«ANCIENT PLEASURES - Marie Frank» la recensione di Rockol

Marie Frank - ANCIENT PLEASURES - la recensione

Recensione del 18 apr 2000

La recensione

Forse bisognerebbe farci caso, a questo europop che viene dal Nord Europa (non che la Gran Bretagna sia a sud, ma con l’espressione ci riferiamo a Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda). A parte il caso bizzarro degli Aqua, continuano ad arrivare personaggi che, dai Kent ai Cardigans, da Lene Marlin ad Anouk, sembrano scavalcare quello che è uno dei requisiti storici del prodotto pop, e probabilmente il più richiesto attualmente. Stiamo parlando di quello che Malcolm McLaren chiamava “attitude” - (“Se non ce l’hai, sei come chiunque. Sei come una band americana”, diceva il creatore dei Sex Pistols).
Placidi, tranquilli, coltivatori di un disagio poco spettacolare, gli esponenti del pop vichingo sembrano in questo momento particolarmente graditi al palato italico. Clamoroso il caso di Lene Marlin, personaggio piuttosto inconsistente, che assurge a idolo forse perché talmente neutra da lasciare l’iniziativa a chi l’ascolta, che vede nelle sue canzoni quello che probabilmente non c’è - un ego, una “attitude”, uno stile. Sono dischi pop che al confronto di quelli britannici e americani sembrano quasi ingenui, inattuali.
Così è il disco di Marie Frank, così danese che quasi verrebbe da scommetterci, portabandiera di un genere che non sembrerebbe di questa epoca, ma antecedente al decennio dei campionamenti e del brit-pop, della jungle e delle contaminazioni, dell’etnica e delle boy-band. Nei tanti angoli dell’Unione Europea, molta gente ancora crede nella canzonetta, persino più dei sanremesi italiani che ormai si affidano più all’immagine che alle melodie. Da “Save a little love” a “Separated soul”, da “Heart of Saturday night” a “Rockette 88”, non si sconfina mai dal territorio amichevole del pop, che la Frank porge con tono pacato e vagamente monocorde, tra la Imbruglia e la svedese Meja di “It’s all ‘bout the money”. I testi sono molto interessanti, degni di una Suzanne Vega scandinava. Ma musica e voce non suggeriscono né gioia né sofferenza; le canzoni risultano biscotti musicali che hanno se non altro il merito di essere assortiti, raggiungendo il massimo della disponibilità nelle due versioni di “Under the water”: una acustica, alla Jewel, una dance, alla Alexia. Sarebbe eccessivo parlare di musica senza anima, ma ascoltando “Ancient pleasures” vengono in mente i film di Julia Roberts: veniamo intrattenuti, ma la sostanza è quasi nascosta con imbarazzo. Fa bene Marie a presentarsi, nel suo video, come una sciampista che sospirando vorrebbe qualcosa in più. Peraltro, il video ne evidenzia impietosamente il deficit dentale - chissà che choc, per gli spettatori di Mtv, vedere tanta imperfezione.
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