«CRUSH - Bon Jovi» la recensione di Rockol

Bon Jovi - CRUSH - la recensione

Recensione del 30 mag 2000

La recensione

Sembravano ormai felicemente avviati verso "varie" carriere soliste (chi attore, chi scultore, chi compositore di musical) e invece i Bon Jovi rispuntano fuori con un nuovo album, in cui dimostrano di non aver perso lo smalto di un tempo. Sarà la voce da metallaro con il cuore di Jon, sarà l'impasto di chitarre, basso e batteria che è rimasto lo stesso di un tempo, saranno i testi che parlano d'amore e di squarci di periferia urbana del New Jersey (anche se nel booklet dei testi purtroppo non c'è traccia): sta di fatto che "Crush" è un album che già si colloca a pieno diritto nella galleria dei successi dei Bon Jovi. Ma c'è di più: è vero che il sound è quello che ci ricordavamo da "Slippery when wet" e "Keep the faith", ma al tempo stesso non è restato indifferente a quello che nel mondo della musica è successo da un paio d'anni a questa parte. Prova ne sia il brano che apre la tracklist, che è anche il primo singolo, "It's my life", in cui, complice la collaborazione con il produttore delle teen-star Max Martin (che brutto, però, averlo cancellato dai credits...), si sente nei cori un retrogusto alla 'N Sync. Che però non dà fastidio più di tanto, anche perché l'episodio rimane isolato e perché in fondo si integra bene con quella che da sempre è la "filosofia" musicale dei Bon Jovi, fatta di suoni energici e ritornelli che fanno la felicità delle radio, con la spinta di video efficaci che esaltano le consolidate doti d'attore del biondo frontman. I Bon Jovi tornano dunque con mestiere e con un pizzico di furbizia, con un album misurato, che non fa il verso al passato ma nemmeno cerca di rivoluzionare troppo un sound collaudato: semplicemente gli dà una rinfrescata. E di mestiere, questo bisogna dirlo, la band ne ha da vendere, visto che sforna un'intera tracklist di potenziali singoli di successo, che calzano a pennello al gusto del pubblico musicale radio-televisivo di oggi. Perché è facile immaginarsi schiere di fan che con trasporto intonano il ritornello dell'irresistibile ballata "Thank you for loving me" o che si ascoltano a palla i crescendo di "Two story town".
Il segreto dei Bon Jovi è facile da intuire, più difficile capire la chiave di una così efficace messa in pratica: perché la band che viene dal New Jersey ha il rock nel sangue, e questo si sente, ma al tempo stesso ha molto anche del pop, in quella facilità delle sue canzoni che fa sì che al secondo ascolto già si senta un'irrefrenabile tentazione di canticchiarne i ritornelli. Certo, gli arrangiamenti sono in certi passaggi più ricchi di come ce li ricordavamo, con archi, fiati e suoni campionati, decisamente meno ruspanti che in passato. E la sensazione è proprio che i Bon Jovi abbiano giocato con piena libertà a mescolare le carte, tirando fuori assoli indiavolati di chitarra elettrica stile metal ("Next 100 years"), suggestioni acustiche ("Mystery train", "She's a mystery"), ritornando sulle tracce del rock più genuino alla Bruce Springsteen, come in "Just older", la canzone manifesto dell'album, un cui passaggio recita: "Mi piace il letto in cui dormo/ è come me, è usato. come un paio di blue jeans sbiaditi/ la pelle in cui sono mi va bene così". E il succo di "Crush" è proprio questo, perché quest'album non è né il vestito nuovo dei Bon Jovi, né il vestito rimesso a nuovo della band: è il risultato di un lavoro coerente con l'ispirazione di sempre del gruppo, che, prevedibilmente, con il tempo e con il successo ha ammorbidito i toni e si è fatta più serena, meno tesa a dover dimostrare qualcosa. Da qui la leggerezza, il divertimento e l' energia spensierata che si respirano nella musica dei Bon Jovi versione 2000.
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