto proprio questa funzione. E’ stata una sorta di prova generale per vedere come avremmo potuto lavorare su “Sound of water”, cosa avremmo potuto fare in studio di registrazione, usando lo studio come uno strumento aggiunto. E poi abbiamo “testato” l’altro produttore che ci ha aiutato in “Sound of water”, Sean O’Hagan, a cui ci si è avvicinati perché sentivano in lui lo stesso desiderio di rivedere la forma canzone, di contaminare la pop song
Entrambi i produttori che hanno lavorato a “Sound of water” sono specializzati nel dettaglio, nella cura dei particolari, nella ricerca, all’interno dello studio di registrazione, di nuove aperture sonore. Presumo quindi che il lavoro di registrazione non sia stato molto veloce…….
Pete: Sicuramente. Abbiamo lavorato molto, insieme a Sean e a To Rococo Rot, per ottenere quelle tessiture sonore che tanto ci erano piaciute quando abbiamo sentito Ronald e Dirk. Molti dei suoni presenti sull’album sono stati passati attraverso il computer. Ma alla fine tutto questo lavoro di produzione ci ha ripagato parecchio. E’ stata una sfida che ha portato a buoni risultati, di cui possiamo essere contenti.