«STRAIGHT SONGS OF SORROW - Mark Lanegan» la recensione di Rockol

L'attaccamento alla vita di Mark Lanegan: "Straight Songs Of Sorrow"

Il nuovo album è la storia di una sconfitta e di una redenzione, quella vissuta in prima persona dal cantautore americano. Accettando demoni che sapranno sempre come raggiungerlo.

Recensione del 08 mag 2020 a cura di Marco Di Milia

Voto 8/10

La recensione

Nei registri catramosi della sua voce c’è una vita passata a stuzzicare la morte. Mark Lanegan è pulito da vent’anni, eppure quei vecchi fantasmi che pensava di essersi lasciato alle spalle riescono ancora a farsi sentire perché a evocarli è stato proprio lui. Ne ha avuto bisogno per chiudere i conti con il passato e per salutare dei mostri di cui, forse, non può fare a meno di circondarsi.

Sono tutti dentro le storie di “Straight Songs Of Sorrow”. Lo attendono pazientemente dai tempi della sua Seattle tossica e sono stati richiamati in causa da un’autobiografia, “Sing Backwards And Weep”, che assomiglia a un romanzo uscito dalla penna tagliente di Bukowski, cronaca di un’esistenza sospesa a lungo tra litigi, sesso e un fiume di whisky ed eroina che ha travolto ogni cosa. Un dramma raccontato con crudo realismo, vissuto dove città, musica e band hanno finito per convergere, stringendosi intorno a sbandate colossali e all’avventura tragica di Kurt Cobain e Layne Staley. Come pure alla fortuna di trovarsi sempre a un passo dal baratro e continuare a farla franca. 

Nell’album c’è l’altra narrazione, quella musicale, di una condotta metodicamente votata all’autodistruzione, che dal libro ne ricava una poetica dolente, disseminata di eccessi e tonfi rovinosi. La presenza della Nera Signora si dimostra ben presto una compagnia ingombrante, che Lanegan sembra però invocare nelle tracce di “Straight Songs Of Sorrow”, uniti da un profondo e indissolubile legame. Accettando ricordi che sapranno sempre come raggiungerlo, il cantautore statunitense soppesa con cura la portata delle sue parole, consapevole dello spirito lacerato che lo attraversa: “Passare dalla morte al risveglio / Dove sono stato e cosa ho fatto”.

Un'irrequietezza dove i vivi e i morti si incontrano e si confondono in un gorgo senza fine che in “I wouldn’t want to say” inizia con il fragore elettronico di una battaglia futuribile, dalla quale liberarsi ponderando le proprie ragioni. Oscuro e tragico, Mark affronta la claustrofobica atmosfera che ha intorno con la stessa tenacia con cui ha sopportato i suoi momenti più negativi, dividendo le sue riflessioni con una lunga lista di collaboratori, come l’amico Greg Dulli (l’altra metà nel duo dei Gutter Twins, nonché titolare di Afghan Whigs e Twilight Singers) nel folle “At zero below”, o l'ex Led Zeppelin John Paul Jones che contribuisce alle atmosfere tetre di “Ballad of a dying rover” con il suo mellotron. E molti altri ancora, da Adrian Utley dei Portishead a Rob Ellis, storico sodale di PJ Harvey e Nick Cave, passando per Ed Harcourt, Jack Irons e il violinista Sietse van Gorkom.

L’uscita di scena per il musicista sta nel bivio che ha davanti, indeciso se prendere il volo da questo mondo nell’acustica uggia di “Apples from a tree”, oppure trovare in mezzo a tanta perdizione un possibile segnale di speranza nel duetto con Shelley Brien, sua moglie, in “This game of love” per condividere insieme gli strani intrecci di solitudine e complicità.

Luci e ombre di un carattere complesso che riesce però a trovare il suo equilibrio procedendo a tentoni, in un misto di amarezza e fervore. In una narrativa disarmante e letale che trova forma tanto nelle ballate di frontiera dalla fascinazione sinistra tipo “Stockholm city blues”, in cui rivive le sue giornate allo sbando da tossicodipendente, quanto nelle sequenze digitali di “Bleed all over” e “Internal hourglass discussion”, Mark Lanegan canta le sue ossessioni con fatalismo così come con uno straordinario attaccamento alla vita.

“Straight Songs Of Sorrow” risponde brutalmente al bisogno di reggere il peso di una colossale montagna di merda - parole sue - dove nelle vicende dietro le canzoni, non ci sono divisioni tra buoni e cattivi, ma solo un’umanità capace di comportamenti terribili alla disperata ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi per andare ancora avanti. Descrive con linguaggi diversi e insieme affini la propria storia di sconfitta e redenzione, prendendo la tensione di quel folk livido che riesce a rivoltare con il suo caratteristico tono baritonale per combinarla a più riprese con desert rock, beat e pulsazioni sintetiche. Ne esce il ritratto di un uomo che ha camminato a lungo sul lato selvaggio della strada, riuscendo però a resistere con le unghie a quel nulla che stava per inghiottirlo del tutto.

È un album che non permette fraintendimenti.

Canta di dolore e di perdita, in canzoni che somigliano a delle tormentate preghiere, caricate da quell’enfasi fumosa che il cantante originario di Ellensburg riesce a infondere con naturale propensione. Nell’elegiaca “Ketamine” come pure nei drammi di “Churchbells, ghosts” e “Daylight in the nocturnal house” o nella già citata “Ballad of a dying rover” cerca una cura alle ferite dell’anima, finendo per annullarsi travolto dalla dipendenza. In una combinazione tra presenze e mancanze si respira l’immersione totalizzante dell’artista nelle pagine più complicate della sua vita, fitte di un buio quasi soffocante, da cui ha trovato l’uscita per una nuova realtà. In fondo a tanta disperazione infatti, Mark Lanegan n’è venuto fuori con le ossa rotte, ma finalmente libero da quanto si trascinava dietro. Chiude la sua avventura con la purificazione di "Eden Lost And Found", un’invocazione declamata come uno spiritual d’altri tempi, in cui affrancarsi dal caos che lui stesso ha provveduto a generare. .

Mark Lanegan lascia così l’amica morte in attesa, canzone dopo canzone. Scavando a fondo nelle proprie miserie ha riannodato i fili di un passato devastante, dal quale però ha tratto un album - e un libro - in grado di narrarne le stonature con la stessa spiazzante, e a tratti sovrannaturale, energia del suo cuore colmo di tenebra, oscillando tra tanti sintetizzatori e vecchie  introspezioni meditabonde. Comprendere anche solo in parte quello che è riuscito a sopportare nel corso dei peggiori anni permette di addentrarsi in un crocicchio in cui Lanegan non si è limitato a salutare i suoi cari vecchi demoni, quanto a fare luce sul proprio inferno. “Straight Songs Of Sorrow” è l'esperienza di un’oscurità raggelante e il resoconto di una rivincita. E, in definitiva, di una speranza.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.