E’ lui l’eroe della chitarra. Soprattutto per gli italiani, che da sempre lo adorano e lo coccolano come pochi altri artisti jazz o di area jazz. Basti pensare che Pat vende più dischi in Italia che in gran parte dei paesi europei. E questo lo porta ad avere nei confronti del nostro paese un’attenzione e un affetto particolari. Un amore che dura ormai da tanti anni e che sembra durare in eterno. Anche in questa occasione, parlando con lui, mi rendo conto che il suo essere talvolta sfuggente è proprio parte della sua personalità. E se lo si conosce bene si capisce che non è molto facile per lui parlare molto di se stesso e della sua musica. Lo fa, da bravo professionista, ma non aspettatevi chissà quale intima rivelazione. D’altronde la musica parla per lui, musica spesso toccante e drammatica come quella della splendida colonna sonora del film “A map of the world”, in cui Metheny riesce davvero a toccare l’anima. Nella breve chiacchierata che segue parliamo proprio di questa colonna sonora con qualche accenno anche all’ultimo disco jazz, “Trio 99>00”, l’album inciso con i formidabili Larry Grandier e Bill Stewart. Sei sempre più spesso nel nostro paese, dovresti finalmente sapere un po’ della lingua italiana…
Capisco un po’ l’italiano perché so il portoghese, visto che ho vissuto un po’ di anni in Brasile. Nulla di più. Trovo però la vostra lingua molto musicale!
Sei molto prolifico, pubblichi praticamente un album dopo l’altro e ti concedi spesso in collaborazioni con altri artisti. Ma come fai?
E’ così perché per me è solo un piacere. Non faccio fatica. La musica è parte della mia vita. E’ una componente fondamentale e in ogni cosa che faccio c’è sempre…
E’ vero che alcuni dei tuoi dischi li hai incisi in soli due o tre giorni?
Sì, veramente succede quasi con tutti i dischi. Tutti i jazzisti fanno così.
Perché? Ha a che fare con l’improvvisazione?
Credo che per questo genere di musica, incidere in breve tempo sia il modo migliore.
Anche perché è una musica così creativa che una volta che hai l’idea in mente la fai punto e basta. E’ successo così anche con l’ultimo disco del Pat Metheny Trio: 2 giorni per incidere ed uno per mixarlo. Credo che in questo modo si ottengono i risultati migliori!
Parliamo del tuo ultimo lavoro “Trio 99>00”. Che differenza c’è tra lavorare con il trio e con il tuo gruppo?
Con il trio lavoriamo molto uno sull’altro, è una cosa un po’ più intima, lavoriamo molto sul suono, mentre con il gruppo mi sento più cantante, e non solo chitarrista. Sicuramente con il gruppo prevale l’aspetto più ricco di melodia e di atmosfera.
Parliamo della colonna sonora del film “A map of the world”. Com’è nata questa bellissima composizione?
Negli Stati Uniti il libro “A map of the world” di J. Hamilton ha avuto un enorme successo e ne ero molto incuriosito. Poi è stato quasi per caso che mi hanno proposto di fare la colonna sonora del film e quando ho letto le fasi iniziali della sceneggiatura del film mi ha subito entusiasmato… e mi allettava molto l’idea di poter realizzare tutta una colonna sonora suonando solo la chitarra acustica. In realtà il film non è poi andato molto bene al botteghino.
E’ stato difficile scrivere musica prendendo spunto da immagini che non hai creato tu, ma da qualcun altro, in questo caso Jean Hamilton?
La parte più interessante è proprio questa, cioè il fatto che posso prendere spunto dalla vita di altre persone, che sono i personaggi del film, persone che vivono una realtà al di fuori della mia.
Di cosa parla il film (e il libro)?
E’ una storia piuttosto drammatica… parla di una cittadina tipica della zona del Mid-west, dove sono cresciuto io. E all’interno di tutta questa storia drammatica ho cercato di ricordare con la musica l’aspetto positivo della vita, che comunque sussiste.
Sbaglio o in questa colonna sonora c’è una sorta di legame con il Pat Metheny acustico dei primissimi album su ECM?
Forse sì, ma devi considerare che qui c’è un grosso lavoro di arrangiamenti anche di archi. Nei dischi a cui facevi riferimento c’ero solo io con la mia chitarra.
Tanti anni fa, in una precedente intervista mi dicesti che per te la musica è qualcosa di molto terreno, e questo nonostante il fatto faccia sognare chi la ascolta. Sei sempre di quest’opinione?
Oh sì! Scrivere, creare musica è qualcosa che mi fa stare con le gambe per terra, è un legame molto forte con il mio essere terreno. Può sembrare un controsenso ma è così. O almeno io la vivo così. Quando compongo non viaggio con la fantasia come molti possono pensare. Per me la musica è una parte razionale, pensata con cognizione.