A tu per tu con l'autrice di Blue touches blue...

Noa è sempre lei: una cascata di capelli ricci scuri, occhi penetranti su un volto furbo e sempre in tensione, un bel sorriso e una corporatura minuta e scattante: i suoi concerti ne hanno rivelato ancora una volta le capacità istrioniche e il notevole talento artistico, che spesso va ben oltre quanto i suoi album riescono a mettere in evidenza. “Blue touches blue” è in questo senso un album assai riuscito dal punto di vista della produzione, che però lascia affiorare alcune crepe preoccupanti in quanto alla scelta del materiale, che privilegia un world pop internazionale insaporito da spezie più in odore di Celine Dion che di Israele. Eppure Noa – sempre affiancata dal suo ‘marito musicale’ Gil Dor – si dimostra molto soddisfatta del lavoro fatto, e guarda avanti con ottimismo...
La prima domanda naturalmente riguarda il titolo del nuovo album...”Blue touches blue”: da dove viene?
“Blue touches blue” è una delle canzoni dell’album, ma abbiamo visto che era anche un’immagine molto bella, che evoca pensieri molto profondi. Ho pensato a scrivere questa canzone un giorno che camminavo sulla spiaggia, e stavo guardando l’orizzonte, e vedevo il mare toccare il cielo. Ma questo titolo ha anche dei significati più profondi, che hanno a che fare con il viaggio, con la libertà, con l’idea di potersi muovere verso una dimensione differente; questo è ciò che l’orizzonte simbolizza per noi. L’immagine del cielo che incontra il mare è anche la metafora più riuscita di come nella vita ci sia un punto e un modo d’incontro anche per forze di natura opposta, come la razionalità e l’inconscio, e credo che molti di noi abbiano al proprio interno entrambe le forze, e vivano cercando di sposarle al meglio. Ed è da lì, da quel mondo diviso in due e al tempo stesso unito, che arrivano le canzoni di questo album.

“Calling” è il tuo album più recente e risale al 1996: cosa hai fatto in tutti questi anni?
Molte cose, naturalmente. Come sai io pubblico dei dischi anche soltanto per il mercato israeliano, e questo è quello che ho fatto: ho realizzato un disco nella mia lingua natale, e poi l’ho portato in giro per il paese con una tournée. una canzone di quell’album che sin intitola “Morning” ha trovato posto anche sul nuovo album. Dopo di ciò abbiamo lavorato ad un progetto con un’orchestra filarmonica: abbiamo prima inciso un album e poi l’abbiamo portato in giro in tutto il mondo, e in quell’occasione siamo venuti in Italia, suonando con l’orchestra Toscanini. Poi è iniziato il lavoro di scrittura e produzione di questo album, che nel suo bel mezzo ha sofferto anche delle vicende commerciali che hanno visto la Polygram essere acquistata dalla Universal. Nel periodo di transizione non era facile parlare con nessuno, per sapere cosa sarebbe successo. alla fine siamo sopravvissuti e abbiamo potuto riprendere il lavoro per il nuovo album.

Insomma, avete lavorato molto tranne che in Italia...
sì, come ti ho detto abbiamo avuto molto da fare, con l’orchestra. per il resto sono venuta adesso in Italia a fare un po’ di date....

Ho notato che un paio di progetti discografici ospitavano ultimamente la tua voce: il primo si chiamava “Rumi”, ed è una raccolta dedicata alle poesie di questo grande mistico sufi...
Sì, mi ricordo, in quel caso sono stata contattata dal produttore di quel progetto, che mi ha chiesto di occuparmi di un brano. Così ho tradotto in ebreo una delle poesie sufi di Rumi, mentre il produttore si è occupato di scrivere la musica, e poi abbiamo cantato. tutto qui.

L’altra cosa particolare è stato il duetto con Khaled che hai fatto per il suo album, e che riguarda la celebre canzone di John Lennon “Imagine”: non hai avuto paura di doverti confrontare con una canzone del genere?
No, non credo che uno dovrebbe aver paura di toccare materiale come questo, soprattutto se ti mantieni rispettosa della canzone e della sua natura. Dopotutto io e khaled non abbiamo fatto nessun tipo di variazione alla melodia, abbiamo cantato ognuno di noi nella propria lingua e inoltre abbiamo tenuto qualche verso in inglese, e credo che il simbolismo di questa collaborazione sia molto importante: il fatto che lui sia arabo e io ebrea, e che la canzone sia un vero e proprio simbolo di pace e fratellanza, se vuoi anche un po’ sixties, dal punto di vista del messaggio, ma tremendamente attuale. Oggi abbiamo ancora bisogno di quella canzone. è stato divertente. Un altro progetto di cui mi sono occupata è stata la colonna sonora del film di Jean-Luc Besson “Giovanna D’Arco”, per il quale ho scritto e cantato un testo intitolato “My heart calling”, mentre il resto della colonna sonora è stata scritta da Eric Serra.

Hai visto il film?
Certo, ho dovuto vederlo diverse volte per scrivere le parole adatte alla mia canzone. Dovevo entrare nello spirito del film, ed è stato molto bello.

Cos’è cambiato , da un punto di vista relativo al modo di lavorare, tra questo nuovo album e i tuoi precedenti?
Credo che io e Gil siamo ormai una coppia collaudata, visto che lavoriamo insieme da circa 10 anni, e c’è un nostro amico che ci ha soprannominati ‘il mostro a due teste’. Cos’è cambiato? noi siamo cambiati, le nostre prospettive nei confronti della vita, le nostre stesse vite. “Calling” è stato fatto in un periodo molto difficile per la storia del mio paese e molte delle canzoni che ne fanno parte parlano proprio di quello. “Blue touches blue” viene totalmente da un altro posto del cuore, e non parla di guerre o di cose che succedono all’esterno, ma di tutto il mondo che vive dentro il tuo cuore e la tua anima. Sono molto orgogliosa dei testi di questo album, credo che ognuno di essi abbia vita propria e rappresenti qualcosa che le altre canzoni non dicono, ci sono canzoni che cercano di spiegare molte cose, e altre che affrontano proprio il tema della comunicazione, della possibilità di raggiungere le persone per riempirle di qualcosa. Mi piace pensare a questo album come ad un piccolo scrigno di segreti, a qualcosa che se ci entri dentro ti permette di scoprire e di impadronirti di un mondo che non conoscevi. Devi soltanto essere paziente e dargli un po’ di tempo. Un’altra cosa bella è il modo in cui abbiamo collaborato che ha molto a che fare con la nostra ormai totale confidenza. Abbiamo scritto molte canzoni e poi abbiamo deciso quelle da mettere sul disco e ci siamo resi conto che eravamo d’accordo su tutto. La cosa bella è che quando abbiamo finito di registrare le canzoni e le abbiamo scelte ci siamo resi conto che dentro c’era un tema, e che era un qualcosa che veniva dal cuore, non dall’approccio razionale, dall’aver pensato prima cosa fare. Solo dopo aver fatto tutto ti rendi conto di quello che hai fatto, e capisci il senso delle canzoni soltanto molto tempo dopo. E’ una cosa che ha a che fare con la psicoterapia, diciamo, ma il nostro album ci ha regalato grandi emozioni, e ci ha permesso di esprimere pensieri che non avevamo mai considerato, in modo tale da poter dire davvero quello che volevamo.

Scusa l’indiscrezione, ma visto che sull’album c’è una canzone dedicata a tuo marito, posso chiederti se si tratta di Gil?
Certo, ma Gil non è mio marito. Di fatto lui è abbastanza più grande di me, ha 16 anni di più, e ha un figlio di 22 anni, il che renderebbe le cose difficili, perché per me significherebbe aver fatto un figlio a 7 anni. Diciamo piuttosto che Gil è il mio marito musicale, ma nella vita sono sposata con un medico, con cui stiamo insieme da 15 anni. Anche Gil è sposato con una splendida donna. Come vedi, siamo sposati ma non l’uno con l’altro. La canzone, che si intitola “Long coat in winter”, è dedicata alla pazienza di mio marito, che sa di aver sposato una donna che non è come tutte le altre. Io non cucino pasta, non lavo i pavimenti, non aspetto a casa che lui torni dal lavoro, al contrario: sono via per la maggior parte del mio tempo, vado in tour, faccio dischi, non ci sono mai. E poi sono anche un po’ matta, per cui per essere mio marito bisogna avere davvero molta pazienza. Ma spero che lui veda anche le mie cose belle, e io tutto quello che posso garantirgli è un cappotto per l’inverno, cercare di essere per lui qualcosa di caldo.

E cosa pensa della tua musica?
Quando ascolta una mia canzone piange sempre! Lui è il mio più grande fan.

I tuoi primi due album sono stati pubblicati qualche tempo fa in Europa con il titolo “First steps”, e credo che abbiano una grande ricchezza di spunti, soprattutto dal vivo: quando farete un live con il materiale scritto per il mercato europeo?
Credo che sia ora di farlo dopo questo tour. ormai siamo pronti e abbiamo un ottimo rapporto con il pubblico. E’ molto difficile competere con quello che facciamo dal vivo quando facciamo un disco, e in questo senso fare “Blue touches blue” è stata anche una sfida, perché abbiamo cercato di riproporre quel suono, di ricatturare quell’energia.

Mi ricordo ancora il tuo primo concerto in italia, uno showcase a Milano: è stato bellissimo, anche perché improvvisi molto dal vivo...
Lo so, è sempre stata la mia fortuna e la mia maledizione. Fortuna perché la gente giudica i miei concerti straordinari, maledizione perché poi ogni volta che qualcuno ascolta un mio disco magari rimane deluso proprio perché non trova dentro la stessa atmosfera del live.

Visto che siete stati a Sanremo, cosa pensate di quello che è successo con il progetto Jubilee 2000?
Credo che ogni posto sia adatto per parlare di una cosa del genere, soprattutto perché riguarda molte persone. E’ un opportunità corretta, perché molta gente ha guardato il Festival e ha preso coscienza del fenomeno. Non vedo altri esempi al mondo relativi ad un paese in cui sia successa una cosa del genere. Non siamo sorpresi che una cosa del genere sia successa in Italia, dove i valori culturali e sociali sono anteposti a qualsiasi altra cosa. Non che il resto non sia importante, ma questo tipo di battaglia viene sicuramente prima. E’ stato un grande messaggio di pace, perché per portare alla pace le persone devi soltanto dimostrare che non hai altre intenzioni che non siano quelle buone, permettendo alla gente di credere nel cambiamento.

Un’ultima domanda: Pat Metheny è stato molto importante per lanciare la vostra carriera: in che rapporti siete adesso con lui? Facciamo dischi con la sua etichetta, quindi abbiamo un rapporto prettamente professionale. questo non significa che non siamo amici! pensa che un giorno Pat mi ha detto: «Noa, tu sarai la mia pensione...» e questa è una cosa che mi ha fatto molto piacere.

Collaborerete ancora?
Non lo so, forse sì. in questo momento ci muoviamo su strade separate, e poi il fatto che lui abbia fatto un figlio in questo momento lo distoglie molto dalle preoccupazioni musicali. però chissà che un giorno non possa succedere.

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