Il mondo alla rovescia di una piccola star che non sta alle regole del gioco

Ha questa faccia strana e bella, Elisa, che potresti guardarla per ore senza stancartene. Quando la incontri ti viene spontaneo metterti a sbirciarla, pazienza se lei se ne accorge. Ti dice subito che lei fa solo quello in cui crede, tu la ascolti e pensi "Sta dicendo la verità", poi ti chiedi "Perché le dò retta?", poi cominci a sommergerla di domande, e capisci.

La prima domanda è di rito. Sono passati tre anni dalla pubblicazione di "Pipes & flowers", il tuo primo album: un successo straordinario, che ha venduto 250.000 copie. Ora è il turno di "Asile's world". Come ti senti? Paura di deludere le aspettative, eccetera eccetera?
La realtà è che non ero neanche convinta di farlo, quest'album. Troppe pressioni, troppi filtri, troppi compromessi. A un certo punto mi sono detta: "Io mollo tutto, lascio perdere". La maggior parte delle persone è convinta che QUESTO (indica gli arredi e le pareti della saletta della casa discografica che ci ospita) sia l'importante. Non capisce che QUESTO non conta, se QUI DENTRO (si indica il petto) non hai niente da raccontare.

Poi cos'è successo?
E' successo che per fortuna ci sono anche delle belle persone e delle belle cose da fare. E' successo che, siccome io scrivo una canzone ogni 15-20 giorni, in tre anni ne avevo accumulate talmente tante che è venuto fuori QUESTO (indica il cd. Si aiuta molto con i gesti, Elisa, e gioca con le trecce mentre parla) . Non avevo idea del risultato che avrei ottenuto. Non avevo in mente un risultato preciso. Ho scritto tanto, incontrato tanta gente, musicisti e produttori. Howie B., Roberto Vernetti: due forze della natura, ma non solo loro. Dovrei nominare un così grande numero di persone che forse è meglio che non cominci nemmeno.

Il titolo dell'album, invece, l'avevi già in mente da tempo.
"Asile's world". Il mondo di Asile, che poi è Elisa al contrario. Ho fatto un lunghissimo percorso, COSI' (traccia con il dito un cerchio in aria) e ho cambiato idea tante volte. Alla fine sono tornata a quella originaria. Ma a un certo punto mi ero messa in mente di chiamare il disco "Lisert", dal nome della zona in cui vivo. Io sto a Papariano, un paesino vicino a Monfalcone. Dove abito io, centinaia di chilometri di coste rocciose lasciano il posto a centinaia di chilometri di coste sabbiose. Alle spalle di casa mia ci sono le montagne, davanti il mare. I cinesi dicono che un posto così è l'ideale per vivere.

Perché?
Perché è caldo, vitale. Perché dall'incontro di mare e montagne nasce molta energia. C'è qualcosa di strano, lì. Come se la terra parlasse. E io ho una casa bellissima a Papariano, enorme. La chiamo "Il castello trash". Apparteneva a due signori diventati troppo anziani per continuare ad occuparsene. L'ho divisa a metà con mia sorella, lei sta sopra, io sotto. Un pezzo della casa è normale, un altro è ricavato dal garage e della cantina. E' pieno di finestrelle e di passaggi tra una stanza e l'altra, ho coperto i lampadari con della cartapesta: sembrano delle larve. Un po' inquietante, ma bellissimo. E fuori c'è un grande giardino, io esco dalla finestra di camera mia, prendo le susine dagli alberi, le mangio.

Ti piace il posto dove stai.
Non lo cambierei con nessun altro. Non sopporterei di vivere in una grande città, è tutto "schiacciato", in città. Ho abitato a Londra per fare dischi, ma non ci resisto a lungo. Questo fa parte del discorso sui compromessi: stare in una grande città significa obbedire alle regole del business. Io voglio starne fuori. Piuttosto che accettarle smetto di fare musica, come dicevo prima. Voglio stare in un posto in cui le stagioni sono le stagioni. A casa mia l'estate è ESTATE (s'illumina in volto, sottolinea le parole) , la primavera PRIMAVERA, l'autunno AUTUNNO, l'inverno INVERNO... E' così bello (sorride) .

Davvero smetteresti di suonare pur di non scendere a compromessi? Qualcuno ne avrai pur accettato.
(Piega la testa di lato) Qualcuno, sì. Pochi. Non ci riesco, non sono capace; ci sono delle pressioni e delle regole che trovo insensate. Sto cercando di continuare per la mia strada. Per esempio, non scelgo mai i singoli dei miei album: lascio che se ne occupino loro. Io non ne voglio sapere niente. E' difficile, ma forse ce la posso fare. Comunque non smetterei veramente di suonare: continuerei a farlo in privato, da sola, con gli amici. Senza musica per me è impossibile vivere.

Gli amici: sono ancora quelli del passato?
Certo che sì! (alza la voce e sorride, come se stesse dicendo la cosa più naturale del mondo) Il passato c'è ancora, c'è più che mai.

E se non facessi più musica per professione, come occuperesti il tuo tempo?
Prima di tutto tornerei a studiare. Ho lasciato la scuola dopo le medie: per mantenermi e comprarmi gli strumenti musicali che mi servivano; facevo la parrucchiera con mia mamma e mia sorella. Ora studierei psicologia infantile. Vorrei fare musica con i bambini piccoli, creare canzoni assieme a loro. Il mio approccio con la musica è stato così doloroso, a scuola, che vorrei inventare un metodo completamente diverso.

Torniamo al disco: perché continui a cantare in inglese?
(Fa una faccia buffa, una smorfia): Perché in italiano non so esprimermi. Credo di essere migliorata rispetto a qualche anno fa, ma insomma... In inglese sono costretta a scegliere. Conosco poche parole, devo fare una selezione accurata. Devo dire l'essenziale, non posso permettermi di dire cose che non c'entrano, di fare giri di parole inutili. E' una sfida con me stessa: tirare fuori un concetto, eliminare il superfluo, farmi capire.

Tu per per le lingue devi avere un talento molto spiccato, si capisce dai testi delle canzoni.
E' che sono un miscuglio di razze, ho una predisposizione per gli incroci. Avevo un nonno francese e una nonna pugliese, una nonna russa e un nonno friulano. Sono venuta fuori da questo pasticcio, e me lo si vede in faccia, credo. Che strana faccia che ho.

Parlando di estero: è nota la tua passione per Alanis Morissette. Chi altro ti piace, ultimamente?
Bjork, poi i Birds of Canada. Loro fanno "elettronica calda". Poi Velvet Underground, Aphex Twin. E Lou Reed, perché assomiglia a mio padre! (ride: il pensiero la diverte molto).

Una domanda conclusiva di tipo "tradizionale", come "Cosa ti aspetti da questo nuovo disco", dopo quanto hai raccontato di te non sembra avere molto senso...
(Sbuffa, poi ride di nuovo): Che ne so, che ne so. Mi hanno detto che quest'estate faccio 12 festival, Imola, Napoli, non so più cosa. Un botto di Festival, non vedo l'ora (batte le mani) mi piace da pazzi suonare da vivo. Andiamo a mangiare? Ho fame.

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