A colloquio con Charlotte, la controversa batterista del gruppo e il motore pulsante del nuovo album 'Nu-clear sounds'

Immaginate cosa sarebbe successo se i Police, dopo il grande successo del primo disco, avessero annunciato l’ingresso a pieno titolo nel loro gruppo di una donna, e con compiti tutt’altro che defilati. Se vogliamo, è quello che è successo ai promettenti Ash, nei quali Charlotte Hatherley è entrata dopo il successo di "1977". Il suo peso nel nuovo disco della giovanissima band nordirlandese è stato assai importante. L’abbiamo incontrata e gliene abbiamo chiesto conto...

Charlotte è carina per quanto consentitole dal risveglio avvenuto venti minuti fa, e da un raffreddore piuttosto potente.
«L’ho preso in Svezia. Mi sono svegliata e c’era il sole. Così mi sono vestita leggera, ma lassù il sole tramonta poco dopo mezzogiorno! Un freddo... »

Ovviamente la prima domanda è: come ti trovi in questo gruppo di ragazzacci?
«Non ho avuto particolari problemi. Una ragazza che suona si abitua presto ad avere un sacco di uomini attorno, dai tecnici ai manager...Siamo diventati amici facilmente. Suonavo in una band di Londra. Ho saputo che loro cercavano un chitarrista perché in tre facevano fatica. E così eccomi qui».

Molto semplice. E dei Nightnurse, la tua vecchia band, che ne è successo?
«Non ne so molto. Un uomo mi ha sostituita. In compenso sembra che ora siano senza batterista».

E’ vero che alcune fans degli Ash ti hanno dedicato un sito internet che si chiama "Noi odiamo Charlotte"?
«Sì, ci sono grandi dibattiti. Tra l’altro c’è anche il fatto che sono di Londra... Una dice che mi ucciderà. Come fai a prendere sul serio cose simili... Mi pare di aver capito che si pensa che vado a letto con tutti e tre. Questo è molto eloquente su quanto abbia attecchito tutta l’idea del girl power non ha attecchito molto».

Le critiche al disco arrivate dall’Inghilterra dicono che il tuo contributo al disco è molto forte. E’ così?
«Siamo andati in una fattoria a scrivere canzoni. Non ce n’era neanche una pronta, ne abbiamo scritte venti. Ho dato loro una mano. Cough! (tossisce) Non mi è stato molto facile, all’inizio, adattarmi a come suonano, e soprattutto come scrivono canzoni, perché avevano il loro sistema. Molto diverso da quello della mia vecchia band, nella quale ero abituata a scrivere canzoni - sai, è tutta un’altra cosa rispetto a quando arrivi in un gruppo che ha già fatto un disco e ha ottenuto certi consensi».

Cosa ti aspetti da questo disco?
«Che ci prendano sul serio. Gli Ash non sono più tre ragazzini che quando non bevono suonano e quando non suonano bevono. Non che prima non fossero bravi, specie pensando a un disco inciso da un gruppo giovanissimo. Ma rischiavano di confondersi con le teenage bands. Abbiamo cercato di sviluppare una forte identità del gruppo e raggiungere un pubblico che ci interessa più dei teenagers».

Il New Musical Express ha lanciato un allarme, scrivendo: la British Music sta andando in fumo.
«Ah, sì. Ogni tanto gridano allo sfacelo, ogni tanto al miracolo... forse stanno preparando qualcosa. Insomma, mi guardo in giro e vedo Blur, Radiohead, Pulp, Idlewild, Gomez. Questa gente sta facendo bei dischi».

Il concerto per la pace a Belfast ha fatto parlare molto di voi.
«Sì, non è che fossimo mai stati coinvolti in cose politiche prima... Però ci hanno proposto questa cosa importantissima per la "yes campaign" e all’improvviso ci siamo trovati ad appassionarci a questa cosa. E per me era molto strano perché sono di Londra. Ho visto attorno a me questa carica emotiva che ha reso il concerto una cosa grandiosa. E mi ha aiutato a superare il balzo dal suonare per venti persone a ventimila. Pazzesco. Ti può innervosire tantissimo. Cough! Per fortuna anche gli U2 hanno ammesso che erano emozionati, quella sera».

La politica sta tornando nel rock?
«Beh, se guardo ai Manic Street Preachers in testa alla classifica con canzoni sulla guerra civile spagnola, e penso ai Cranberries, direi di sì. Il che è un bene. Noi non abbiamo mai scritto canzoni politiche e non abbiamo fatto dichiarazioni durante il concerto di Belfast. Non volevamo farlo solo perché la situazione sembrava richiederlo. Sai, poi magari c’è gente che fa questo tipo di cose a un concerto politico e poi va a casa in limousine perché in fondo non gliene frega niente ma sa quello che ci si aspetta da loro. Noi abbiamo suonato, ed eravamo lì. Un messaggio positivo».

Che significa il titolo dell’album, "Nu-clear sounds"?
«Che eravamo disperati! Ci trovavamo col disco quasi pronto e nessun titolo. Un giorno in una lavanderia abbiamo visto che promettevano di lavare i capi fino a renderli nuovi, e completamente puliti. Nu-clear, era il loro slogan. Siamo rimasti ammirati, e così abbiamo aggiunto "sounds" ».

Suoni che non sembrano inseguire la modernità a tutti i costi.
«Ci abbiamo messo un po’ di scratching. Ma quel che ci interessa è suonare dal vivo, e quindi okay, perché avere una drum machine quando puoi avere un batterista? Ecco, al massimo ci è piaciuto giocare con qualche esperimento sul suono delle chitarre, abbiamo svariato molto».

Il risultato è un disco ad alto volume.
«E’ vero: il nostro atteggiamento è quello che si può sentire nel singolo "Jesus says", hai presente? L’immagine del gruppo è più rock’n’roll di prima, è una richiesta di essere presi sul serio. Ma davvero non credo che siamo una political band. Siamo...rock’n’roll».

Con quali dischi sei cresciuta, e quali ascolti ora?

«David Bowie, PJ Harvey, Pixies, Nirvana. Mi piacerebbe conoscere PJ Harvey e magari lavorare con lei. Un disco che mi piace in questo periodo è quello dei Bran Van 3000. Non mi piace invece l’ultimo di Bowie. E quello dei Theaudience. E’ terribile: loro sono molto di moda in Inghilterra. Ma fanno davvero schifo».

Non ti piacciono le boybands britanniche?
«Non so, devo confessare che da piccola mi piacevano tanto i Bros e i New Kids On The Block, che hanno preceduto i Take That. In fondo non c’è nulla di male. Okay, sono bands terribili, ma sono divertenti. Una ragazzina trova divertente vedere quei bei ragazzi che ballano e cantano».

Eravate già stati in Italia, per il concerto di Imola. Cosa ve ne è parso?
«Incredibile. E poi abbiamo conosciuto Vasco! Che giornata, tutti che gridavano "Vasco, Vasco" e noi: "E chi è?" Musicalmente non mi fa impazzire, però è un gran personaggio».

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