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Recensioni / 13 apr 2010

Francesco Guccini - NON SO CHE VISO AVESSE (LA STORIA DELLA MIA VITA) - la recensione

NON SO CHE VISO AVESSE (LA STORIA DELLA MIA VITA)
Francesco Guccini
Un lettore mi scrive chiedendomi come mai, nelle mie recensioni di libri, sono così puntiglioso (il lettore usa un altro termine, meno diplomatico) e mi impegno sistematicamente nella caccia all'errore. Se lo chiede anche mia moglie, vedendomi, a casa (spesso a letto, prima di dormire) leggere i libri che devo recensire armato di bloc notes e matita, per appuntarmi le pagine alle quali credo di aver trovato qualcosa che non va, e poter poi verificare – quando non ne sono sicuro – la congruenza della mia sensazione (lei, per la verità, aggiunge anche altre considerazioni poco lusinghiere, ma capitemi: è roba tropo personale per divulgarla).
Il fatto è che mi capita costantemente, o se volete troppo frequentemente, di leggere recensioni di libri evidentemente ricalcate su comunicati stampa. E altrettanto evidentemente scritte senza aver letto i libri “recensiti”. E mi domando se sia onesto fornire ai miei lettori un'informazione non solo non personalmente verificata, ma addirittura condizionata dalle (legittime) necessità promozionali di una casa editrice.
Ci sono anche altre considerazioni, tuttavia.
Intanto, dato che recensisco principalmente libri che trattano argomenti di carattere musicale (ne leggo anche altri, molti altri, ma quelli non devo recensirli), mi pare doveroso leggerli interamente e con attenzione: perché di musica mi occupo, di musica ho qualche competenza, ergo se voglio sentirmi in diritto di esprimere un giudizio – che sia elogio o critica o entrambi – mi pare indispensabile formarmi quel giudizio esaminando la materia.
Poi, dato che a volte capita anche a me di scrivere (o tradurre) libri che trattano argomenti di carattere musicale, so con quanta attenzione li scrivo o li traduco, e quanto tempo ci dedico (tempo, sia detto per inciso, mai retribuito decorosamente: ma questo sarebbe un altro discorso, troppo lungo), e sono curioso di capire se chi ha scritto il libro di cui mi sto occupando ci ha messo la stessa attenzione che ci avrei messo io.
Infine, dato che da parecchi anni frequento l'ambiente delle case editrici, ho toccato e tocco continuamente con mano la sciatteria, l'approssimazione, il pressapochismo con il quale i responsabili e gli editor affrontano i libri su argomenti musicali. Fra l’altro, da un po' di anni sembra che i cantanti siano diventati quasi tutti scrittori: purtroppo, certi cantanti che hanno scritto (o firmato) libri pubblicati da case editrici anche prestigiose e di gran nome non sanno scrivere, o non sanno scrivere bene, e la ragione per la quale pubblicano libri è che le case editrici usano la popolarità dei loro nomi al fine di (cercare di) vendere qualche copia.
E anche quando non si tratta di cantanti che scrivono, ma di gente che scrive di cantanti e di canzoni, la qualità finale troppo spesso è inaccettabile. Perché non c'è verifica, perché si scrivono i libri raccogliendo informazioni su Wikipedia (utile, ma non sempre affidabilissima, e comunque sempre da controllare incrociando almeno altre due fonti), perché si pensa che tanto i lettori deglutiscono tutto - in altre parole, sono stupidi: cosa non vera, ne sono convinto.
(Non ridirò qui i titoli e gli autori di libri che nell'ultimo anno mi hanno decisamente disgustato: se siete lettori abituali di Rockol ve ne ricorderete qualcuno anche voi).
C'è, infine, la questione degli editor: ovvero di coloro che per lavoro, all'interno di una casa editrice, dovrebbero seguire la realizzazione del libro, e impedire che contenga svarioni (storici, documentali, ma anche grammaticali e sintattici: compito, quest'ultimo, che un tempo spettava ai correttori di bozze, categoria benemerita, mandata in pensione dai correttori automatici dei programmi di scrittura – che però, essendo stupidi in quanto automatici, spesso correggono quello che non dovrebbero, e viceversa).
Tutto questo preambolo ha un suo senso assoluto, e acquista anche più senso quando, come mi capita spesso, certi libri da recensire non li riceviamo in redazione da un ufficio stampa - quindi gratuitamente - ma me li compero in libreria a spese mie. E capite che a volte ti girano proprio le palle, perdonate il francesismo, se, avendo speso un po' di euro, scopri di aver comprato un oggetto che non meritava quella spesa; anche perché lo scopri dopo averci dedicato un bel po' di tempo che, a saperlo, avresti potuto spendere meglio.
Ed è (eccoci, finalmente) un po' il caso di questo libro. Che ho comprato in libreria, spendendo i regolari 18 euro. E che, dopo un po’ di pagine, mi ha fatto venir voglia di tornare in libreria per farmi restituire i soldi.
Cos’è, questo “Non so che viso avesse”, che esce a firma Francesco Guccini? Non è – ripeto, “non è” – “la storia della mia vita”, come astutamente riporta la copertina. E’, semmai, la raccolta di “alcune” storie della vita di Francesco Guccini, raccontate da lui medesimo ma, in gran parte, già raccontate altrove, e (se la memoria non mi fa difetto), in parte anche già pubblicate altrove. Cosa della quale, secondo me, si sarebbero dovuti informare gli acquirenti. Anche perché, fra un capitolo e l’altro, certi racconti si ripetono abbastanza, certi ricordi vengono riproposti quasi uguali (vedi, per esempio, quello riguardante Norman Rockwell – a pagina 30 e 99), e forse, insomma, un po’ di editing non ci sarebbe stato male.
Un editor, peraltro, ci ha lavorato, su questo libro: ne fa il nome l’autore a pagina 110. Magari, dico io sommessamente, ci ha lavorato senza troppa attenzione; e anche quando lo ha fatto – ad esempio, aggiornando un testo di qualche anno fa: pagina 85, “La rima improvvisata” – lo ha fatto mescolando furbizia (vedi l’inciso “Oggi può capitare Berlusconi-D’Addario” a pagina 86) e distrazione (nella pagina seguente: “ci si dà un tema, magari d’attualità: dollaro/lira” – lira? d’attualità?).
Comunque, a pagina 113, cioè a metà libro, Guccini exit, nel senso che smette di scrivere (o di aver scritto). Le cento pagine successive sono, infatti, a firma di Alberto Bertoni, e consistono, dice la bandella del libro, nella narrazione della vita di Francesco Guccini attraverso il suo canzoniere. Che non è propriamente “la storia della mia vita”, ma semmai “la storia dei dischi di Guccini”. Raccontata però da un signore che è Ricercatore presso il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna. E che di storia della canzone italiana non sembra saperne molto. Oddio, si capisce che ha usato la già esistente bibliografia; ma ogni tanto ci ha messo del suo. E così, a pagina 122, si legge “ ‘Cima Vallona’, una canzone pure composta per la Caselli nel ’68, ma da lei incisa solo trent’anni dopo” (mica vero: la incise all’epoca, ma fu pubblicata nel 1997, nell’antologia “Qualcuno mi può giudicare”); e a pagina 129 “Un giorno tu mi cercherai” dell’Equipe 84 viene definita “la hit di Sanremo” (“la hit”? non andò nemmeno in finale, non entrò nemmeno nella Top 20…). Volendo essere severi, si potrebbe anche sottolineare come a pagina 119 il testo di “Auschwitz” sia riportato così: “E ancora suona il cannone, e ancora non è contento di sangue la belva umana”, tradendo il latinismo gucciniano (“non è contenta di sangue la belva umana”): ma una nota successiva specifica che “ogni citazione è tratta dalla raccolta di testi ‘ne varietur’ ” (ullallà!) edita da Einaudi nel 2007: non ho sottomano il fondamentale volume, quindi non posso verificare, però scommetto la mia copia del doppio album “Grande Italia” (contenente l’inedita altrove – su vinile – “Le belle domeniche”, nemmeno nominata da Bertoni nella sua esegesi della discografia gucciniana) che il testo originario recita “contenta di sangue” (perché l’aggettivo è riferito a “belva”, non a “cannone”).
Comunque: competente o no, preparato o no, preciso o no, Bertoni non è Guccini, e quindi io che ho pagato 18 euro per un libro che come autore indica in copertina Francesco Guccini avrei diritto a un rimborso di (almeno) 9 euro. Se decideste di andarlo a comperare, chiedete lo sconto.
(fz)