Adam Duritz è un tipo che ispira sentimenti contrastanti, anche in chi – come nel caso di Rockol – è un suo fans praticamente dalla prima ora. Da un lato è uno di cui ti sembra di sapere molto - questo naturalmente se ami la sua musica - e quel molto che sai ti piace altrettanto. Dall'altro è innegabilmente un tipo very primadonna e questo ti lascia un po' perplesso. C'è un po' di narcisismo nella sua estetica, tanto quanta emozionalità riempie la musica e le parole del suo gruppo, e questa cosa quasi sembra stridere un po': o forse è solo timidezza (?!?). Se “August and everything after” aveva messo in luce una band sicuramente non nuova sul versante dei contenuti ma eccitante sul versante espressivo e su quello melodico, già l’album successivo, “Recovering the satellites”, aveva rappresentato uno scoglio più difficile da superare, pieno com’era dei resoconti firmati da Duritz sul suo travagliato rapporto con il successo. Sentire una rockstar lamentarsi – e lui è il primo a sostenerlo – fa venire voglia di menare le mani, e ascoltare Duritz alle prese con i suoi problemi poteva essere interessante per i primi 10 minuti e noioso per l’ora successiva. L’uomo è, almeno apparentemente, assai confidente in se stesso, provvisto di una buona cultura e di una ottima parlantina, ragion per cui è comunque un piacere ascoltarlo. E quell’impressione è stata confermata dal recente incontro avuto a Milano in occasione del concerto tenuto dal gruppo per presentare il nuovo album “This desert life”: chiusi nella cucina del catering, nel backstage dell’Alcatraz, siamo rimasti immersi per una mezz’ora abbondante in un’atmosfera irreale fatta soprattutto di continue zaffate di aromi che provenivano da enormi padellate di pollo fritto e carne in salsa, mentre le ragazze addette alla ristorazione ci davano dentro a far marciare le cucine. Risultato: un’intervista che si è trasformata in una sorta di sauna, conclusa con la sensazione di essere ormai unti ovunque. Duritz – maledetto! – non si è scomposto un attimo, neanche quando l’aria era ormai diventata irrespirabile, e, nonostante la sua fronte sudasse copiosamente, si limitava a rispondere con grazia e cortesia alle domande dei vari cronisti. L’unica nota positiva di questa strana situazione era rappresentata dal soundcheck che si svolgeva contemporaneamente proprio dietro la porta della cucina, cioè sul palco: mentre conversavamo sono passate accanto a noi le versioni strumentali di “Angels of the silences” e “Mr Jones”, così potenti e nitide che facevano venire voglia di alzarsi e lanciarsi sul palco per togliersi qualche sfizio ‘canoro’... e invece la realtà era un’altra: Duritz è il cantante, noi i cronisti e questo è quello che ci siamo detti...Iniziamo dal doppio album dal vivo che avevate pubblicato ormai quasi due anni fa: nonostante sia a mio parere uno dei più bei dischi dal vivo degli ultimi dieci anni non ha funzionato molto, almeno dal punto di vista commerciale...
Non abbiamo mai pensato che dovesse essere un album su cui puntare, dal punto di vista delle vendite. Di fatto non abbiamo fatto promozione di alcun tipo, non abbiamo girato dei video, non abbiamo scelto dei singoli. E’ un album che è stato promosso soltanto tramite passaparola e l’abbiamo pubblicato per il fatto che, avendo alle spalle un tour lunghissimo, saremmo usciti con un album nuovo dopo molto tempo. Il tour andava avanti da un anno e mezzo, e se avessimo preso un po’ di pausa prima di registrare il nuovo disco, i nostri fans sarebbero rimasti senza musica per oltre tre anni. Così ci siamo risolti a pubblicare questo nuovo lavoro, ma senza avere alcuna pretesa relativamente al suo successo commerciale.
Così pensi che la promozione sia importante anche per un album dal vivo come quello, che era pieno di ottima musica e per giunta già conosciuta?
Direi di sì. Comunque c’è sempre molta musica che esce ogni giorno, molta competizione. Non ci sono nomi di gran lunga più famosi di altri, per cui questo complica ulteriormente le cose perché siamo in molti ad essere allo stesso livello di popolarità. Per quanto riguarda noi, la decisione è stata presa anche per compiacere il nostro pubblico, che ama i nostri concerti al punto da acquistare molti bootleg che girano relativi ai nostri concerti. Peraltro alcuni bootleg sono davvero buoni, per cui abbiamo deciso di mettere in vendita le nostre registrazioni ad un prezzo inferiore a quello delle registrazioni pirata, visto che il nostro è un doppio Cd a prezzo speciale. Sono stato comunque molto contento del risultato: certo, se avesse venduto un milione di copie saremmo stati felici, ma in realtà non abbiamo mai pensato che questo sarebbe potuto succedere.
Cosa ne pensi dei bootleg che vi riguardano e delle numerose registrazioni pirata che circolano su internet?
Ne ho diverse in casa, anzi ormai posso dire che le colleziono, anche perché escono di continuo. Le ultime due che ho trovato molto buone sono quelle relative alla nostra esibizione a Woodstock e poi a un concerto a Denver. Sarei un ipocrita se dicessi che odio i bootleg, al contrario, li amo, se non fosse per il fatto che sono molto costosi. Non credo che ci tolgano mercato, tra l’altro: sono contrario alle copie pirata dei nostri album, ma per quanto riguarda i concerti credo che si tratti di registrazioni molto belle. Non sono neanche contrario alle registrazioni di cassette durante i concerti, ma non fatevi beccare dalla sorveglianza, perché so che non tutti la pensano come me!
Come sono nate le canzoni del nuovo album “This desert life”?
Questa volta abbiamo cambiato un po’ di cose. Non abbiamo scritto o registrato quasi niente prima di fare l’album. Forse avevamo una sola canzone pronta, per cui quando siamo entrati in sala non avevamo idea di dove saremmo andati a parare. Abbiamo deciso di iniziare a registrare tutto fin dall’inizio, in modo molto libero, così da tenere buone proprio le prime idee. E di fatto è andata proprio così: abbiamo registrato le prove sin da subito.
Avete anche cambiato produzione...
Sì, da parte mia sono un assertore della necessità di cambiare spesso produttore. Non che io abbia qualcosa contro gli altri produttori: ho trascorso molto tempo in Inghilterra in compagnia di Gil Norton, che aveva prodotto “Recovering...” e siamo diventati molto amici, al punto che faremo sicuramente altre cose insieme. Però credo che si impari molto dal fare i dischi, e sono ancora molto giovane per fermarmi e lavorare con una sola persona: preferisco lasciarmi portare dagli eventi e lavorare con David Lowery da questo punto di vista è stato importante, così come collaborare con Dennis Herring, già al fianco di Sixteen Horsepower e Camper Van Beethoven.
Come giudichi oggi un album come “Recovering the satellites”? Ti sembra che non sia stato completamente capito oppure era effettivamente un album difficile?
Credo che sia probabilmente il nostro album migliore, anche se ci sono molte cose dell’ultimo...diciamo che se dovessi scegliere il nostro album migliore farei un misto di “Recovering...” e di “This desert life”, tenendo “August and everything after” per ultimo. E questo perché “August...” è un album troppo acerbo, ci conoscevamo da poco tempo e stavamo imparando allora a suonare insieme. Quando è nato “...Satellites” eravamo sulla strada già da un po’, avevamo finalmente un chitarrista solista, credo che Dave - subentrato alla batteria – fosse molto meglio per noi del batterista precedente, Steve. E’ un disco molto potente ed energico, e al tempo stesso propone uno spettro assai più ampio relativamente alla scelta delle canzoni: ci sono pezzi come “A long december” o “Goodnight Elizabeth” che non avresti mai trovato in un disco come “August...”, ma ha anche pezzi come “Angels of the silences”. Anche “This desert life” mantiene questo spettro largo. Credo che se qualcosa può aver nuociuto al nostro secondo album sia il fatto di essere un disco dai contenuti abbastanza seri, e si sa che non a molti piace ascoltare i tuoi problemi, specialmente dopo che sei diventato famoso. Ma d’altra parte queste sono esperienze di vita, che ti portano a vedere delle trasformazione nella tua vita per cui le cose esplodono e l’unica difesa che hai è raccontarle per quello che sono. Il mio lavoro è anche scrivere, e questo è quello che faccio.
Si parlava di vita hollywoodiana, nel tuo disco precedente: di cosa si parla in “This desert life”?
Credo che il disco precedente fosse lo specchio di un periodo molto difficile, mentre questo è maggiormente aperto nei confronti della vita. Certo, tutti gli album dei Counting Crows esprimono una certa qual confusione: il primo parla della vita di tutti i giorni, il secondo dell’essersi smarriti, il terzo parla dell’importanza che hanno le cose che ti succedono.
Ti piace scrivere mettendoti nei panni dei personaggi oppure mantenere una certa distanza?
Credo che questo album, per i suoi contenuti meno duri, sembri maggiormente distaccato, ma in realtà non è così. al contrario, mi sembra un album molto personale. E del resto quando scrivo «C’è un pezzo di Maria in tutte le canzoni che scrivo» dico qualcosa di molto preciso anche a proposito di come scrivo.
Come spiegheresti il titolo dell’album, “This desert life”?
E’ tratto da una frase della canzone “High life”, che dice «this desert life is high life»: è un qualcosa che ha a che fare con le contraddizioni per cui uno pensa che si tratti di due tipi di vita lontani anni luce tra loro, mentre in alcuni momenti possono diventare la stessa cosa. E’ un concetto che prende molto dall’idea di città che dà Los Angeles, che può essere al tempo stesso deserto e fucina di energie. E’ un concetto alla base di tutto il disco, la vita può essere tutto questo, così come ci si può sentire vivi e al tempo stesso morti dentro. Se “Recovering the satellites” aveva a che fare con l’idea di essere qualcuno e di prendersi ciò che si vuole, “This desert life” viene a patti con il fatto che nella vita sei sempre e comunque in cammino, e che questa è assolutamente una cosa positiva. Passerai molto poco tempo nella tua vita essendo quello che vuoi davvero essere, ma ne passerai moltissimo alla ricerca di quello stato di grazia. E’ importante imparare a vivere con questa sensazione, con l’idea di essere sempre alla ricerca di qualcosa.
Avete sempre registrato i vostri album in case trasformate in studi di registrazione. Perché?
Perché non mi piace andare in studio. Sono claustrofobici, posti totalmente impersonali, che spesso la gente usa per fare dei dischi di merda. Noi viviamo in una casa tutti insieme, durante le registrazioni di un album, e questo porta ad un feeling decisamente migliore di quello che potremmo avere andando ogni mattina in studio come se fosse un ufficio.
Nelle tue canzoni hai spesso affrontato il tema del rapporto con il successo: eppure credo che ti piaccia essere famoso, visto che vivi a Hollywood, Los Angeles, non certo un posto in cui sia facile nascondersi...
Per quello che riguarda il vivere a Hollywood, ti posso assicurare che le cose sono molto diverse da come sembrano. Se io vivessi ancora dove sono nato, non potrei andare in giro da nessuna parte senza essere riconosciuto, perché lì siamo famosi davvero. A Hollywood è tutto diverso: la gente sta attenta a riconoscere Jack Nicholson, ma non si cura certo di me! Posso andare in ufficio, al bar, a fare la spesa, senza che nessuno mi riconosca o faccia caso a me. Per ironia della sorte riesco a essere molto più anonimo a Hollywood che a casa mia. Per quanto riguarda il successo, certo che lo voglio. Mi piace essere famoso, era questo il tipo di vita che volevo e l’ho avuta. Ma come tutte le cose non è perfetta. Ci sono cose con cui fatico molto a convivere, anche se adesso le cose vanno meglio. Fare concerti è splendido, ad esempio, ma io ho una voce molto fragile, per cui a volte capita che dopo qualche data per me cantare diventa un problema. Così spesso trascorro i tour come un vero stressato. E poi ad esempio è molto difficile gestire la propria vita sentimentale: come fai ad andare via in tour per mesi lasciando a casa mogli e figli? Noi abbiamo questo problema con alcuni dei componenti del gruppo e ti assicuro che non sono cose facili. Io avevo una ragazza fino a poco tempo fa, ed è stata la storia più bella della mia vita: eravamo sempre insieme, e stavamo benissimo. Ma proprio perché le cose andavano così bene, quando poi io non c’ero lei si deprimeva. Alla fine mi ha lasciato perché non voleva passare la vita a desiderare qualcuno che non c’era mai. Come vedi, ci sono cose buone e cose meno buone, come nella vita di tutti. Non ho intenzione di passare il tempo a piangere in pubblico, anche perché annoierei le persone, però ti assicuro che i problemi esistono.
C’è una parte di te che rimpiange una vita più normale?
Certo, c’è una parte di me che non desidera altro che una vita normale. Ma ce n’è un altra che vuole la vita da rockstar. Prima o poi ce la farò, ad avere tutto quello che desidero...
Quanto è importante l’improvvisazione nelle vostre canzoni, visto che alcune diventano molto lunghe rispetto all’originale?
Nel caso di “Round here” tutto quello che faccio è correre dietro al feeling che sento e cercare una risposta nelle varie improvvisazioni. In generale è così anche per le altre canzoni, comunque mi piace cambiare le canzoni a seconda delle emozioni che provo e che voglio trasmettere. Ad esempio, mi è capitato di inserire un pezzo di “Thunder road” all’interno di un’improvvisazione e alla fine, dopo alcune settimane, la cantavo tutta! Può succedere...
Di cosa parla Mrs. Potter’s lullabye”? E’ una metafora o cosa?
No, è una persona vera. E’ una canzone che parla di me, anzi, di fatto è una lunga descrizione di come sono fatto io, un po’ come quando conosci qualcuno a una festa e inizi a raccontare le tue cose più personali senza nemmeno conoscere chi hai di fronte...fondamentalmente è così che è nata, e il fatto che all’interno della canzone io parli di Maria, la protagonista di “Round here” la rende legata alle canzoni del mio passato.
A proposito del modo in cui siete stati presentati al pubblico europeo dopo il vostro primo album, momento in cui venivate descritti come Hootie & the Blowfish, oppure Gin Blossoms...siete rimasti gli unici ad avere successo nel 2000, quindi cosa ne pensate di quei paragoni?
Non saprei, non ho neanche una grossa idea di quello che compra la gente per cui non saprei cosa dire. Credo che le band che hai citato sono buone band, ma il mercato è una cosa molto particolare, cambia di paese in paese, e ognuno ha le proprie vergogne nazionali. Anche noi abbiamo le nostre, naturalmente. Il nostro album ha venduto circa un milione di copie, che non posso dire sia una cifra eccelsa ma comunque alla fine è più che soddisfacente. Meglio sicuramente di molte band del nostro calibro, tipo i Foo Fighters. In questo momento l’America è concentrata su boy bands, black music e country. Quindi non si può pretendere più di tanto dalle classifiche. Adesso con il nuovo singolo “Mrs. Potter’s lullaby” vedremo se le cose cambieranno. E’ la mia canzone preferita, comunque, per cui sono contento che esca come singolo.