«BARN - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young ci ha disarmato un'altra volta

Secondo album della nuova vita dei Crazy Horse con Nils Lofgren, tra racconti autobiografici, chitarre acustiche ed elettriche

Recensione del 14 dic 2021 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7/10

La recensione

Ci sono sostanzialmente due modi per prendere Neil Young. Da un lato, considerarlo una sorta di vecchio brontolone, un Don Chisciotte che, in mezzo a dischi dal valore alterno, combatte battaglie improbabili: i suoi mulini a vento sono la lotta contro gli mp3 per la qualità del suono (ricordate il Pono?), le grandi corporation (la Monsanto su tutte), e così via. Dall'altro, lasciarsi disarmare da un grande vecchio del rock, che a 76 anni fa musica ancora a modo suo, senza filtri, e ogni tanto fa ancora grandi pezzi. Se riuscite a prenderlo in questa seconda maniera, "Barn" è un disco commovente.

La nuova vita dei Crazy Horse

Negli ultimi anni - come praticamente sempre nella sua carriera - la produzione discografica di Young è stata un po' discontinua, tra nuovi album non sempre solidissimi e riscoperte dagli archivi. Però ha riportato in vita i Crazy Horse, discograficamente messi in pausa dopo “Psychedelic Pill” (2012) e dopo l'abbandono di Frank "Poncho" Sampedro. "Barn" arriva nei 50 anni di vita della sua rock band storica: è il secondo album con in formazione Nils Lofgren, dopo "Colorado" di due anni fa: il chitarrista ha lavorato con Young già negli anni '70, prima ancora che con la E Street Band di Bruce Springsteen, in cui entrò negli anni '80 al posto di Little Steven. Per stessa ammissione di Young, i Crazy Horse di Lofgren sono parecchio diversi da quelli di Sampedro: meno energici e sporchi, più dettagliati e puliti. Vale anche per "Barn".

Le diverse anime di Young

Così come per “Colorado” – registrato nello stato dove ora Young vive con Darryl Hannah - "Barn" è permeato da didascalismo: il capannone del titolo è ritratto in copertina, è stato restaurato recentemente ed è stato la sede di registrazione dell'album.

Da un lato canzoni semi acustiche sul modello di "Harvest", come "They might be lost" o "Song of the season", che riprende il tema di "Mother nature", da sempre al centro della sua musica. Dall'altro rock blues più sporchi, come "Canerican", dove il didascalismo lo porta a raccontare la sua recente acquisizione della cittadinanza americana: "I am American, American is what I am/I was born in Canada, came south to join a band/Got caught up in the big time, travellin' through the land/Up on the stage, I see the changes comin' to this country/I am Canerican, Canerican is what I am".

Il capolavoro dell'album

Un disco con alti e bassi, disarmante nella sua semplicità, con un capolavoro: "Welcome back" una piccola "Cortez the killer", ma meno rabbiosa, più delicata e malinconica: "Gonna sing an old song to you right now/One that you've heard before/Might be a window to your soul I can open slowly/I’ve been singing this way for so long/Riding through the storm/Might remind me of who we are/And why we walk so lowly". Da sola vale il disco.

 

 

TRACKLIST

02. Heading West (03:22)
03. Change Ain't Never Gonna (02:53)
04. Canerican (03:12)
05. Shape Of You (02:55)
06. They Might Be Lost (04:32)
07. Human Race (04:14)
08. Tumblin' Thru The Years (03:19)
09. Welcome Back (08:27)
10. Don't Forget Love (03:48)
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