Lontana dalle scene per quasi quattro anni, Joni Mitchell, la signora del canyon, è tornata tra noi con un album che la ripropone in forma scintillante. "Taming the tiger" parla al cuore dei fans di Joni, forse anche perché fa seguito ad un periodo di profondo scoramento per l’artista canadese. Adesso le nuvole sembrano essere passate, ed è così che Joni può guardare indietro al tempo trascorso e ripercorrerne, in questa intervista, i momenti più salienti.
Tempo fa giravano voci su un tuo possibile ritiro dalle scene. Erano vere?Sì, e mi ricordo perfettamente in che periodo succedeva. Partecipai ad un radioshow al Gene Autry Western Museum di Los Angeles, e andò a meraviglia. La gente era splendida, veramente una bella esperienza. Però avevo dovuto combattere con le mie chitarre. Avevo una quantità impressionante di chitarre acustiche da utilizzare durante il concerto, e ho passato gran parte dello show ad accordarle. Ho combattuto adottando questo modo di usare lo strumento che alla fine ne distruggeva l’impugnatura. Per cui le mie chitarre erano sempre a riparare. Quello è stato il primo seme della futura frustrazione. Inoltre vivevo anche in un periodo, per la verità durato circa vent’anni, in cui mi sentivo enormemente sottovalutata al punto da non riuscire più ad interessare il mercato con la mia musica. Inoltre la stampa cercava di montarmi contro ogni nuova artista che veniva alla ribalta, bollandola come ‘la nuova Joni Mitchell’, cosa che avrei potuto apprezzare se fossi morta, ma non nel momento in cui sono ancora viva e, per giunta, faccio dischi.
Avevi altri obiettivi, in quel momento?
Sono sempre stata una pittrice...sempre. Ho flirtato con la musica, me ne sono innamorata, me ne sono disamorata. Ma ho sempre dato per scontato che avrei fatto la pittrice, perché è quella la mia vera vocazione. Ancora oggi è così. E ho sempre scritto poesie o, in ogni caso, avuto il dono di creare delle rime. Quando mio padre si stabilì alla base aerea di Fort McLoud, in Alberta, avevamo conosciuto una donna di nome Mrs. Crow che parlava ‘cockney’. Mi insegnò a dire le poesie sin da piccola, non sapevo ancora quasi parlare eppure avevo imparato a memoria delle poesie lunghissime.
Cosa ti ha fatto tornare alla musica?
Ho deciso di esibirmi al New Orlans Jazz Festival e pensavo che sarebbe potuto essere il mio canto del cigno. Ma, proprio prima di esibirmi, un amico mi ha chiamato per dirmi che la Roland aveva inventato uno strumento chiamato VG8, dotato di una memoria che mi avrebbe permesso di programmare digitalmente le mie accordature, così da quel momento avrei avuto da fronteggiare soltanto i problemi di una comune chitarra invece di tutte le complicazioni in cui mi ero cacciata. Sono andata a vedere una dimostrazione e loro hanno iniziato a spiegarmi tutto. Li ho interrotti subito dicendo, "Non voglio sapere come funziona, lo imparerò dopo. Adesso fatemi vedere come posso distillare il mio suono». E il suono che ho ascoltato mi ha fatto venire i brividi. Allora ho detto: «Ok, lo userò al festival il prossimo fine settimana», e loro «non puoi, prima devi fare un po’ di pratica. Ci vuole tempo per utilizzarlo con padronanza». «Questo è il mio ultimo concerto», ho risposto, «e voglio chiudere con un botto!».
E poi cos’è successo?
Quando ho suonato a New Orleans il mio è stato il concerto più affollato da tempo immemore. Ho capito che per me c’era ancora un pubblico, e in più il VG8 mi aveva restituito l’entusiasmo per lo strumento. Ho ricominciato ad andare in giro a suonare e a scrivere musica.
Di cosa parlavano quelle canzoni?
Be’, per un lungo periodo tutto ciò che mi veniva in mente riguardava il mio odio nei confronti del music business. È difficile spiegare da dove provenisse dal punto di vista psicologico, ma poi ho fatto un sogno che mi ha chiarito le idee. È stato magnifico. Ero su un autobus, e dovevo scendere in una zona che conoscevo, a Saskatchewan, sulle alture. Era l’inizio della primavera, ma c’era ancora un po’ di neve per terra e io scendevo dalla corriera con ai piedi soltanto delle calze di nylon. Ho iniziato a camminare nel fango, fino a quando ho visto un uccello appoggiato su un ramo e qualcosa mi ha suggerito di guardare nella sua gola. Io l’ho guardato e ho pensato «A cosa serve? L’uccello sono io». Mi sono girata ma il bus era sparito e all’improvviso sono arrivati dei serpenti, e avevano forme strane, come se avessero inghiottito LP, CD o cassette, a seconda della loro dimensione. Ho chiuso gli occhi e quando li ho aperti avevo di fronte a me un discografico, che mi puntava il dito addosso con un’espressione che diceva «sei mia, dipendi da me». Poi mentre si avvicinava mi sono svegliata urlando.
Qual era il significato del sogno?
Il mio subconscio aveva parlato. Non c’erano più motivi per rimanere nello show business. Qualsiasi cosa di buono ci fosse, l’avevo già ricevuta. Ma non volevo scrivere canzoni sul mio odio per il music business. Non avevo intenzione di agire da vittima.