«AMERICAN HEAD - Flaming Lips» la recensione di Rockol

I Flaming Lips sono finalmente tornati a essere grandi

Il gruppo di Wayne Coyne ha sfornato, con 'American Head', una delle sue prove più ispirate e convincenti da quasi vent'anni a questa parte

Recensione del 17 set 2020 a cura di Davide Poliani

La recensione

C'era bisogno di alzare lo sguardo al cielo sopra Oklahoma City per tornare ai fasti di "The Soft Bulletin" o "Yoshimi Battles the Pink Robots", per dare un senso alle ricerche di "Oczy Mlody" e "King’s Mouth" o, ancora, al bizzarro divertissement del 2015 in qualità di Dead Petz di Miley Cyrus. Perché l'impressione era che, negli ultimi tempi, Wayne Coyne e compagni avessero imboccato una china pericolosa, finendo avviluppati dalla propria creatività tanto anarchica quanto visionaria.

Poi non sappiamo se sia stato il confinamento, o - più semplicemente - la voglia di tirare una linea per lasciarsi alle spalle il passato: i Lips non sono il genere di gruppo che torna alle origini, non è nelle loro corde. L'idea di "pensare a noi stessi come a una band americana" per la prima volta in quarant'anni di carriera li ha riportati nel posto dal quale hanno sempre cercato di evadere. Dalla provincia che combatte la noia con lo stordimento, quella di "At the Movies on Quaaludes", "Mother, I've Taken LSD" e "You n Me Sellin 'Weed", dai legami familiari - come in "Mother, Please Don't Be Sad", l'episodio più struggente del disco, con pianoforte e sezione d'archi in primo piano, ai limiti della svenevolezza, benché ispirato a un episodio vissuto in prima persona dallo stesso Coyne (una rapina in un ristorante nel quale lavorava in gioventù) che di svenevole non ha nulla.

Il grande talento dei Flaming Lips, in "American Head", è quello di tornare a fare i conti con le proprie origini riuscendo a tenere fuori gioco nostalgia e compiacimento, ma - al contrario - scrutando con uno sguardo estremamente lucido e affilato una delle parti più sensibili e pregnanti del proprio passato: mentre Coyne, nei testi, rievoca le pagine della sua giovinezza in chiave talvolta dolente talvolta infantile, come in "Dinosaurs on the Mountain", la band lo asseconda rinunciando alla decostruzione delle strutture proprie degli ultimi lavori in favore della più classica ballata midtempo, dove sulla tradizionale impalcatura composta da chitarra acustica, basso e batteria si rincorrono droni, riff più o meno sintetici e trame elettroniche eleganti e discrete - come in "Brother Eye", dove, tra l'altro, Coyne non si fa mancare nemmeno il vocoder.

"American Head" convince perché non è né un "ritorno al sound delle origini" (quando i gruppi lo fanno, in genere, sfornano delle prove nella migliore delle ipotesi mediocri) né un "disco della maturità", che - dato il corso della band che l'ha firmato - sarebbe grottescamente tardivo. I Flaming Lips, con il loro album più decifrabile da parecchio tempo a questa parte, sono riusciti nell'impresa di far sembra facile una cosa che non lo è affatto: spogliandosi di tutte le maschere vestite negli ultimi anni, Wayne Coyne e i suoi sono stati capaci di aggiungere un nuovo, importante capitolo alla propria carriera con una grazia e con una classe che non sono proprie nemmeno dei veterani, ma solo dei fuoriclasse, scavalcando l'ennesimo orizzonte che dopo tanto tempo li ha riportati a casa.

TRACKLIST

01. Will You Return/When You Come Down (05:21)
02. Watching The Lightbugs Glow (02:53)
03. Flowers Of Neptune 6 (04:30)
04. Dinosaurs On The Mountain (03:38)
05. At The Movies On Quaaludes (03:41)
06. Mother I've Taken LSD (03:48)
07. Brother Eye (04:23)
08. You N Me Sellin' Weed (04:56)
09. Mother Please Don't Be Sad (03:35)
10. When We Die When We're High (03:39)
11. Assasins Of Youth (04:12)
12. God And The Policeman (02:28)
13. My Religion Is You (03:33)
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