«EARTH - Ed O'Brien» la recensione di Rockol

Ed O'Brien, il "quiet one" dei Radiohead all'esordio solista

Il chitarrista pubblica "Earth", con lo pseudonimo EOB: tra folk ed elettronica, e qualche riferimento alla sua band

Recensione del 21 apr 2020 a cura di Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

“The quiet one” era il soprannome di George Harrison nei Beatles (e anche di Bill Wyman negli Stones), ma potrebbe essere perfetto pure per Ed O’Brien nei Radiohead. Non il frontman, non il componente più in vista, ma uno più defiliato e comunque fondamentale.
Se amate i Radiohead sapete l’importanza di Ed O’Brien, chitarrista “secondo” ma solo perché Jonny Greenwood ha una carriera molto visibile fuori dal gruppo come compositiore. Assieme a Colin Greenwood, era l’unico membro della band a non avere fatto nulla da solista. I vari progetti di Thom Yorke sono noti e persino Phil Selweat ha pubblicato diversi album

Come si dice in questi casi con un'espressione un po' banale: l’attesa è valsa la pena. "Earth" è un album pubblicato sotto lo pseudonimo EOB, iniziato 8 anni fa e portato a termine con un cast notevole: alla produzione c’è Flood, collaboratore storico di Depeche Mode, U2 e PJ Harvey. Nella band c’è appunto Colin Greenwood, Glenn Kotche dei Wilco, il batterista Omar Hakim, il bassista Nathan East. Tutti nomi di prima grandezza. 

Ma di là dei nomi, “Earth” è un gran bel disco, per canzoni e suono. 
Unisce almeno tre anime diverse, senza soluzione di continuità. Ci sono le progressioni alla Radiohead, nell’iniziale “Shangri-la” e soprattutto in “Banksters”, che suona come una bella outtake del gruppo. C’è il cantautorato classico, come in “Deep days” o la finale “Cloak of the Night” in duetto con Laura Marling, e c’è l’elettronica come in “Olimpik”. Talvolta le direzioni si fondono, come in “Brasil” che parte in acustico e finisce come un brano di Four Tet: 8 minuti che una volta avremmo chiamato “Folktronica”, termine da anni zero, un po’ desueto, che però rende bene l’idea. 

A funzionare però è la scrittura, che rende piacevole l’ascolto, anche nell’ondeggiare tra diversi sonorità. Un album eclettico quanto la sua band, riconoscibile e riconducibile alle sue origini, ma con diversi guizzi di originalità: una delle uscite più interessanti di questo periodo.

TRACKLIST

01. Shangri-La (05:47)
02. Brasil (08:27)
03. Deep Days (04:59)
04. Long Time Coming (02:50)
05. Mass (04:10)
06. Banksters (05:08)
07. Sail On (03:27)
08. Olympik (08:38)
09. Cloak of the Night (02:33)
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