«Ho composto le canzoni di "Sbandato" tra il '96 e il '98, tra Napoli e Dublino, dove ho passato un periodo insieme a Andy White», attacca Edoardo Bennato, senza che gli si chieda niente. Tornano in mente i sorrisi ironici dei colleghi più anziani ogni volta che fanno il suo nome: Bennato non è quello che si dice un "pezzo facile". Ma rimane uno dei cantautori più innovativi e atipici d'Italia, con la sua ironia a volte feroce ("Salviamo il salvabile") a volte amara ("Franz è il mio nome"). E le sue favole. Hai cominciato la tua carriera definendoti "Rinnegato". Ora ti dài dello "Sbandato".
«"Rinnegato" era una cosa ironica. Lo sbandamento invece è inevitabile: non ci sono riferimenti, crollano anche gli ultimi tabù, l'ultimo è forse la religione, di cui non si può parlare. Il sesso ormai è sviscerato in ogni sfumatura. L'etica, la morale, fa fatica a tenere il passo col progresso. E questo provoca traumi».
Per i quali non c'è rimedio?
«Qualche rimedio si trova sempre, piaccia o no. Io a dodici anni ero stato in mezzo mondo, a diciotto sono venuto a Milano a studiare. E ho scoperto che la storia della civiltà ruota attorno al parametro latitudine. I gruppi umani che si spostavano dall'equatore, spostandosi cambiavano le loro necessità, e trovavano nuovi rimedi. Quindi la differenza tra estate e inverno determina la civiltà perché, come si suol dire, la necessità aguzza l'ingegno. Ci sono tribù molto antiche all'equatore che non hanno sentito alcuna necessità di cambiare il proprio rapporto verso la natura. Man mano che ci si spostava verso nord, verso Egitto, Grecia e Roma, avanzava la civiltà».
E ora a che punto siamo?
«Negli ultimi anni gli input sono arrivati da Seattle, da Londra, dal nord del pianeta. Penso che la linfa vitale arrivi da sud e le conoscenze da nord. Pensa al semaforo: lo hanno inventato a Londra. A Milano ne tengono conto in un certo modo. A Napoli, molto meno. Al Cairo, ancora meno...Cambia l'interpretazione. Non è un problema di buoni e cattivi».
Teoria affascinante.
«E' un'ipotesi, ma noi sappiamo che è così... Vorrei solo che la storia venisse insegnata in modo meno banale».
I tuoi dischi hanno spesso dei temi: in "Sono solo canzonette" c'era la fantasia di Peter Pan contro il mito della "ragione", mentre in "Burattino senza fili" parlavi di Pinocchio e di come la società ci voglia controllare...
«Ci sono due temi anche in questo disco: Galileo e le verità scomode da un lato, e poi la figura femminile».
Dici che non dobbiamo credere negli eroi, nella verità... in cosa possiamo credere?
«Lo dico in "Sbandato": nella persona che amiamo. Come usava nel Dolce Stil Novo, considero la femminilità al di sopra di ogni sospetto: dalla donna che amo accetto tutto. Attorno ai presunti eroi invece c'è sempre molta retorica e pubblicità: i veri eroi sono quasi sempre persone di cui non veniamo a sapere nulla. Quanto alla verità, c'è una frase di un vecchio film che mi piace molto: "E' meglio una bugia che apre il cuore alla speranza o una verità che provoca solo tristezza?"»
Non saprei rispondere... Ma se sono crollate le ideologie, perché descrivi gente che agita bandiere, grida slogan e fa cortei? In nome di cosa lo fa?
«In nome di cose in cui non crede più. Più urlano e meno sono convinti. Vuoi sapere quali sono gli slogan di oggi? McDonald, Coca Cola, Toyota; Mercedes: le moderne religioni».
La religione "ufficiale" ha riabilitato Galileo...
«Esiste una verità che ci fa comodo, e una verità difficile da digerire. In questo senso Galileo è un personaggio emblematico. Fece una dichiarazione che era una bomba: io vi dico, non in base a una profezia, ma all'analisi scientifica, che le sacre scritture si sbagliano. Noi giriamo come una palla impazzita...altro che morale della religione. Ma non era solo tanti secoli fa: è la storia di sempre. Già ai bambini raccontiamo una verità edulcorata, per non traumatizzarli. Allora gli raccontiamo le favole, che sono una verità filtrata. Poi arriva qualcuno che dice, pedagogicamente, che dobbiamo dirgli la verità. Ecco, questo è quanto è successo a Galileo: l'inquisizione doveva proteggere l'umanità bambina. Ma la cosa importante è che Galileo rifiuta di essere eroe. Mentre i suoi fedeli sperano che lui non abiuri, lui dice: non pretendete che sfili nei vostri cortei. Ecco, come lui, non credo alla retorica degli eroi».
E in tutto questo, il "Dolce stil novo"?
«Trovo la femminilità al di sopra di ogni sospetto. Così canto: "Io sono sbandato, ma cerco te solamente". Punto. Altro non chiedo, e ad altro non ambisco. Non aspiro a fare conferenze o a dire le mie verità. Sono cose che canto, non scrivo libri di sociologia».
"Sono solo canzonette"?
«Guarda, la canzone diceva: voi che siete in malafede, non è politica, non è cultura: non vi preoccupate, sono solo canzonette».
Parlando di Galileo e della Chiesa, mi è venuta in mente "Affacciati affacciati"; a chi era dedicata? Al Papa come istituzione o a Paolo VI in particolare?
«A tutti e due».
Detto del Papa, non sei il primo a dedicare una canzone a Roma, cosa che fai nel nuovo disco. Cosa ti ha spinto?
«Roma rappresenta l'Italia. Ne rappresenta anche il malaffare, la retorica e gli slanci spirituali. Croce e delizia, il peggio e il meglio dell'Italia che comunque deve amare e odiare Roma, esattamente in mezzo tra nord e sud del pianeta, ago della bilancia tra i diversi squilibri».
Parliamo di musica. Cosa pensi, oggi, di quello che hanno rappresentato e rappresentano i cantautori?
«Scusa, ma questa definizione mi ha sempre fatto ridere. Bryan Adams è un cantautore, così come Billy Corgan degli Smashing Pumpkins. Già Modugno e Tenco cantavano le proprie canzoni».
Andiamo, Edoardo, hai capito cosa intendo... Hai persino scritto una canzone intitolata "Cantautore".
«Ma me la prendevo con quella definizione, e con l'aspettativa che creava. Ho anche sviluppato il concetto in "E' arrivato un bastimento", raccontando del pifferaio magico e della necessità di aggregazione».
Hai citato il disco "E' arrivato un bastimento", che non ebbe molta fortuna. Non pensi, negli anni '80, di avere un po' sconcertato il tuo pubblico, con tanti dischi diversi, con continui cambiamenti stilistici?
«Sai cosa ti dico? Meno male. In uno dei dischi da me incisi negli anni '80, "Kaywanna" c'è uno dei pezzi più belli che ho mai fatto. Non so se lo conosci. Si chiama "Guarda là"».
La conosco, è uno dei tuoi pezzi che mi piacciono di più. Perché?
«In quel pezzo parlo dei rischi, dei pericoli dell'andare per mare. Se non vuoi rischiare, bene: non navigherai mai. Fare dischi che non vengono capiti è un rischio che fa parte dell'avventura. Spesso poi il pubblico non saprà mai di quei dischi perché i discografici credono di avere il gusto del pubblico, così a volte investono su un progetto. Poi scoprono che altre cose in cui non avevano creduto gli danno dei risultati. Comunque, non mi interessano né i gusti dei discografici, né quelli del pubblico. A me interessano i gusti miei. Lo dico anche se poi sembro cattivo...»
Quindi, sei tu quello che va per mare nella canzone "Sempre in viaggio sul mare".
«No, mi sono ispirato a Baricco e al suo "Novecento". E' un racconto che ha una sua forza, con un personaggio libero da remore nell'osservare i viaggiatori di prima e seconda classe. Io spero di essere riuscito a dargli quella forza».
Comunque in "Sbandato" c'è uno stile preciso ben definito.
«Diciamo che non ci sono episodi come "Dotti medici e sapienti", rossiniani, oppure come quelli di "Joe Sarnataro".
Beh, qualche eco del vecchio Joe si sente. Il suono del disco è molto rock-blues. Cosa hai ascoltato in questo periodo?
«Feeder, Massive Playground, Spirituality, Matchbox 20... Verve».
Hai detto "Verve" con un tono poco convinto.
«Ho detto "Verve" giusto per fare un nome che conoscessi anche tu».
Come sei cattivo, ne conosco addirittura la metà... Faresti qualche nome italiano?
«De Gregori è sempre molto raffinato ed elegante. Samuele Bersani non è male».
La traccia interattiva di "Sbandato" è molto bella: credo che aggiunga davvero qualcosa al disco invece di essere un ornamento, come spesso succede. Come è nata?
«Avevo con me questa cinepresa e riprendevo. Senza uno scopo particolare. Poi ho pensato che fosse divertente inserirla. Come hai detto tu, è il "dietro le quinte" del disco, documentato tra l'Irlanda e Napoli».
Già, Napoli?
«E' sempre un fermento. Una piattaforma ideale per fare musica».
So che non sei in ottimi rapporti con loro, ma tutti parlano di Almamegretta e 99 Posse...
«E allora è inutile che ne parli anch'io....»