Green Gartside parla a raffica: i suoi Scritti Politti tornano sulle scene a otre 10 anni di distanza dal loro precedente album, “Provision” (1988). Cordiale e sinceramente ben disposto a raccontarsi in quello che non deve essere stato un periodo poco ortodosso della propria vita, Gartside spende poche ma sentite parole per presentare il nuovo album del gruppo, “Anomie & Bonhomie”, che riconferma gli Scritti Politti come band dal talento indiscutibile. Certo, la verifica del pubblico sarà più che mai importante, dopo gli apprezzamenti tessuti dalla critica, e visto che dal 1988 a oggi sono cambiate parecchie cose, nei gusti del pubblico. In ogni caso la vena funk di questo lavoro potrebbe fargli guadagnare l’apprezzamento di un’altra fetta di pubblico…Hai già fatto tante interviste, oggi?
Due, ma è soltanto mattina…credo che me ne tocchino altre nel pomeriggio.
Ti piace farne?
Mah, a volte sì, a volte no, dipende spesso dal mio umore e dalle domande… puoi parlare due ore con una persona e non dire assolutamente niente, mentre altre volte hai la sensazione di aver trovato dei punti importanti, delle cose da comunicare...
Cosa farai dopo questa breve sosta in Italia?
Sarò a Londra, in pausa, per due giorni, dopodiché mi sposterò a Los Angeles per un periodo molto lungo. Spero proprio di riposarmi adesso, ho preso un cottage fuori Londra per poter dormire a sufficienza.
Non sarebbe stato uguale prendere un albergo in città, visto che non hai intenzione di fare altro che dormire in campagna?
Sì, è vero, ma il problema è che non voglio stare in città. Ho vissuto in un cottage in Galles, che è dove ho buttato gli ultimi 10 anni della mia vita senza fare assolutamente nulla. Ora l’ho venduto, ma ho ancora un appoggio in Galles, solo che per il momento è occupato da un mio amico. Non posso buttarlo fuori di casa dicendogli che sto arrivando, così ho preso un altro posto in affitto.
Hai anticipato la risposta alla mia prima domanda, e cioè cosa hai fatto in questi 10 anni?
Sì, sono stato in un cottage in Galles, a far niente…
Deve essere difficile…bisogna essere molto organizzati per riuscire a non fare niente e a non annoiarsi per 10 anni…
Be’, in realtà non sono stati proprio 10 anni, ma soltanto 7, perché poi sono tornato a stare per un po’ negli Stati Uniti. Credo che dovrei sentirmi colpevole, o avere dei rimpianti per non aver fatto nulla in un periodo di tempo così lungo, ma in realtà non è così. Era necessario che lo facessi, visto che stavo impazzendo, e avevo iniziato a odiare la musica, l'industria…quindi mi sono fermato. Mi ricordo di essere uscito un giorno dallo studio di registrazione in cui stavo lavorando con David (Gamson) e Fred (Maher) , e di non aver più parlato con loro per sette anni. Sono andato a casa, ho preso le mie cose, ho lasciato la mia fidanzata, il mio manager e mi sono trasferito in Galles. Lì ho preso un cottage e ho ricominciato a vivere, come dopo aver cambiato radicalmente identità. Nessuno mi conosceva, non conoscevo nessuno. Era quello che dovevo fare.
Ma cosa facevi al cottage: l’agricoltore, il filosofo, il pensatore…?
No, piuttosto il bevitore! Il Galles è un posto splendido, e avevo un cottage poco distante da un villaggio chiamato Usk attraversato da un fiume, in una valle circondata da montagne. Così quando mi alzavo arrivavo a piedi fino al fiume, facevo una passeggiata, leggevo un po’, preparavo il pranzo, poi il pomeriggio incontravo sempre qualcuno che conoscevo con cui andare al pub: poteva essere un agricoltore, oppure uno degli abitanti del paese, comunque alla fine il posto è talmente piccolo che finisci per conoscere gente molto in fretta. Allora si andava al pub, oppure si prendeva la macchina e si guidava fino al pub di un altro paese: si giocava a biliardo, a freccette…detto così suona terribile, ma ti assicuro che non lo era. Era divertente, ma alla fine è diventato noioso, anche perché sono successe due cose: anzitutto, anche se si tratta di un’esperienza di vita idilliaca, alla fine il non avere niente da fare ti stanca. E poi ho riscoperto il mio entusiasmo per la musica. O meglio, ho capito che l’aver smesso di fare musica aveva significato privarmi di qualcosa di molto piacevole. Ci ho messo molto a realizzarlo, per lunghi anni ho fatto qualsiasi cosa pur di non pensare alla musica: nel cottage avevo addirittura una stanza per la musica, ma mi ricordava un periodo così triste che mi metteva paura, e quindi evitavo di entrarci. Alla fine, gradualmente, credo di aver riscoperto che fare musica era una delle cose più belle che avessi combinato nella mia vita, ed era stupido negarmi questo piacere soltanto perché non mi piaceva tutto ciò che vi era collegato. Ero arrivato ad un punto in cui vedevo la musica contaminata da cose brutte, da energie negative, dal business relativo della vendita, e una cosa così può portarti fuori di testa. Negli ultimi tempi che facevo musica non avevo più voglia di salire sul palco: ero bloccato dal panico, e così ho deciso che non avrei più suonato. La mia casa discografica, allora, mi organizzò un tour radiofonico e televisivo in cui non dovevo fare altro che andare nelle varie stazioni, fare brevi interviste e dire qualcosa. Ho iniziato a farlo, ma dopo qualche mese che giravo per programmi televisivi del mattino, ognuno con i propri personaggi, con i propri tormentoni, il tutto ad uso e consumo di chi è a casa e guarda la tv bevendo il caffè, ho iniziato a pensare “Cosa cazzo ci faccio io, qui?”. Così ho iniziato a non firmare più autografi, a non fare i saluti promozionali per le radio, e a poco a poco ho smesso di fare anche questo. A ripensarci adesso, credo che sia stata una conseguenza del grande successo avuto dal gruppo durante gli anni ’80: ma poi arrivi ad un punto in cui la cosiddetta pop life puzza e non ne puoi più. Credo che la decisione di smettere tutto sia stata disastrosa in termini di carriera ma al tempo stesso essenziale per poter rimanere una persona sana.
E adesso che tipo di rapporto hai con la musica, al di là del fatto che hai registrato un nuovo disco?
Ho deciso di riprovarci, visto che la musica mi piace ancora. Abbiamo registrato questo disco come se si trattasse di fare un concerto, prenotando una sala prove con Me’shell Ndegéocello, Wendy Melvoin (di Wendy e Lisa) e un altro paio di persone e suonando tutte le canzoni fino a quando non erano pronte per essere registrate. Era come se fossimo sul palco, eccezion fatta per il non avere pubblico. Molto è dipeso da me, perché non avendo suonato più per molto tempo non sapevo se sarei stato pronto: così abbiamo deciso di provare e di lasciar decidere alla musica. Abbiamo fatto entrare in sala duecento persone e suonato per loro: se il risultato fosse stato terribile avrei mollato tutto, invece le cose hanno funzionato. C’era anche molta attenzione da parte della nostra casa discografica, che voleva vedermi nuovamente suonare ‘live’.
Mi sembra che la Virgin ci tenga molto al tuo disco…
Sì, è vero. Sono molto fortunato. Negli ultimi anni, da quando la Virgin è stata acquisita dalla EMI, hanno sciolto 80 contratti, tra cui quelli con John Lydon e Brian Ferry. Credo che il motivo per cui non abbiano sciolto il mio è che non stavo facendo niente, e quindi si sono dimenticati! Il riscontro delle critiche a proposito del nuovo album è stato molto buono, e la cosa mi ha fatto molto piacere. Per le radio è un discorso diverso, Radio 1 ha il monopolio in Inghilterra, e quindi alla fine se non piaci a loro saranno in pochi a poterti ascoltare…
E’ incredibile questa cosa… siamo abituati a considerare l’Inghilterra la patria della musica pop e rock e quindi un posto totalmente libero, da quel punto di vista: e invece ecco che ogni volta che incontriamo artisti inglesi tutti non fanno che raccontarci quanto siano poco libere le loro radio, e quanto sia importante passare su Radio 1…
E’ vero, però è proprio così…d’altra parte Radio 1 è in mano a un tale di nome Jeff Smith. Se la musica piace a lui, bene, altrimenti non ne sentirai parlare mai. Lui decide cosa mettere nella playlist, e anche se ogni conduttore è autorizzato ad inserire nel suo programma un brano scelto da quelli non in playlist, alla fine puoi fare ben poco. E se non sei nella playlist i negozianti non ordineranno il tuo disco, perché per compilare gli ordini guardano a cosa c’è in scaletta alla radio. E’ tutto un circolo. In America, invece, c’è un altro problema, quello delle radio ‘nere’ e ‘bianche’, a seconda della musica che suonano, e se fai un tipo di musica misto possono iniziare i problemi. Prendi Me’shell: negli States è famosa, ha firmato per la Maverick di Madonna, ha vinto un Grammy, eppure la sua casa discografica si è rifiutata di pubblicargli un album dicendo che non era ‘abbastanza black’. Ti rendi conto? Chi può dire a Me’shell cosa è nero e cosa non lo è? Il suo discografico bianco? Ecco, l’industria funziona così. In ogni caso, tornando al mio album, ho letto delle ottime recensioni, anche se non è facile da inquadrare in una categoria. Comunque non mi interessa.
Sembra essere un disco molto black, comunque…
Trovi? Pensa che a me invece sembra essere un album molto inglese…
Eppure hai scelto dei musicisti molto legati alla scena funk, come Wendy (di Wendy e Lisa, già con Prince), Me’shell, Abe Laboriel jr (figlio del bassista di Sly Stone e batterista a sua volta)…
E’ vero, loro sono neri, ma io sono bianco! E poi ho scritto tutte le parti per gli strumenti di questo disco, quindi quello che ascolti, per quanto potrà sembrarti ‘nero’, è stato pensato da me…tranne le parti di basso di Me’shell, con cui abbiamo trovato un compromesso. Lei ha suonato qualche brano con le linee di basso scritte da me e altre le ha trovate da sola: all’inizio abbiamo litigato furiosamente per questa cosa, poi ci siamo rilassati. Comunque credo che ci sia dentro molto poppy-rokky-whity stuff…
Sì, è vero, però è anche più black dei tuoi primi lavori…
Giusto…
E comunque hai ragione, potrebbe anche essere un ottimo disco da domenica mattina inglese!
Dici? Be’, non mi dispiacerebbe neanche un po’! In un certo senso era quello l’obiettivo. Comunque parte della mia passione per la musica nera deriva dall’aver ascoltato molto hip hop in questi dieci anni di inattività. Accanto a queste cose ascoltavo molto pop che non avevo mai avuto occasione di ascoltare, come “Pet sounds” dei Beach Boys. Quand’ero giovane sono passato dai Beatles al rock e poi al punk, così non ho avuto molto tempo per ascoltare il resto del mondo. Invece adesso l’ho fatto, ma credo che l’hip hop mi abbia influenzato ancora di più, soprattutto quello della costa orientale. DJ Premier e i suoi colleghi mi hanno colpito molto, con la loro capacità di creare dei beat e dei groove veramente splendidi, semplici eppure molto articolati. E’ come un gioco di composizione, fare basi, ed è quello che ho iniziato a fare in Galles. Un po’ come quando Marcel Duchamps ha smesso di fare arte e si è dedicato agli scacchi… mi sono comprato un campionatore e ho iniziato a giocare nella mia ‘stanza della musica’. Così dopo un po’ ho ripreso in mano la chitarra e da lì ho ricominciato tutto. Ho iniziato a non farmi più problemi per il materiale che scrivevo, badavo soltanto a divertirmi.
Credo che una cosa bella del tuo disco sia il riportare in luce il talento di uno dei gruppi che hanno ispirato la musica inglese di oggi…oltre al fatto che un tuo album non è fatto per vendere un singolo e basta…
Una delle cose che mi ricordo di quando ero piccolo, ed ero nato in una famiglia molto povera, era che dopo aver acquistato un album lo ascoltavo in continuazione, mentre adesso, con i programmi del lettore cd, puoi eliminare i brani che non ti piacciono oppure concentrarti soltanto sul singolo. Mentre ero in Galles ho anche imparato ad ascoltare i dischi secondo il mio umore del momento, mettendo magari un album rap e poi, dopo soli due brani, sostituendolo con uno dei Beach Boys.
Nel sesto brano del cd, “Smith’n’slappy”, c’è qualcosa che ha a che fare con l’Italia…
Sì, è nel rap di Mos Def, è un racconto di viaggio che cita diversi località tra cui qualcosa dove c’è la parola Sicilia. E’ stato bellissimo lavorare con lui, quando gli ho spiegato cosa volevo per questo brano mi ha detto, “Ok, torno fra un po’”. E’ uscito dallo studio e ha iniziato a girare intorno all’isolato, a New York, fino a quando non è tornato e ha registrato il suo intervento: 32 battute di rap tutte a memoria. Incredibile! A volte ci siamo incrociati sotto lo studio, ognuno dei due impegnato con la sua passeggiata e intento a scrivere i testi e a memorizzarli nella sua testa. Lavorare con dei rapper è un’esperienza unica, perché loro veramente vengono da un altro mondo, rispetto a noi. Sono curiosi quanto noi di lavorare a cose inusuali. E poi, quando arrivano in studio, si portano dietro tutti gli amici, e in un attimo ti sembra di essere dentro il nuovo video di Busta Rhymes, con tutti questi uomini giganteschi stravaccati sui divani della sala a guardarti indifferenti da dietro i loro occhiali scuri. Quando iniziano a tenere il tempo, però, vuol dire che stai davvero facendo qualcosa di buono!
Per ultima cosa parliamo del titolo del tuo album, “Anomie & Bonhomie”…
Quando ero un bambino c’era una libreria nel villaggio in cui vivevo e lì compravo i libri soltanto per il potere dei loro titoli. Ad esempio, mi fermavo davanti allo scaffale “filosofia e religione” e comperavo “Introduzione allo zen” solo per questa parola, ‘zen’. Sono ancora così in un certo senso: ‘anomie’ è una parola francese, che ha a che fare con l’universo sociologico di pensatori come Baudrillard, è il declino e il senso di perdita della speranza che le persone avvertono quando le regole per poter comprendere la società in cui vivono iniziano a cadere a pezzi. Credo che tutti noi viviamo a diversi livelli la sensazione di vivere quasi dispersi, senza una direzione. E ‘bonhomie’ è la forza contraria, quella che dà energia per andare avanti. Messe insieme le due parole danno l’effetto come di una festa su una nave che affonda. E’ un’immagine che fa molto fine-millennio, non trovi?