Un tributo intitolato "The different you - le canzoni di Robert Wyatt", organizzato dal CPI nelle persone di Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo. Una buona occasione - il Salone della Musica - per parlarne insieme ai diretti interessati. La modestia di Wyatt, la sua capacità di vivere la dimensione artistica anche nelle cose più semplici, hanno come contraltare l’entusiasmo e l’emozione dei due componenti dei CSI, che hanno saputo mettere insieme circa una quarantina di artisti per questo importante tributo, che vuole offrire, oltre che un gesto d’affetto, anche una possibilità in più per entrare nel mondo del grande e spesso misconosciuto musicista inglese. Iniziamo a parlare con Robert Wyatt....Per prima cosa vorrei chiederti a chi è venuta l’idea del tributo e qual è stata la tua reazione al riguardo...
Naturalmente sono molto contento di questo disco, anche perché non sono stato certo io a suggerirlo. Diciamo anzi che in un certo senso è stato fatto senza di me. Lo hanno fatto con la mia musica, e ci hanno lavorato veramente sodo. Sono iniziative che andrebbero incoraggiate...(risate). La cosa bella di questa raccolta è che mi ha fatto sentire meno solo. Io conduco una vita molto isolata, per motivi pratici, e questa raccolta mi ha fatto sentire ‘in circolo’ tra i musicisti più di quanto pensassi. Mi è piaciuta anche l’idea che alcuni brani nel tributo fossero delle cover di brani non miei, perché io non mi considero soltanto un autore ma anche un interprete, e mi piace ripresentare dei musicisti che adoro in altri contesti, come Charlie Haden o Thelonious Monk. Così si è creato un ricircolo continuo tra musicisti e culture differenti. Un’altra cosa che mi ha colpito è stato avere incontrato i CSI qui a Torino lo scorso anno e averli sentiti dire: "fra un anno qui ci sarà il tuo tributo". E l’hanno fatto davvero! Non ci riesco a credere, io non sarei mai riuscito a rispettare una scadenza del genere
Ti ha sorpreso il fatto di essere ‘in circolo’, come dici tu, tra gli altri musicisti?
Assolutamente. Molte volte mi sembra di essere un fantasma, proveniente da un’altra era e da un altro pianeta. Il fantasma non si aspetta di essere visto, crede di essere invisibile. Può vedere ma non può essere visto. Così, quando la gente vede il fantasma per lui è una sorpresa.
Quanto questo tuo modo di vivere in isolamento ha influenzato il modo di lavorare e di scrivere musica?
Non lo so, credo che originariamente io ho sempre lavorato in solitudine. Come compositore, mi è sempre piaciuto sviluppare le mie idee, e poi magari chiamare qualcuno a collaborare, anche diversi musicisti con non necessariamente devono conoscersi o frequentarsi. Ho bisogno della stessa solitudine di cui ha bisogno un pittore o uno scrittore, è il mio modo per rimuovere il caos e rigenerarmi, e poi creare la giusta atmosfera. La collaborazione su questo disco, per come la vedo io, si è avuta grazie al fatto che i musicisti coinvolti hanno preso dalle mie canzoni ciò che poteva sembrargli utile, lavorandoci ognuno con il suo stile. Tutti sono comunque riusciti a rispettare il significato originario delle composizioni; devo dire che poi una cosa che mi ha affascinato è stato sentire le mie canzoni interpretate da donne, perché se è vero che come animale sono fortemente maschile, come artista sono ermafrodita. E per una sorta di ironia i paraplegici come me sono una sorta di castrati e hanno un modo di cantare specifico. E’ come se fosse un terzo sesso. Credo che il pezzo cantato da Ginevra (Di Marco) e Cristina (Donà), "Maryan", sia quello che più mi ha emozionato di tutta la raccolta. Credo che sia il brano più bello di "Shleep", ma in questo modo acquista un’altra dimensione, parte per un nuovo viaggio e viene rimesso in circolo da altri musicisti. Pensare che ho lavorato a quel disco due anni e che adesso posso continuare ad ascoltarne delle parti grazie al lavoro svolto da altri musicisti è una cosa veramente emozionante.
Il tributo a Wyatt non è comunque l’unica cosa che ti riguarda, perché nel frattempo stanno ripubblicando molti dei tuoi dischi, e "Shleep" sembra averti riportato al centro dell’attenzione...
Sì, è vero, è stato sorprendente, perché proprio quando usciva "Shleep" c’erano molti altri dischi importanti in uscita. Per cui sono stato contento quando ho visto che, nonostante tutto, quell’album riusciva a ritagliarsi un suo spazio e ad essere citato sui giornali specializzati...
Cosa pensi che avesse di particolare "Shleep", per essere riuscito ad ottenere un tale risultato?
Non lo so. Parte dell’idea subliminale del rock sta nel fatto che la musica da ballo o energica servano soltanto a celebrare la giovinezza. Di fatto molti musicisti che trascorrono la vita scrivendo canzoni devono prima o poi adeguarsi all’idea di iniziare a scrivere materiale che riesca ad andare oltre ogni tipo di barriera d’età. Superare l’apartheid della gioventù...(risate)
Nick Cave una volta ha detto :«la cosa bella di diventare vecchi è che non sei più costretto a frequentare i giovani»....
(risate)...bè, penso che sia giusto per ogni generazione avere i propri codici di comunicazione, il proprio taglio di capelli e le proprie canzoni. Ogni generazione ha i propri punti di riferimento segreti, di cui deve essere gelosa. In ogni generazione c’è una cerimonia di iniziazione, che tiene rigorosamente al di fuori quelli che non vi appartengono, e questo può avvenire anche soltanto ascoltando un disco. Quando ascolti "Del Mondo" cantata dai CSI e poi nella mia versione, di fatto la ascolti prima cantata da un uomo forte e giovane, e poi da un uomo vecchio e stanco...(risate)
Ma la tua versione però sembra possedere una leggerezza e una dolcezza che l’originale evidenzia meno
Tutto quello che ho fatto nella canzone, l’ho preso dalle emozioni che mi ha suscitato. Non ho avuto nessuna idea in particolare sul brano, se non quella di cambiare l’ordine delle parole, ma tutto quello che è confluito nel risultato è stato come un distillato della versione originale. Mi piace il fatto che la musica giri come una ruota, e che una cosa ne crei immediatamente un’altra. L’atmosfera è diversa a seconda di quale dimensione vivi: il fare parte di un gruppo rock ti porta ad avere altre esigenze.
Perché hai scelto di suonare "Del Mondo"?
Perché è l’unica che ho ascoltato e che mi ha dato subito l’esatta idea di come avrei potuto suonarla sulla mia tastiera....(con la bocca canta la sequenza di note)....e così è nato tutto da quell’arrangiamento immediato.
Ti piacerebbe fare altre cose con i musicisti del tributo?
Posso dire di averci già collaborato, nel senso in cui ti dicevo prima. Per il futuro certo che mi piacerebbe, ma ho imparato a non prendere impegni prima del momento giusto per prenderli. So per certo che quando tornerò a lavorare ad un disco avrò le mie idee e i miei tempi. Mi piacerà poi che dei musicisti ci mettano il loro contributo, ma bisogna vedere come e quando succederà. La tecnologia ci aiuta, adesso, non c’è più bisogno di stare nella stessa stanza per molto tempo. Non che quello non sia un buon metodo per lavorare, intendiamoci: soltanto non lo è per me, perché fisicamente non posso sostenerlo. Così mi faccio aiutare dalla tecnologia. Per ora non ho progetti comunque, visto che per gran parte la mia vita non è fatta soltanto di musica, ma anche di molte questioni pratiche da risolvere. Di fatto riesco a comporre soltanto in momenti di calma.
Su questo tributo Jovanotti interpreta "Yolanda", un classico cubano di Pablo Milanes da te rifatto in passato. Cosa ti lega a una terra così lontana?
Il modo in cui l’hanno rifatta riporta a una connessione molto stretta con l’Inghilterra, perché la loro versione è molto "dub/Bob Marley", e la cultura giamaicana, oltre a essere molto vicina a Cuba, è anche molto sentita in Gran Bretagna. La differenza forte è quella che vede questo pezzo cantato in spagnolo, e la musica non cantata in inglese mi ha sempre affascinato: mi piaceva l’idea di cantare canzoni provenienti da un pezzo di mondo che subiva dei continui conflitti sociali e viveva in una situazione di povertà indotta. E dove questo succedeva più che a Cuba? Per certi versi quello cubano è più uno stato psicologico che reale. E poi a Cuba c’è parte della migliore musica del mondo, motivo per cui mi è capitato in passato di cantare anche "Guantanamera" o "Hasta siempre Comandante". E’ musica dai forti connotati sociali che mi affascina.
C’è qualche canzone non tua che ti piacerebbe cantare sul prossimo disco? Forse sì, ma non ne parlo perché sono superstizioso. Una volta Warren Beatty ha detto che esistono due tipi di film: quelli di cui parli prima di farli e quelli che fai, e non è mai lo stesso film. La musica per ora è lontana, visto che sto trascorrendo molto tempo a guardare le stelle: di fatto sto studiando astronomia e trascorro le notti con il cannocchiale a guardare il cielo. Sai che è bellissimo?
Dopo Wyatt, arriva l’incontro con Magnelli e Maroccolo: è notte fonda dopo una giornata carica di impegni e si approfitta dell’ora tarda per fare il punto della situazione. I due non nascondono la legittima soddisfazione per il risultato di un anno di lavoro e ricordano con piacere degli aneddoti relativi a Wyatt, prima di crollare dal sonno....(sono le due e mezza del mattino!)
Come è nata l’idea di questo tributo? Magnelli: abbiamo conosciuto Wyatt l’anno scorso al Salone della Musica di Torino, e sono bastati tre minuti per fare scattare la molla giusta. Abbiamo pensato che volevamo dedicare un pensiero alla sua musica. Così abbiamo iniziato a sentirci per telefono. Wyatt è un persona estremamente positiva , e la sua positività ha contagiato tutti i musicisti coinvolti nel progetto. Ancora oggi mi ha chiamato Marco Parente per ringraziarci ancora del lavoro fatto insieme. Wyatt è un personaggio incredibile per la musica, e se riuscisse ad entrare nei canali giusti potrebbe far capire molte cose a tutti gli appassionati. Lui è molto schivo, e si vergogna anche solo ad essere al centro dell’attenzione, ma è un personaggio che vale veramente la pena di scoprire.
Da dove arriva il vostro amore per Wyatt?
Magnelli: Be’ ancora ai tempi dei Litfiba, quando con Gianni passavamo le notti ad ascoltare due dischi, "The Joshua Tree" degli U2 e "Old Rottenhat" di Robert Wyatt. In macchina, nella Ami-topo di Gianni, per un periodo si ascoltava solo questo. Così, dopo averlo conosciuto ho iniziato ad ascoltare di nuovo tutte le sue cose. All’inizio l’idea era quella di organizzare un concerto, visto che lui non suona più proprio perché ha paura. L’idea del concerto poi è stata abbandonata, ma ha preso corpo quella del disco. La cosa più bella comunque, al di là di Robert, è stato il coinvolgimento di tutti gli artisti che hanno partecipato al progetto. Sono nate amicizie, nuove collaborazioni, anche soltanto voglia di trascorrere del tempo insieme. Si è instaurata una grande amicizia tra tutti.
Wyatt ha detto che non credeva che l’avreste davvero fatto in un anno...
Magnelli: all’inizio forse non ci credevano neanche noi, ma poi in realtà le cose sono andate avanti spedite. Anche i nomi storici, perfezionisti come Area e Mauro Pagani, hanno comunque consegnato i loro pezzi in tempo.
Maroccolo: credo che in parte sia dipeso anche dal fatto che ormai i CSI e il CPI sono due ‘marchi’ di cui i musicisti si fidano. Normalmente quando organizzi un tributo devi spiegare le finalità esatte, garantire che non tradirai lo spirito delle canzoni originali, e ciò nonostante puoi comunque creare invidie, discordie, ecc. In questo caso non è successo niente di tutto questo, perché il CPI ha garantito della bontà del progetto. Le adesioni sono arrivate molto presto, forse anche perché nella memoria dei musicisti c’era un lavoro come "Materiale Resistente", che era partito come un progetto in sordina e poi si è trasformato in qualcosa di molto importante.
Come presentereste Wyatt a quei ragazzi che non lo conoscono?
Magnelli: A guardare il film "The little red Robin Hood", dedicato a Robert, mi è venuto in mente il film "Bird", dedicato a Charlie Parker. Un film, cioè, che abbia come protagonista l’amore per la musica. Ecco, quello che vorrei dire ai ragazzi è di guardare il film, e lasciarsi entrare dentro quei 50 minuti di musica e di immagini.
Maroccolo: i dischi di Wyatt sono come i bei libri. Ti inchiodano all’ascolto e ti chiedono di non fare altro. Sono i momenti migliori, quelli in cui riesci ad entrare in una dimensione e assaporarla completamente. Perché poi arriva la passione. L’importante è avere la pazienza di leggere la prima pagina, di iniziare. E questo è ciò a cui può servire un tributo come questo.
Se doveste scegliere un’immagine che in qualche modo simboleggi questo anno di lavoro, cosa vi viene in mente? Maroccolo: il giorno in cui abbiamo ascoltato per la prima volta "Del mondo" cantata da lui. Dopo un mese che lavoravamo al disco, ho pensato di chiedere qualcosa a lui, un contributo all’album: mi ha risposto che ci avrebbe pensato, e dopo un po’ di tempo ci ha chiamato per dirci «Se posso vorrei cantare "Del mondo", però in italiano»... figurati noi! Dopo un mese ci ha telefonato in studio e ci ha detto: «domani alle 4 vi faccio ascoltare il demo per telefono». Così il giorno dopo eravamo tutti in studio, accanto al viva voce, pronti ad ascoltare la sua versione: per dei calcoli fatti male sul fuso orario alla fine siamo stati due ore ad aspettare che il telefono squillasse, e chiunque chiamava lo liquidavamo in pochi secondi. Lui ha chiamato anche un po’ in ritardo perché stava ascoltando - così ci ha spiegato dopo - un disco di Leonard Cohen, e non poteva interrompersi prima della fine delll’album. Ci ha detto di scusarlo per l’italiano, ed è partito con il demo... non me lo dimenticherò mai.
Magnelli: per me è stata la scoperta di Max Gazzè. Credo che sia un personaggio straordinario, originale, un grande musicista, molto preparato e dalla sensibilità straordinaria. Mi ha colpito il suo modo di scrivere le melodie e di cantarle con delle scansioni e delle metriche tutte sue. Max non è riconducibile facilmente a dei modelli, è una sorta di reincarnazione di Battiato agli esordi della sua carriera, quando ci faceva impazzire con tutte le innovazioni che portava.