Un tranquillo gentiluomo di campagna...con cui parlare di Internet!

Ian Anderson, voce, chitarra e flauto ribelle dei Jethro Tull, è veramente il classico gentiluomo di campagna inglese. Dotato di un’ironia compassata e capace di sortire effetti esilaranti, è anche un attento organizzatore e timoniere della lunga vita dei suoi Jethro Tull, che alla veneranda età di oltre cinquant’anni si ritrovano sul web con un sito che per puntualità, informazione e simpatia dà dei punti a quelli di molti più giovani e titolati fenomeni da classifica. “Dot com” – l’ennesimo capitolo della saga Tull – è arrivato nei negozi proprio in questi giorni, riproponendo quasi immutata una formula che ormai è considerata un marchio di fabbrica, e con Anderson si può fare il punto di una storia che va avanti ormai da trent’anni, sempre al grido di “Too old to rock’n’roll, too young to die”…

Ho appena finito di dare un’occhiata al vostro sito: complimenti, è molto curato…
Grazie…

…molto aggiornato, con i tuoi commenti e le informazioni per i fans…
Sì, anche se nelle prossime settimane potrebbe essere utile a molti giornalisti, anche italiani, visto che stiamo per inserire le traduzioni in tedesco, spagnolo e italiano del press-kit. Così i giornalisti potranno scaricarsi la nostra bio e le domande più frequenti fatte al gruppo (con relative risposte) direttamente in italiano. Questo per permettere un lavoro ottimale anche a quanti non siano in confidenza con l’inglese.

E’ un utilizzo molto intelligente del sito…
Vediamo internet come una possibilità, e il nostro sito come un servizio. Crediamo che sia giunto il momento di avvalerci appieno anche di questa tecnologia, visto che da ricerche effettuate sul web abbiamo scoperto che molti nostri fans navigano abitualmente. Ci sono centinaia di siti non ufficiali che ci riguardano, e così quando abbiamo deciso di farne uno ufficiale ci siamo trovati a dover produrre qualcosa di più personale, che gli altri non fossero in grado di produrre. E così ecco l’idea di tenere un diario e di dare informazioni su di noi, sulle domande fatte più spesso: anche per non dover rispondere sempre alle stesse! Comunque mi piace molto rispondere alle domande del pubblico…

E’ un modo molto moderno di lavorare, per una band che ha trent’anni di carriera alle spalle… Credo che Page&Plant o altre band degli anni ’70 non abbiano un’idea così precisa delle potenzialità del web.
Probabilmente la maggior parte di loro non ha interesse, voglia o semplicemente le capacità tecniche per poterlo fare. Per quanto ci riguarda il nostro tastierista è il webmaster del sito e ci ha insegnato le cose fondamentali. Lui si occupa del lay-out, noi forniamo il materiale pronto per essere messo in linea…alla fine non è altro che un mezzo di comunicazione come un altro, che necessita però di aggiornamenti frequenti per non correre il rischio di stancare. Così a poco a poco nelle ultime settimane abbiamo inserito informazioni sul nuovo album, poi i testi, l’immagine di copertina e tutte cose che potessero in qualche modo saziare l’attesa dei fans per il disco.

A proposito, negli Stati Uniti la vostra copertina – su cui è raffigurata una statuetta con i genitali in evidenza – è stata censurata, come capita a gruppi molto più ‘cattivi’ di voi…cos’è successo?
Credo che negli Stati Uniti abbiano dei problemi con il pene… visto che in Europa nessuno ci ha fatto storie. Dopotutto si tratta di una statuetta, che ha un valore artistico e niente affatto erotico. Sono rimasto molto sorpreso quando la nostra casa discografica ci ha chiamato per dircelo. Da parte loro hanno elaborato una nuova versione della copertina togliendo il pene e poi me l‘hanno mandata: il problema è che hanno lasciato i peli del pube per cui quando l’ho vista mi sembrava una vagina… Così alla fine è stato deciso di metterci sopra una bella stella rossa! D’altra parte non ho alcuna intenzione di prendere le copertine una ad una e disegnarci sopra dei boxer di Calvin Klein solo per fargli un favore. Bisognerebbe avvisare anche Michelangelo di fare altrettanto con le sue opere…in modo tale che gli americani non rimangano turbati vedendo la Cappella Sistina. Sono mentalità diverse, e probabilmente la versione con la stella diventerà un pezzo da collezione qui in Europa così come quella ‘integrale’ lo sarà negli States…

Come sono andati i vostri concerti estivi in Italia?
Bene, come ovunque, se non fosse per il fatto che in Italia ai nostri concerti si verifica un fenomeno unico, risalente ai tempi del punk, vale a dire il pogo. E’ una cosa che poteva avere un senso ai concerti dei Sex Pistols all’inizio degli anni ’80, ma adesso è veramente antisociale e infastidisce il pubblico. E’ successo a Pescara, dove molta gente è andata via per non essere colpita da questo gruppo di 10 giovani che probabilmente erano convinti di essere ad una partita di calcio o a un concerto di rock alternativo. Spero di non vedere più una cosa del genere, ma purtroppo in Italia mi è già successo diverse volte. A parte questo il pubblico è splendido, c’è una grande mescolanza di età che va dai teenagers fino ai nostri coetanei, suonare all’aperto d’estate ti mette di fronte a gente molto diversa, è molto divertente.

Pensando a come è cambiato il vostro pubblico in questi anni, dove vi sembra di avere ancora la stessa gente di vent’anni fa e dove, invece, vi trovate maggiormente a contatto con dei giovani, curiosi di ascoltare e conoscere i Jethro Tull?
Una parte di quanti venivano ai nostri concerti vent’anni fa oggi – naturalmente – non viene più, perché hanno dei figli, hanno delle macchine e delle famiglie da mantenere, per cui non spendono più soldi per concerti rock oppure per acquistare dischi, hanno altri impegni. Forse adesso comprano Celine Dion o altre schifezze del genere, comunque ciò che è certo è che non vanno più ai concerti dei Jethro Tull. D’altra parte abbiamo nuovi fans che potrebbero essere i loro figli, che vengono ai nostri concerti per ascoltare rock’n’roll e tradizione. Senza falsa modesta posso dire che noi ci sentiamo una parte della storia del rock e del pop e così credo che molti giovani fans vengano da noi con lo stesso spirito con cui io da giovane andavo a vedere Muddy Waters, uno più vecchio di mio padre. Così credo che non sia del tutto inusuale che dei giovani provino voglia di ascoltare un nostro concerto, o quello dei Deep Purple, o altri gruppi degli anni ’60 e ’70. Ma questa è solo una parte del pubblico, perché la composizione è molto varia e a volte sorprende anche noi. Una cosa che ho notato ovunque è che molto del nostro pubblico viene in coppia, con fidanzato/a o moglie/marito: è come una simpatica festa, alla quale porti chi hai di più caro.

Nel 1972 avevate intitolato un vostro album “Living in the past”: nel 1999 uscite con “Dot com”. Cosa significa, che vivete nel futuro più oggi che allora o, come dice Picasso, “ci vuole molto tempo per diventare bambini”?
Probabilmente Picasso aveva ragione, anche perché non essendo stato un grande pittore ai suoi esordi non poteva che migliorare…! Non sono un grande fan di Picasso, credo che fosse dotato di una tecnica media e non sia stato un grande pittore. La sua ultima fase è addirittura bambinesca, eppure ha prodotto quadri il cui valore andava ben oltre ogni tipo di critica. Credo che l’analogia che ci possa essere tra lui e i Jethro Tull sia che anche la nostra musica può essere divisa in periodi, a seconda di quale era il nostro interesse del momento; proprio come ha fatto Picasso. Inoltre, lui aveva altri interessi artistici come la ceramica, il disegno e altre cose, allo stesso modo in cui noi o David Bowie ci dedichiamo ad altro. Però, a differenza di Picasso, io amo cambiare periodi portandomi sempre dietro qualcosa dalle precedenti esperienze e influenze, da sposare con quello che sto per fare. E’ per quello che le mie influenze musicali sono rimaste fondamentalmente le stesse di quando avevo vent’anni, e cioè musica folk, classica, world, jazz, blues, rock. Non sono molto interessato nella tecnologia e nei computer al di là di quanto mi serve per fare i miei dischi. In “Living in the past” usavamo strumenti tradizionali, ma per fare cose nuove, e quindi suonavamo il blues con le chitarre acustiche, il mandolino e il bouzouki. Questi sono i miei strumenti: non mi interessano le tastiere o le chitarre elettriche, per queste cose ci sono gli altri componenti del gruppo. Fortunatamente il nostro tastierista/webmaster è anche un appassionato di tecnologia…

Credo che tu abbia problemi a sufficienza già a rispondere alle e-mail dei fans, almeno a giudicare da quanto ho potuto vedere sul vostro sito, dove campeggiava un messaggio disperato…
E’ vero, è successo che il tour in Germania mi ha portato lontano dal computer per tre settimane per cui quando sono tornato la situazione era drammatica! Migliaia di e-mail! Impossibile rispondere a tutte, per cui ho chiesto gentilmente di non inviarne altre, per il momento…

Quali sono le novità in “Dot com”?
Anzitutto c’è da dire che prima di registrare questo lavoro io avevo terminato di incidere un album solista di materiale acustico, “The secret language of birds”. Così, con “Dot com” sono tornato a lavorare a qualcosa di molto elettrico e potente, se paragonato al precedente lavoro. E’ un disco di rock pensato da una band, e vive della loro reazione alle mie canzoni. E’ molto corale e per spiegarlo vale la vecchia regola “se ti piace è merito mio, se non ti piace la colpa è degli altri”.

Fantastico, questo è il modo migliore per fare dischi…
E’ vero. Quando invece fai un disco solista non te la puoi prendere con nessuno. O meglio, io potrei protestare con il produttore, ma il problema è che il disco è prodotto da me, quindi…

”The secret language of birds” uscirà a febbraio?
Sì, la nostra casa discografica non ha voluto farli uscire insieme per non confondere il pubblico, e anche per non metterlo di fronte alla scelta di comperarne soltanto uno. Così è stato deciso di pubblicare prima il nuovo album dei Jethro Tull e poi, dopo circa sei mesi, il mio album solista, nonostante sia stato scritto e registrato ben prima. Penso che chi ama il lato acustico dei Jethro Tull apprezzerà di più “The secret language of birds”, mentre gli appassionati del lato rock del gruppo preferiranno “Dot com”.

Sei soddisfatto del tuo album solista?
Certo, e infatti è per questo motivo che non vedo l’ora di farlo uscire! Ormai è passato più di un anno da quando ho ultimato le registrazioni, e sono molto contento. Comunque sono già pronto a rimettermi al lavoro per un nuovo album del gruppo e per un nuovo disco solista, entrambi progetti che svilupperò nel 2000, quando sarà finito il secondo tour negli Stati Uniti. Saremo in vacanza da giugno e questo mi permetterà di tornare a scrivere.

Dopo trent’anni di concerti c’è qualcosa che ti ha veramente stancato dell’andare in tour e cosa invece ancora ti appassiona?
Quando ho lasciato il college per diventare un musicista pensavo che nella vita mi sarebbe piaciuto suonare per professione. Non ho mai pensato a diventare una popstar. Adesso, dopo trent’anni, posso ancora dire di avere il mio lavoro, e mi piace quello che faccio. Quando mi sveglio la mattina, sono un musicista, e molte mattine mi alzo e vado a lavorare. Sono riuscito a combinare la mia vita professionale e quella privata in modo soddisfacente, e anche quando parto per un tour non sto mai via più di tre settimane senza rientrare almeno per sette giorni a casa. E’ ancora molto eccitante per me, ed è l’unico modo per dare vita a quella che altrimenti sarebbe solo musica registrata. A differenza di un pittore, che quando ha finito il quadro ha finito il lavoro, fare il musicista ti permette di dare vita alla tua creazione ogni sera, e di farlo suscitando reazioni e in situazioni sempre diverse. Mi piace l’idea di cambiare le carte in tavola improvvisando, cosa non consentita ai musicisti classici, e suonare essenzialmente lo stesso pezzo di musica in un modo leggermente diverso ogni volta. E’ questo il segreto per suonare a lungo e in modo felice.

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