Chiacchierata esclusiva con il più rock dei nostri cantautori, parlando di acqua, musica e tecnologia

Dopo 25 anni, Eugenio Finardi rimane un capitolo a parte del rock italiano. Personaggio difficile da inquadrare in una ‘tendenza’, ha incontrato vantaggi e svantaggi di tale condizione. In occasione dell’uscita del suo nuovo album ‘Accadueo’, abbiamo parlato con lui della dolce Italia, di radio libere veramente, di tecnologia sempre meno extraterrestre e, naturalmente, di musica ribelle.

Eugenio, dopo ‘La canzone dell’acqua’, anche ‘Accadueo’?
«Evidentemente è uno dei miei temi preferiti. Carboni e Fossati hanno il mare, io ho l’acqua e il volo come immagini e metafore. Comunque ‘Accadueo’ ha un significato diverso, di diluvio sul mondo».

Per questo l’hai scelta come singolo? Volevi mandare un messaggio?
«A dire la verità non scelgo io i singoli».

Gianna Nannini mi ha appena detto la stessa cosa. E’ una cosa difficile da concepire, il fatto che artisti sulla breccia da tanti anni non scelgano i pezzi che vengono diffusi dalle radio.
«Chi compone fatica a ‘centrare’ i singoli. In qualche caso lo si "cerca": fai un pezzo decidendo fin dall’inizio che arrivi alla gente. Più spesso, come è capitato a me in quest’album, l’autore ha l’impressione che più di un pezzo abbia le giuste caratteristiche. Quindi sono i discografici a fare una verifica con le radio. Tutta questa storia è un po’ stressante: quando io facevo radio, mettevo i pezzi che volevo. Adesso i dj non possono innamorarsi di un pezzo che non è il singolo. Tutto è molto più industriale».

E la radio libera veramente? «Ho creato un mostro... Le radio italiane hanno convinzioni strane. All’estero funziona il formato radiofonico soft-rock, ma ti fanno sentire gli ultimi 30 anni di quel genere, con tutti i brani degli album. In Italia senti due pezzi per ogni disco, e solo per gli ultimi sei mesi».

Come mai, secondo te?
«Per tutta una serie di paradossi, non ultimo il fatto che siamo un paese che tende a estremizzare. Anche nella musica: Sanremo e il Club Tenco... Siamo esagerati nel prendere posizioni, come nell’assorbire le mode. Questo porta a contrapposizioni radicali, oppure modelli buoni per tutti, come in tv. Non è incredibile che per due mesi abbiano trasmesso solamente calcio? Ma la pallacanestro, che so, la pallamano? Niente. Siamo una tribù, una specie di isola. Tanti campanili all’interno, ma proposte tutte uguali per non sbagliare. Così, per avere successo una radio deve essere generalista».

Avverto una nota di insofferenza. Che è successo alla "Dolce Italia" che cantavi anni fa?
«E’ ancora dolce, ma rischia di inaridirsi. Mi ha fatto molto pensare quello che è successo a Torino, con la donna extracomunitaria che il tassista non ha voluto portare in ospedale. Io ho l’impressione che il problema non sia tanto il razzismo, ma il fatto che il tassì si sarebbe sporcato di sangue. Una distanza dagli altri, quella che in una canzone ho chiamato "Paura di amare", un terrore dell’amore e di quello che implica. Perché non si fanno più figli? Perché sono carini e belli, ma gli devi cambiare il pannolino e sentirli piangere la notte».

Prima parlavi di televisione. Una delle tue nuove canzoni dice: "La tv la guardi o ci sei stato già?"
«La tv mi annoia, la guardo poco, e quasi sempre vedo personaggi che non si sa bene cosa facciano, oltre ad essere sempre lì. Si è famosi senza un motivo. E anche la gente non lo sa più. Quando qualcuno mi riconosce per strada, non mi dice: ‘Ho sentito la tua ultima canzone’, ma ‘Quando ti vediamo ancora in tv?’ Sulla Terra stiamo per diventare sei miliardi. A me, tre sembrano già tanti. Alla tv no, te li vuole portare in casa tutti».

Eppure da anni suoni davanti alla ‘folla’.
«Ma se devo essere sincero la folla mi sconcerta. Non amo i raduni oceanici per la musica, mi danno la stessa angoscia della tv, della massa informe, che non è più insieme di persone ma realmente una cosa ripresa dall’alto».

Ma ad esempio nei cortei, durante gli anni ’70, come ti ci trovavi?
«Sempre piuttosto defilato... »

In effetti di te come musicista si ha sempre l’impressione del lupo fuori del branco. "Lupo senza denari in mezzo a uomini distinti e mannari", come dice ‘Accadueo’.
«Già, l’outsider... Ogni volta che leggo un elenco dei cantautori, o dei cantanti rock, non mi ci ritrovo mai. E la cosa mi ha sempre un po’ ferito. Ne prendo atto e mi rendo conto che è un po’ colpa mia, probabilmente non ho voluto appartenenze, legami. Tutti gli altri cantanti italiani, se ci fai caso, sono espressione di una realtà ben precisa e ci si identificano. Ligabue con Correggio, Carboni con Bologna. Io non è che non mi ritrovi in Milano, ma Milano non è - anzi, non è più - una città che ti avvolge, dove ti senti parte di una tribù. Max Pezzali tuttora vede gli amici del suo bar...Io non ho mai avuto un bar».

Ma certi movimenti della Milano anni ‘70, il Lambro?
«Quello è stato il mio periodo di appartenenza. E la cosa non è stata favorevole. Di quella generazione, di quella gente che frequentavo, ora qualcuno è in India, qualcuno è morto, qualcuno è diventato un manager, qualcuno è in galera. Una generazione decimata. Il mondo ci si è rovesciato addosso: è quello che canto in ‘La strada’: siamo rimasti in due, una nazione di due persone».br>
Nella musica comunque hai parecchi amici.
«Sì, in questo disco non ho cercato duetti perché ne ho già fatti molti, ad esempio ai tempi di ‘La forza dell’amore’. Però è successo che è venuto Dalla a suonare il sax in un pezzo. Visto che mi trovavo a Bologna, lui che ne è sindaco è venuto a controllare la situazione... »

Come componi oggi? Negli anni ’80 avevi cambiato modo di comporre, spiazzando la critica ad esempio con ‘Amore diverso’, che è uno dei tuoi pezzi più belli.
«Ti ringrazio, è anche una delle mie preferite. L’avevo composta con un piccolo Casio-Tone. Sono molto influenzato dagli strumenti con cui lavoro. Ultimamente lo strumento che privilegio è il computer».

Davvero? Non si direbbe. Le canzoni di ‘Accadueo’ hanno un feeling molto diretto e semplice.
«Infatti. Il computer registra le idee, non esegue le canzoni, ma le assembla. Ho utilizzato l’hard disk recording, che permette di registrare l’idea come nasce, e già con una notevole qualità. Molte parti sono finite su disco così com’erano nella prima scrittura. Oppure le puoi tenere lì per mesi per poi farle sentire ai tuoi collaboratori in modo più chiaro, invece di affannarsi durante i tre giorni di sala concessi per ogni pezzo. Credo che si senta che ogni canzone ha avuto l’occasione di essere approfondita».
br> Quindi il computer ti permette maggiore naturalezza? A qualcuno sembrerà eresia.

«Forse non sanno che in sala d’incisione noi eravamo abituati ad eseguire il tutto di seguito in modo prestabilito, anche se quel giorno particolare non ne avevamo voglia o non eravamo in forma. Che so, il pianista doveva fare le sue parti tutte di seguito in due giorni. E magari la gente a casa pensava: "che feeling", e quello suonava controvoglia. Questo era il vero "artificio", non la tecnologia. Invece adesso conservi tutta l’energia e immediatezza iniziale».

Hai usato un campionamento dai Rolling Stones?
«Per comporre ‘La strada’ sì, ma non per eseguirla. E comunque preferisco i campionamenti di Puff Daddy alle clonazioni tipo Oasis. In realtà preferisco i Massive Attack a entrambi. ‘Mezzanine’ è uno dei miei dischi preferiti. Hanno utilizzato in modo molto intelligente la cultura del sample. Sai, nel nostro cervello la frase reiterata, il modulo che si ripete dà sicurezza, diventa come un simbolo che il nostro cervello dà per scontato. Prendi ‘Teardrop’ dei Massive Attack: dopo un minuto, la mente ha acquisito la ritmica ed è libera di andare dove gli pare, sapendo, come con l’armonia, che si tornerà a quell’accordo. E quello che non è campione rimane come centro dell’interesse. Con la batteria suonata per tutto il pezzo hai un altro tipo di effetto, e tu puoi scegliere. In ‘Costantinopoli’ ci sono due batterie. E’ stata un’idea suggeritami da Vinnie Colaiuta. Una è suonata da lui, l’altra un sample. Si sente la differenza a livello subliminale».

A proposito, ‘Costantinopoli’ ha un ponte che sembra perfetto per una medley con ‘Musica ribelle’. Nonostante siano passati anni...
«Una delle cose di cui sono più contento è di aver inventato uno stile, un modo di fare rock che è mio e non era la traduzione di un rock straniero. ‘Musica ribelle’, ‘Extraterrestre’, ‘Costantinopoli’. Sì, direi che quello è il mio sound».

C’è stato un momento in cui ‘Musica ribelle’ ti ha dato sui nervi?
«E’ capitato, ma ‘Musica Ribelle’ mi identifica presso una piccola parte del pubblico. Per la maggior parte io sono quello di ‘Extraterrestre’, che è stata, in certi momenti, un po’ un incubo. Già quando la incisi, mi dissero: "Ma non è come ‘Musica ribelle"... ».

Molti anni fa sei andato a Sanremo. Lo rifaresti?
«Non ne ho un bel ricordo, ed ero in un gran brutto periodo. Detto francamente, mi fu velatamente imposto. Spero di non ritrovarmici più».

Cosa pensi di rappresentare per chi ha 15 anni oggi?
«Non penso che ci si possa più rivolgere a un pubblico: i 15enni, i 20enni. Mi viene da ridere pensando agli Afterhours, che cantano: ‘Sui giovani di oggi ci scatarro su!’ Mi accorgo invece di quello che succede ai loro idoli: Jovanotti o Carboni, superata la trentina, diventano intimisti. Tutte cose che mi fanno pensare: "Questa storia l’ho già vista succedere"... Loro si sono calmati, e allora si presenta un’altra generazione che parla la stessa lingua dei ragazzi: i Subsonica o i Prozac + di ‘Acidoacida’. Quello che ha il feeling maggiore con i giovani è Pino Daniele. Ma ho sentito dire che è innamorato di una ragazza di vent’anni, quindi forse dipende da quello... »

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