Il ritorno di occhio di aquila...con un nuovo album.

All’epoca del suo debutto discografico (“Desireless, del 1998), Eagle-Eye Cherry di certo non puntava a diventare una rockstar: «Spero che questo album – diceva – venderà abbastanza da permettermi di farne un altro». Il disco, contrariamente alle aspettative del giovane artista (che ricordiamo è figlio del mitico jazzista Don Cherry e fratello della cantante soul Neneh Cherry), ha venduto circa 4 milioni di copie in tutto il mondo e imposto il suo nome tra i più interessanti cantautori dell’area rock-soul. Dotato di una bella presenza e di grande capacità comunicativa, Eagle-Eye non sembra inizialmente a suo agio nel raccontare e nel raccontarsi. Ma si “scalda” con poco e si esalta quando è della sua nuova musica che deve parlare. E’ infatti pronto per le stampe l’album “Living in the present future”, un lavoro denso di ballate e di brani piacevolmente “bluesy”, “un disco realizzato senza alcuna premeditazione – ci tiene a dire – registrato usando normalissime apparecchiature e strumenti da riutilizzare anche dal vivo, un po’ alla vecchia maniera degli anni Settanta”. Una sorta di tributo alla tecnica “buona la prima” e a tutti quegli artisti che in quel periodo registravano in presa diretta e quindi utilizzando il più delle volte la prima incisione, così da non dover ripetere la sessione.
E’ stata una tua idea?
Sì, anche perché in parte avevo fatto questo esperimento già durante la registrazione di “Desireless”, e devo dire che è tutta un’altra cosa. Inoltre, lavorando in questa maniera, abbiamo raggiunto insieme ai musicisti e a Rick Rubin (produttore di entrambi gli album e fondatore della celeberrima etichetta Def Jam), un tetto di sei canzoni in otto giorni anziché in dieci, come avevamo prospettato, così da sorprendere noi stessi e Rick!

In questo album si assapora una maggiore influenza blues. E’ voluto o è perché credi di sentirlo più tuo questo suono?
No, anche se sono comunque un grande estimatore del genere e amo artisti come Taj Mahal, Dr. John, Johnny Lee Hooker che, in maniera molto subliminale, avevo già citato nel precedente album. Mentre scrivevo insieme a Chris Watkins (componente del gruppo Preacher boys), che ha anche suonato in apertura di molti miei concerti, ci siamo resi conto che le nostre rispettive influenze stavano emergendo, e quella più influente era senza dubbio il blues. L’ho scelto inoltre perché suona il “National” che è una chitarra slide come quella usata negli anni trenta.

Essendo cresciuto negli anni Settanta e avendo vissuto in quel periodo girando per il mondo con tuo padre, che sensazioni di quel periodo hai trasferito nelle tue canzoni?
Molte. Sai, anche se ero solo un ragazzo, ero molto incuriosito da tutto quello che mi circondava, anche se devo dire che solamente a distanza di anni ho realizzato di tutto ciò che avevo visto; artisti famosi, sale di incisioni, luoghi, i tours e tutto il resto.

“Living in the present future” è il titolo del tuo nuovo lavoro. E’ vero che doveva essere anche un brano inserito nell’album e poi tolto all’ultimo?
Inizialmente faceva parte della lista delle canzoni che avevo scelto da inserire. Registrando e mixando in così poco tempo, noi tutti ci siamo resi conto che avevamo dimenticato a lavoro ultimato la canzone che doveva dare il titolo. Così ho pensato di lasciare “Living in the present future” come canzone per un prossimo disco, e di tenerla in considerazione per il nome all’album.

Come è avvenuta la scelta di “Long way round” che interpreti con tua sorella Neneh? Dobbiamo pensare che ci sarà dell’altro?
Wow! Considera che per fare questa troppo tempo ho dovuto attendere, chiedendo a me stesso, come mai io e mia sorella non avevamo ancora inciso niente insieme! In effetti “Long way round”, l’avevo scritta pensando a un terzetto e non a un duetto; però poi mi sono detto “perché non farla con mia sorella?”, anche perché così i giornalisti non mi chiederanno più quando lo farò! Lei è venuta a New York di corsa e l’abbiamo incisa immediatamente e in maniera soddisfacente per entrambi. Certo non sarà un episodio singolo.

Quanto è stata importante l’influenza musicale che tuo padre ha avuto su di te? Pensi di amare anche il jazz a tal punto da suonarlo magari in un tuo prossimo disco seguendo le sue orme?
Grazie a mio padre ho ascoltato ed imparato che il jazz è un qualcosa che non puoi decidere di fare da un giorno all’altro. Devi sentirlo dentro di te e devi impegnarti a fondo per diventare un buon musicista, e come lui è un po’ difficile!

Ti hanno mai detto che la tua faccia assomiglia molto a quella di Gil Scott Heron dei primi anni Settanta?
Beh! Un bel complimento. Devo aggiungere che mi hanno anche fatto notare la somiglianza con Carlos Santana, che non è da meno!

Prendiamo Scott-Heron come esempio. Lui era considerato un poeta “metropolitano” ed ha influenzato molti artisti venuti dopo di lui. Secondo te chi potrebbe essere al suo posto ai nostri giorni nella cultura neroamericana?
Non ne ho proprio idea! Più che alla cultura degli afroamericani penso ai giovani americani in generale. In questo senso forse potrebbe essere il gruppo dei Nirvana, che hanno lasciato una grossa impronta negli anni Novanta con la loro musica. E’ difficile dirlo quando sei comunque incluso nella categoria. Posso affermare ora che gli “shock” culturali più grandi sono stati per la scena rock i Sex Pistols e per la scena rap i Public Enemy. Avrei potuto dire anche Eagle Eye Cherry per l’oggi!

Come mai hai scelto New York e non Stoccolma per incidere l’album?
E’ iniziato tutto a Stoccolma, però ad un certo punto ho sentito il bisogno di trasferirmi a New York rapito come da un richiamo della grande città caotica completamente all’opposto della tranquilla cittadina Svedese. Io sono diviso a metà tra le due città e le sento entrambe mie. L’una mi da la calma e la riflessione, l’altra mi da gli stimoli giusti per scrivere le mie canzoni. Questo sono io!

Quando pensi che inizierai un nuovo tour e magari tornerai in Italia?
In Autunno abbiamo in programma di partire, salvo ritardi. Voglio tornare nel vostro paese, veramente! Ho dei bellissimi ricordi dell’Italia di quando ero in tour con mio padre e, incredibile ma vero, mi è capitato di soffermarmi a pensare che avevo conservato dei ricordi di posti dove ero stato vent’anni prima pur essendo molto giovane.

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