«CO.DEX - Giovanni Lindo Ferretti» la recensione di Rockol

Giovanni Lindo Ferretti - CO.DEX - la recensione

Recensione del 19 apr 2000

La recensione

«Avevo una ragione da dirti/s’è persa che ragione non c’è/avevo una proposta da farti/s’è persa che proposta non è/avevo/cadevo». A Berlino, tra Ferretti e Zamboni, si era arrivati a un punto in cui semplicemente non si poteva più dire una parola. Quello che era nato come un progetto a due di musica sintetica per festeggiare i 18 anni di onorata società, si trasforma lentamente prima in un doppio disco, registrato la mattina da Zamboni e Bernocchi, riveduto e corretto il pomeriggio da Ferretti e Bernocchi, nuovamente smontato e ricominciato il mattino successivo da Zamboni, e così via, e poi, dopo un inferno durato un mese, nel nuovo disco di Ferretti realizzato con Bernocchi. Musica sintetica spinta e accelerata, ha scritto qualcuno, e di fatto è abbastanza difficile immaginare un album così ‘avanti’ dal punto di vista sonoro pensando a uno come Ferretti che si è sempre considerato – ora lo sappiamo, per timidezza e piaggeria – ‘prestato’ alla musica. E’ stupefacente soprattutto il rapporto tra musica e testo, il loro scorrere indissolubilmente legati, in un gioco continuo di rimandi soprattutto emozionali, che cambiano paesaggi e sottolineano sfumature in modo quasi certosino. Di questo album bisogna dare grande credito – e del resto Ferretti è il primo ad essere d’accordo – a un musicista sui generis come Eraldo Bernocchi, un vero esperto di musica sintetica, già al fianco di Bill Laswell e Almamegretta nella ridefinizione del dub e capace di progettare musica che sembra quasi provenire da un latro luogo, rispetto a quanto propone la scena italiana. Programmazioni aggressive fanno coppia perfetta con riverberi di chitarra zamboniani eppure suonati da Bernocchi – Zamboni suona la chitarra in tre pezzi e firma 9 delle 10 canzoni contenute sull’album, ultima postilla di una separazione cruenta, ma è Ferretti a dire che a metà dell’album praticamente Zamboni non ha partecipato - , pochi gli inserti di strumenti veri, giusto gli interventi di tromba di Toshinori Condo, un violoncello e un contrabasso suonato da Yuri degli AFA, il resto è farina del sacco di Bernocchi e Ferretti. Ma “Co.dex” è anche l’album dai testi più estremi e personali che Ferretti abbia mai firmato, libero dai naturali e inevitabili condizionamenti che lo lavorano ai fianchi quando sale sul palco con i suoi C.S.I. – e la cosa succederà nuovamente nel corso di Bologna 2000. Testi violenti, visionari, estremi, spezzati ogni tanto da squarci di dolcezza inaspettata, in cui viene fuori profonda l’amarezza e il dolore per una fase dissolutiva che nell’ultimo anno ha riguardato Ferretti e tutto ciò che lo circondava. Ne è una riprova la dedica riportata in copertina al suo cavallo Tancredi, morto nell’autunno scorso (“di tutto ciò che non c’è più, tutto, un solo vuoto, incolmabile: Tancredi”) e che suona come un ultimo, feroce schiaffo a Zamboni. E del resto, è proprio di questo che parla l’album: di due codici diversi, uno per la pace (amore), uno per la guerra (odio). E che forse, nel caso di Ferretti e Zamboni, sono le due facce di una stessa medaglia.
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