«MUZZ - Muzz» la recensione di Rockol

Muzz: un trio di inguaribili romantici della vecchia New York

Distante dall'energia degli Interpol, il nuovo gruppo formato da Paul Banks insieme a Josh Kaufman e Matt Barrick pubblica il suo album d'esordio tra atmosfere rilassate e una carezzevole aria di nostalgia. Moltiplicate per tre

Recensione del 08 giu 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

Più che un supergruppo, quello dei Muzz sembra essere una riunione tra amici di vecchia data. Paul Banks, carismatico frontman degli Interpol, e Josh Kaufman, polistrumentista e produttore - già al fianco di Josh Ritter e The National, nonché parte dei Bonny Light Horseman - sono stati compagni di scuola e negli anni hanno continuato a condividere i propri interessi, uniti dalla comune passione per la musica. Ai due, si è poi aggiunto il batterista Matt Barrick, dal 2017 nell’organico live dei Fleet Foxes, secondo il vecchio principio delle conoscenze in comune.

L’occasione per ritrovarsi è sorta quando Paul ha deciso di realizzare il suo studio personale a Philadelphia, con l’aiuto della perizia tecnica di Josh. Da lì a ritrovarsi tutti insieme per delle session alle quali anche Matt ha preso parte, il passo è stato breve: “Muzz” è infatti un termine usato dallo stesso Kauffman per indicare le caratteristiche del suono analogico.

Nel suo album d’esordio la formazione lascia entrare l’eco di una New York lontana nel tempo, vissuta in prima persona dal trio.

Attrattiva e ammaliante, l’atmosfera del disco si riempie di tintinnii, chitarre slide, pedal steel, beat e strumenti a fiato che, uniti al caratteristico timbro baritonale di Banks - qui invero più rilassato - colmano gli spazi. Si respira così in questi dodici brani una piacevole aria di nostalgia, che nell’intima leggerezza di “Bad feelings” trova la sua composta accettazione sostenuta dalle voci eteree delle coriste Annie Nero e Cassandra Jenkins. Suoni ovattati, volutamente rétro, carichi di sfumature melliflue che spaziano dal folk, alla new wave e al college rock, passando per le dinamiche fumose dei jazz club americani. “Send the dust in to me, send the rest to me” canta Banks in “Red western sky”, alla ricerca ossessiva della propria redenzione, finendo per perdersi tra quegli stessi spazi infiniti che intende percorrere. Ancora, il medesimo avvolgente senso di smarrimento si fa largo nella più immediata “Everything like is used to be”, mentre con la carezzevole ballata “Broken tambourine” va a stemperarsi la tensione languida e delicata dei Muzz in un tessuto musicale a tratti struggente, dove il cinguettio di un uccellino incontra, in un crescendo scenograficamente minuzioso di pathos, il piano elettrico, le chitarre sature di effetti, i tamburi riverberati e quindi, da protagonista, il vocione da raffinato crooner del cantante.

Le trame elettroacustiche del gruppo evidenziano la capacità del terzetto di modellare al presente i modi e le forme del passato, attraverso interpretazioni limpide e accorate che tracciano una trama unica di sentimenti e tribolazioni. In questo modo, il primo lavoro dei Muzz riesce a trasmettere la propria grana sognante in ogni sua singola sfaccettatura, tanto nel flauto strampalato di “Knuckelduster” che nelle vibrazioni morbide di “How many days” e “Summer love”. Malgrado la carenza di particolari impennate, il lato più emozionale del gruppo emerge soprattutto quando “Evergreen”, “Pachouli”, la già citata “Red western sky” o la conclusiva “Trinidad” portano il suo spleen dolciastro a misurarsi con una poetica inevitabilmente introspettiva, ma anche piena di una nuova inconscia serenità.

Insieme, Banks, Kaufman e Barrick, trovano il proprio punto di incontro guardandosi indietro per raccontare in musica quanto è rimasto in piedi della loro gioventù, senza dover mascherare quella sensazione di romantica incertezza e fragilità che li ha avvicinati, evocando il Beck sentimentale di “Sea Change” così come la rude grazia dei Kings Of Leon.

È lo stesso Paul Banks a spiegare l’alchimia di questo gruppo sorto come un semplice progetto collaborativo, distante dall'energia degli Interpol e più vicino all'indole dei Bonny Light Horsemen, e concretizzato in un album con uno spessore proprio, in grado di convergere e insieme allontanarsi dalle singole esperienze dei tre. “Si tratta in parte dei gusti musicali che io e Josh abbiamo condiviso durante l’adolescenza, ma sono anche le anime dei miei amici che risuonano con me attraverso la musica. Penso sia cosmico”.

TRACKLIST

01. Bad Feeling (02:37)
02. Evergreen (04:43)
03. Red Western Sky (03:12)
04. Patchouli (03:28)
06. Broken Tambourine (05:21)
07. Knuckleduster (04:27)
08. Chubby Checker (02:43)
09. How Many Days (03:05)
10. Summer Love (04:02)
11. All Is Dead To Me (03:35)
12. Trinidad (02:08)
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