Il re di Minas Gerais racconta il suo ultimo disco...

Non parla bene l’inglese, Milton Nascimento, e d’altronde, se lo facesse, sarebbe praticamente perfetto. Arrivato in Italia per presentare la sua ultima fatica discografica, un album di cover intitolato “Crooner”, la stella della musica brasiliana si è concessa con la consueta disponibilità ai giornalisti, stando ben attento a quanti fossero in grado di capire anche soltanto in parte il suo portoghese. Averlo seduto di fronte, sia pure in una conferenza stampa, è l’occasione di poter parlare con una buona fetta della musica popolare brasiliana, con un compositore che nel corso degli anni ha toccato praticamente ogni genere musicale, dalla messa africana all’amore per il jazz, dalla canzone più sofisticata ai pattern ritmici dei tamburi di Minas Gerais, la regione del Brasile in cui è allevato e da cui ha tratto il suo carattere sicuro e ostinato. Come dice un celebre proverbio locale, “se litighi con uno di Minas per una mucca, alla fine quello si prende tutto il gregge”.

Negli ultimi tre lavori che hai fatto hai rielaborato i temi principali della tua musica: “Nascimento” è un album molto intimista, “Tambores de Minas” maggiormente impostato su sonorità afro-brasiliane e “Crooner” è quello più vicino alla tradizione della canzone jazz e americana. E’ una sorta di chiusura del cerchio per fare cose nuove dal prossimo anno?
Tutto è iniziato da “Angelus”, il mio primo album per la Warner: dopo averlo terminato mi sono reso conto che raccontava la storia della mia carriera. Quando abbiamo stabilito l’ordine delle canzoni ho potuto constatare che ogni canzone raccontava un pezzo della mia vita: addirittura la prima canzone aveva per titolo “6 o’ clock”, l’ora in cui sono nato! Trovo interessante il fatto che il disco sia venuto così di sua spontanea volontà, senza un progetto preliminare. Quando l’ho riascoltato ho capito che ero tornato a fare musica come non mi succedeva da tempo, e così sono tornato a stare a Minas Gerais per ritrovare l’essenza più intima di quello che sono. Durante questo viaggio ho incontrato nuovamente le percussioni di Minas e ho composto “Tambores de Minas” proprio partendo dal suono dei tamburi. Ho chiesto al batterista che suonava con me di fare una ricerca sui ritmi popolari e di registrarli su una cassetta, e poi ho iniziato a scriverci sopra dei pezzi.

Tornando a “Crooner”, lo vedi come una conseguenza di questo lavoro oppure no?
Diciamo che dopo l’uscita di “Tambores de Minas” sentivo di aver detto tutto quello che potevo sulla musica popolare che mi appartiene, sui ritmi delle strade. Per la promozione di quell’album ho partecipato ad un programma televisivo in cui mi è stato chiesto di cantare una mia vecchissima canzone, “Nos bailes da vida”, e la canzone mi ha fatto pensare a tutti quei musicisti che passano la vita suonando canzoni di altri nei night. Il conduttore mi ha chiesto se era autobiografica, e alla mia risposta affermativa, mi ha chiesto di cantare qualche altra canzone di quelle che interpretavo quando cantavo nei night. E’ stata una cosa che mi ha preso di sorpresa, però non mi sono tirato indietro, e ho iniziato a farle tutte, facendo impazzire il gruppo che cercava di seguirmi… Così quando è finito il programma televisivo mi sono reso conto che c’era ancora una parte della mia vita che non avevo controllato a sufficienza! Spero davvero che questa sia l’ultima puntata…

Ascoltando l’album si ha l’impressione che ti sia divertito molto a registrarlo…
Alla base del disco ci sono delle buone vibrazioni, che derivano anche dal fatto che sono tornato a collaborare con musicisti con cui non suonavo da 15 anni. Eravamo in cinque a scegliere il repertorio per il disco, che comprendeva 200 canzoni: non abbiamo mai litigato e la scelta finale è caduta sulle canzoni che cantavo quando ero un crooner e quelle che vorrei cantare se fossi ancora un crooner. Comunque è vero, credo di non essermi mai divertito tanto a fare un disco come questa volta. In Brasile suono dal giovedì alla domenica, ma la domenica sera spero sempre di poter suonare nei giorni successivi!

Mai come quest’anno in Europa si è diffusa con successo la musica latina, sembra quasi una necessità per gli europei di ballare e scatenarsi al suono di questi ritmi. Ti fa piacere una cosa del genere?
Sono stato uno dei primi artisti brasiliani a partecipare al festival di Montreux, ci sono andato la prima volta con Airto Moreira e Flora Purim: da allora, tutte le volte che sono venuto in Europa con il mio gruppo, ho sempre trovato un pubblico meraviglioso. Mi è capitato di non dormire la notte chiedendomi come era possibile che fossi arrivato in Europa da un paese molto piccolo come quello in cui sono cresciuto, a Minas. Solo molto più tardi ho cominciato a lavorare negli Stati Uniti, l’Europa mi ha scoperto prima. Ricordo ancora uno splendido concerto con due cori di bambini brasiliani tenuto alla Royal Albert Hall di Londra per l’organizzazione benefica che faceva capo alla Principessa Diana: abbiamo suonato con la London Philarmonic Orchestra ed è stata la prima volta – mi ha detto il direttore d’orchestra – che sul palco reale è stato visto qualcuno ballare. Per cui non può che farmi piacere l’esplosione della nostra musica e cultura in Europa.

Perché non hai inserito più canzoni in spagnolo in questo album di cover, come aveva fatto a suo tempo Caetano Veloso in “Fina estampa”?
Avrei dovuto includere molte altre canzoni, se è per questo, non soltanto brani in spagnolo! Credo che la cosa bella dei musicisti da night sia la loro bravura nell’interpretare indifferentemente materiale che viene da qualsiasi parte del mondo. Riascoltando l’album mi sono a mia volta reso conto di come anch’io sono riuscito a fare cose che non avrei mai creduto possibili. Credo che la notte sia la migliore maestra dei musicisti. Tornando al materiale del disco, ci sono molte canzoni portoghesi che mi sarebbe piaciuto registrare.

”Crooner” è un album molto internazionale: pensi in futuro di riprendere in mano la musica tradizionale brasiliana?
Non so cosa farò in futuro, perché per me la musica è magia. Si vedrà…

Come ti senti se ti paragoni agli inizi della tua carriera?
Quando si comincia è tutto più difficile, perché devi andare dalle varie case discografiche e spiegare loro quello che hai intenzione di fare. Fortunatamente, sin da subito la mia musica è piaciuta e quindi ho avuto una strada molto più facile.

Nella tua carriera hai avuto diversi contatti con il mondo del jazz, ma sembra essere una passione che adesso hai messo da parte…
Sì, infatti, forse perché ero stanco del jazz e di essere identificato come un musicista popolare con delle velleità in quel campo. In realtà c’è sempre stato un legame profondo tra la musica brasiliana e il jazz, visto che le innovazioni della nostra musica finivano sempre negli spartiti dei jazzisti. Mi ricordo la grande stima che mi univa ai Weather Report e a Wayne Shorter, e come loro, una volta, in Brasile, accorciarono il concerto per vedere il mio. Non riuscivo a crederci, e per giunta Wayne mi invitò a collaborare ad un suo progetto. Poi è toccato a me invitarlo sui miei.

Cosa farai a Capodanno?
Spero di ballare al suono della musica suonata da qualcun altro. Ho ricevuto diverse proposte per suonare quella notte, ma spero di riposarmi e di ballare. Nel tour che sto facendo adesso non mi esibisco dal vivo, ma faccio suonare un’orchestra e ballare la gente. E’ una cosa che sta avendo un grande successo, così spero di poter ballare pure io, prima o poi.

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